Vedere tutto senza sapere niente – l’arte del discutere online

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Questo pezzo fa parte di un piccolo esperimento di crossover tematico fra gli argomenti trattati in Players e quelli de Lo Spazio della Politica. Fateci sapere cosa ne pensate.

Il recente "rally to restore sanity" promosso dai comici statunitensi Jon Stewart e Stephen Colbert; il successo del movimento "Tea Party"; il tono sempre più esasperato del dibattito nella politica italiano dentro e fuori il parlamento; le occupazioni in protesta della riforma universitaria; e, più di tutto, le reazioni spesso scomposte alle rivelazioni di Wikileaks. Sono tanti gli elementi a che mettono in evidenza la difficoltà diffusa nel trovare un equilibrio tra la voglia di cambiamento e la necessità di sicurezze. La polarizzazione tra le opinioni sembra sempre maggiore, le differenze più che mai difficili da risolvere. Tutto questo nel momento storico in cui ci si trova ad essere più connessi che mai: l'immediatezza delle discussioni permessa dalla rete sembra spesso un'illusione.

Dal cimitero dell'intelligenza umana rappresentato dalla sezione dei commenti su Youtube, passando per i blog di cospiratori esaltati, la straordinaria varietà e democrazia di internet non rende semplice trovare luoghi per discutere con tranquillità. Quando si parla di politica, in particolare, le discussioni si trasformano in lotte di retorica che somigliano alle sfide in un videogioco che a conversazioni serie. La discussione politica non è molto diversa da uno scontro alla morte in World of Warcraft. L'obiettivo di tanti, più che scambiare informazioni, sembra la vittoria contro l'avversario dialettico.

Quantificare il successo dei propri attacchi sulla rete è sempre più semplice: i commenti sui blog, le visite in un sito, i followers su Twitter, i "mi piace" su Facebook; ognuno di questi sistemi permette di quantificare immediatamente l'impatto del proprio operato. E gli individui cominciano a ragionare come i direttori dei tabloid. La tendenza è di cercare posizioni utili ad attirare l'attenzione del prossimo, a tutti i costi, così da privilegiare posizioni forti, radicali, urlate. Non è un caso che il colorito Beppe Grillo sia uno dei pionieri di questo tipo di comunicazione politica a livello mondiale. Ha insegnato agli italiani la soddisfazione di pubblicare un pensiero che raccoglie l'approvazione di migliaia di persone, così da far "salire di livello" l'autore in un mondo dove il traffico è tutto. Come se non bastasse, secondo alcuni studi il nostro cervello è fatto in modo tale da provare piacere quando ci si trova di fronte a opinioni simili alle nostre.

Difendere il proprio punto di vista diventa una lotta che soffoca la voglia di scambiare opinioni. La retorica è il campo di battaglia, in una sfida che fa progressivamente allontanare i protagonisti dalla realtà degli argomenti che stanno trattando. Nonostante gli argomenti siano spesso apparentemente importanti, il tenore delle discussioni riduce i dibattiti nei modi espressi dalla regola imprescindibile formulata da John Gabriel nel 2004, o alla più recente rappresentazione di "tutte le discussioni su internet di sempre". Così gli avatar politici diventano l'equivalente digitale delle magliette di Che Guevara, un'azione indolore che mette lo stile sopra la sostanza. Sostenere una posizione diventa una questione puramente formale, l'assenza di conseguenze impedisce di considerare le reali implicazioni delle prese di posizione, trasformando il discorso politico in gioco di ruolo. Nel dibattito online questo meccanismo è rappresentato da fenomeni che vanno dall’insidioso straw man argument fino a versioni digitali del classico "specchio riflesso senza ritorno". L'importante, per molti, è avere l'ultima parola. Un'ossessione che trasforma l'agorà digitale nella ricreazione in seconda media.

Questo non è un problema che riguarda una realtà isolata. Questo è il futuro dello scambio di idee. Tutte le pratiche civili si basano su un patto sociale che permette a i partecipanti di condividere delle regole perché le interazioni funzionino. La condivisione di una serie di standard per discutere civilmente in rete sarà un obiettivo sempre più importante in tutto il mondo. Nel nostro paese, questo potrebbe essere ancora più cruciale.

Alcuni studi rivelano che il nostro paese viaggia tra il 70 e l'80 percento di analfabetismo funzionale. È una delle percentuali più alte del mondo civilizzato. Gli ultimi avvenimenti dimostrano le difficoltà della nostra scuola, ma non danno il senso della gravità della situazione: il nostro sistema educativo (che va oltre la scuola, ma comprende la cultura del paese in toto) è uno dei peggiori al mondo. È necessario ristabilire l'importanza della cultura, e farlo con strumenti moderni. Oggi questo significa partire dalla rete, cavalcare l’onda che sta facendo convergere internet e la televisione. Bisogna seguire l’esempio di paesi come la Finlandia, in cui l’educazione ai media è da anni parte del curriculum delle scuole secondarie. I navigatori, per il semplice fatto che hanno accesso ad internet e sono in grado di utilizzarlo per comunicare per il prossimo, sono una parte sostanziale della vita culturale del paese. Non della sua avanguardia: della sua base. Tenere alla qualità del dibattito online, oggi, è un atto di responsabilità civica.



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