Forti di una proposta musicale squisitamente al di là dei tempi, i genovesi IANVA rappresentano una delle gemme più scintillanti dell’altrimenti opaco panorama musicale italiano. Al fine di presentare questo meraviglioso progetto a chiunque ne fosse ancora all’oscuro, Players ha raggiunto Mercy, cantante e mente dietro a IANVA. Buona lettura.
Innanzitutto grazie per la tua disponibilità, è per noi un piacere poter ospitare una proposta musicale come quella di IANVA sulle nostre pagine. Vuoi introdurre il progetto IANVA ai lettori di Players?
Il progetto nasce a Genova ed esiste dagli ultimi mesi del 2003, ma, curiosamente, ha ancora il lustro delle novità. Sarà forse perché i soliti notissimi “operatori” dei media col bollino blu hanno fatto per tutto questo tempo i pesci in barile com'è loro costumanza. Ma, così facendo, ci hanno dato tempo di crescere mediante il buon vecchio passaparola che ti mantiene lindo, scintillante e come nuovo. Abbiamo finora licenziato due mini e due full-length. Questi ultimi sono, sia pure per differenti modalità, dei concept album. Entrambi hanno fatto discutere (ma non è sorprendente dato che in questo paese si discute su tutto e si agisce su nulla), ed entrambi continuano a tutt'oggi il loro cammino, dentro e fuori i confini italiani. Per quanti non ci conoscessero, indico per comodità pregi e difetti di IANVA. I pregi: miscelando varie suggestioni musicali abbiamo creato un suono estremamente personale e riconoscibile. Manteniamo quanto promettiamo, nulla di più, nulla di meno. Siamo, in una fase storica in cui tutto crolla, compresi certi guappi di cartone dell'alternative nostrano, un progetto in costante crescita e questo vorrà ben dire qualcosa. I difetti: una certa bombasticità, almeno all'orecchio del fruitore medio del 2010. Riconosciamo come arbitri del nostro operato solo e unicamente noi stessi. Infine abbiamo uno scarso appeal “giovanilistico” il che, di questi tempi, può essere un limite.

È trascorso ormai un lustro dalla pubblicazione del primo EP a firma IANVA. Dopo due album e altrettanti EP, quali obiettivi senti di aver raggiunto con IANVA, come musicista e come persona, e quali ti prefiggi di raggiungere in un futuro prossimo?
Guarda, gli obiettivi iniziali erano meno che modesti. Semplicemente sentivo il vivo desiderio di un certo suono. E siccome nessuno lo produceva ce lo siamo “fabbricato in casa”. Sentivo altresì il desiderio di esprimermi in lingua madre, sfruttandone delle potenzialità da tempo messe da parte a favore dell'assioma che associa la comunicatività al cosiddetto linguaggio della strada e che è, invece, un pidgin di ciarla televisiva e muffe cresciute sulle carcasse mummificate dei dialetti. Volevo poi allargare lo spettro tematico. Trovavo e trovo tutt'ora deprimente e, se mi permetti, offensivo per la mia ragione e per la mia stessa condizione di adulto, l'angustia e la limitatezza di temi sui quali è considerato, se non lecito, quantomeno opportuno scrivere. Solo amori nevrotici o, in alternativa, priapismi da due centesimi. Oppure sociologismi prêt-à-porter da centrosocialino quindicenne in bocca a gente di quarant'anni, ecumenismi da supermercato spacciati per coscienza umanitaria. Monologhi dell'ormone nel casermone con il dizionario di trenta vocaboli gabellati per ghiotti spaccati del malessere urbano. Insomma, mi pareva che, malgrado mi spaventasse un po' la prospettiva di tornare a fare musica, non ributtarmi nella mischia sarebbe equivalso a rassegnarsi a quell'andazzo.
Oggi, posso sentirmi ragionevolmente certo che questi obiettivi sono stati conseguiti. In relazione alla magrezza dei tempi, il riscontro ottenuto da un prodotto tanto atipico e, per certi versi, problematico, va oltre le più rosee aspettative della prima ora. Dovessi indicare, però, l'elemento del quale vado maggiormente orgoglioso non avrei dubbi. Io credo che IANVA sia riuscita a spezzare, almeno nel suo perimetro d'azione, la tirannia del tempo presente. Imperversa una sorta di ossessione dell'attualità che ci sta deprivando di tutto. È un riduttore applicato al linguaggio, al comune sentire, all'insieme dell'esperienza umana. Ha spazzato via dalla narrazione, dalle arti, dalla comunicazione, la Storia, il paesaggio, l'idea stessa di destino. È un dispositivo di controllo subdolo, ma molto potente. L'idea che, nel nostro piccolo, lavoriamo per sabotarlo non può che galvanizzarmi. È ovvio che le nostre attività future andranno in quella direzione e sono moderatamente ottimista a riguardo.
Hai aperto il recente concerto all’Unwound di Padova con una declamazione piuttosto secca, per quanto carica di genuino entusiasmo: “Finalmente riusciamo a suonare in Italia – sul serio”. Ora, senza entrare nel merito della polemica che si può leggere tra le righe, quante e quali difficoltà incontra un progetto come IANVA ad esibirsi su palcoscenici italiani? Esiste davvero una così marcata contrapposizione con la realtà estera?
Dici bene: questo è un tema sul quale sarebbe bene evitare polemiche. Ma è anche vero che la tua domanda esige una risposta. A me pare che i problemi siano essenzialmente due. Primo: in Italia il pubblico interessato all'aspetto live che non riguardi i soliti tre o quattro nomi “ecumenici” è sempre più scarso e gli organizzatori hanno una paura fottuta di rimetterci. Del resto come dare loro torto? Qui un metro quadrato di palco da montare costa tre volte tanto rispetto al resto d'Europa. Un service scalcinato costa più di uno ultra-professionale altrove. La SIAE ti massacra. Le affissioni ti tolgono la pelle di dosso. Le questure rendono la vita durissima. Basta si svegli una bacucca a caso che affermi di essere stata disturbata dal rumore ed ecco i vigili urbani che impongono la serrata istantanea. Non stupisca: l'elettorato italiano è, in larghissima parte, vecchio. Se lo accontenti in certi, innocui, miserabili capricci che, oltretutto, non costano nulla, sarà poi più facile farlo campare con pensioni da mendici e metterlo in coda per mesi alle ASL.
Curiosamente, ciò non vale per le discoteche dove, al contrario, tutto è permesso senza che nessuno possa farci nulla. Ma qui vale un altro assioma strapaesano: dove impera la gnocca c'è tutto, laddove manca, non c'è niente. In generale, come ti muovi, a ogni passaggio si presenta qualcuno esigendo soldi. A meno che non si accetti di pagare una forma differente di pizzo mettendosi sotto la protezione di qualche organizzazione politica. Ma allora ci si dovrà anche dimostrare sensibili, anzi sensibilissimi, alla loro idea di programmazione. Aggiungi a tutto questo che noi siamo un gruppo atipico anche dal punto di vista della formazione. Ed eccoci di colpo proiettati nel problema numero 2. Un paio di decenni di politiche del calibro di quelle sopra descritte hanno progressivamente fatto striminzire il settore. Pubblico, risonanza, significanza, indotti e spazi fisici sono rimpiccioliti fino a diventare minuscoli. La nostra line-up è formata da nove membri attivi sul palco e un fonico personale, come si addice a un ensemble “poderoso” che suona in acustico quale il nostro. Per quanto di modestissime pretese economiche, il solo fatto di mettere in moto e alloggiare dieci persone terrorizza le tasche dei promoter.
Comprensibile, ma in fondo errato, dato che finora la nostra audience è stata sempre parecchio nutrita e affezionata, contrariamente a certi altri blasonati nomi stranieri trattati con tutti gli onori del caso. All'estero la situazione è diversa per svariate ragioni: in primis esiste ancora un pubblico di una qualche consistenza numerica. Le ingerenze della politica, del fisco, il sistema stesso delle regole che non sono fatte, come da noi, con la trasparente intenzione di rendere impossibile la loro osservanza in modo di poter poi applicare la sanzione, non sono così invalidanti. Non escludo che grandi eventi, come per esempio il WGT, non vedano sullo sfondo qualche capo-bastone della politica locale che, magari, ci mette su le sue tre gocce di urina. Ma lo spirito è differente. Certi eventi, là, sono visti dalle municipalità, dagli operatori turistici, dalla popolazione stessa come una risorsa. Persino le aziende di trasporti si convenzionano con gli eventi. Qui sono visti sempre e solo come un problema e un disturbo. Curiosamente, invece, dal mondo del calcio si tollera qualsiasi cosa. Un esempio: Genova è angusta e gli anticipi di campionato sequestrano letteralmente mezza città. Una volta sì e una no sono danni. Ma la gente non parla letteralmente d'altro che di calcio. Questo, naturalmente, alimenta la convinzione di molti promoter italiani che la musica sia, in fondo, una faccenda da quindicenni, disbrigabile con un personaggio da reality o talent show portato in piazza con denaro pubblico, mentre per gli adulti esistono già calcio, gossip e pornografia. Il fatto tragico è che la massa critica di Strapaese dà loro ragione a gran voce.
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Italia, anno 2010. In alto, troviamo personaggi dal valore umano quantomeno discutibile, una decadenza morale inusitata e un dialogo politico ridotto ormai a un teatrino che non interessa, né emoziona, più nessuno. In basso, un popolo spettatore la cui completa assoluzione dalle colpe risulta però difficile. È davvero “l’Ultimo Atto” per l’Italia oppure riesci a vedere una qualche possibilità di riscatto? Se sì, da dove può partire questa rivalsa e qual è, ammesso che esista, il ruolo ricoperto dalla Musica – e per estensione dall’Arte – in questo processo?
Ti dirò, per l'occasione mi va di essere più franco di quanto sia mai stato È curioso come, invecchiando, cogli in crescendo l'estrema complessità delle cose, ma, alla fin fine, giungi a realizzare che ciò che è davvero indispensabile capire è, in fondo, straordinariamente semplice. Nello specifico io credo che il punto a cui siamo giunti, in Occidente, ma in Italia in particolare, necessiti di una sola ricetta: la pura e semplice violenza. Esistono snodi della Storia dove solo l'azione è feconda e non c'è spazio per nient'altro. Ogni margine di riflessione è annullato, ogni ipotesi di contrattazione suona improbabile, deprimente o, ci aggiungo, ridicola. Questa è, in sintesi, la verità sul conto di noi umani. Chi afferma il contrario è un ingenuo o un ipocrita.
Detto questo, però, occorre intendersi sul significato da attribuire ai termini che ho usato. A mio modo di vedere violenza e azione dovrebbero essere espressione di una volontà, se non collettiva, almeno di una minoranza nutrita e galvanizzata da idee nuove. Passibili di fallimento e di disillusione, certo, come altre che le hanno precedute, ma in grado, almeno, di arieggiare un po' i locali e farci respirare una stagione di ossigeno. Una forma organizzata e ben indirizzata di azione ha il pregio di incanalare frustrazioni e disperazioni che lasciate marcire come sono oggi nel corpo sociale generano solo violenza insensata di tutti contro tutti. Mai come oggi la nostra civiltà è stata dominata da valori untuosi e mai come oggi la violenza si è consumata in strada, in famiglia, nelle relazioni tra i sessi, nelle identità fasulle e nei localismi coatti. Il problema è che il regime della comunicazione svuota l'azione di senso nel momento stesso in cui essa inizia a dispiegarsi. Chiunque lancerà il guanto della sfida dovrà avere ben chiaro che il suo agire dovrà essere trasversale e imprevedibile. Pena l'immediata fine dei giochi.
Più complesso è il ruolo dell'artista. Personalmente non ho mai creduto nei musicisti arruffapopoli e negli intellettuali armati, a meno che non si chiamino D'Annunzio o Mishima. Credo, invece, che si dovrebbe lavorare sulle emozioni e sui sentimenti. La gente è stata, negli ultimi decenni, talmente ingozzata di meschineria, da essersi come antropologicamente ristretta. Oggi per l'uomo medio coraggio significa fare a botte per una precedenza e passione ammazzare la donna che li ha lasciati. Per l'artista contemporaneo una bella sfida è quella di indicare, mettendo le mani nelle emozioni, che ogni uomo può avere una sua via per la “grandezza”. Ma quella vera: la grandezza d'animo. Così operando, oltretutto, farebbe anche un favore a sé stesso: in un'umanità definitivamente “ridotta”, il suo ruolo e l'Arte stessa perderebbero ogni ragione di essere. Se ti guardi bene attorno ti renderai conto che sta già accadendo.
A grandi linee, strumenti musicali che non siano acustici vengono riassunti nei vostri libretti con il programmatico epiteto di “macchine”. Al di là dell’evocatività e fascino del termine scelto, qual è il rapporto di IANVA con le moderne tecnologie, sia in ambito musicale che in quello quotidiano?
Beh, al di là della rievocazione dell'epos futurista o di quello degli albori della musica industriale, ci pare abbia quella tipica funzionalità che è, sovente, prerogativa delle cose semplici. Del resto la semplicità e la funzionalità delle nuove applicazioni mi affascinano, ma, sebbene mi piacerebbe fosse il contrario, è una qualità di fascino che è tipica degli osservatori esterni. Dev'essere una questione generazionale: sono nato e cresciuto in un mondo senza computer, quando la televisione trasmetteva in bianco e nero, e le prime telefonate “private” le ho fatte con un telefono pubblico a gettoni. Cose del tutto impensabili per un ragazzo di oggi, ma anche per un trentenne.
Non c'è nulla da fare: al cospetto di certe tecnologie, pur avendo imparato l'indispensabile, provo sempre la vaga impressione di vivere in un mondo che mi ha superato. Gli altri del gruppo, invece, essendo più giovani, hanno tutt'altro tipo di rapporto, con una confidenza e una naturalezza che non posso che invidiare. Ci sono anche un paio di esperti tra loro i quali si accollano il grosso del lavoro di registrazione, missaggio, editing, etc. Detto questo, trovo del tutto fuori luogo il dibattito interminabile che è in corso da anni nei piani “alti” per stabilire se l'avvento dell'informatica nella vita quotidiana determinerà alla lunga vantaggi o danni. A sentire le case discografiche, per esempio, parrebbe di essere al cospetto di un autentico flagello per via della questione del peer-to-peer. Musicisti blasonati lamentano che l'avvento dei software musicali ha saturato il mercato di robaccia. Cinema e musica dal vivo vanno deserti e così via.
Mi pare un atteggiamento a dir poco strampalato. Da quanto tempo, infatti, le major ci sommergevano di robaccia e paccottiglia brutta e stupida al punto di essere offensiva? Le vendite erano in picchiata già prima dell'avvento dell'era del file sharing e, dunque, credo ci sia molta disonestà intellettuale nelle affermazioni di questi signori (i quali, tra l'altro, dovrebbero avere almeno la decenza di evitare di piangere miseria, viste le cifre che ancora si trovano a maneggiare per promuovere e immettere sul mercato pura spazzatura). E poi mi chiedo come possa un musicista rammaricarsi del fatto che siano comparse nuove tecnologie che consentono anche a suoi colleghi misconosciuti o squattrinati di emanciparsi dal ricatto di etichette ed etichettine. Entità che, per il solo fatto di detenere il supremo potere di disporre di un capitale da investire in studio, sovente si sentivano in diritto di agire da aguzzini nei confronti dei musicisti.
Questa gente pare non rendersi conto che molte realtà musicali, senza l'avvento della tecnologia a buon mercato, non avrebbero mai visto la luce, semplicemente perché chi investe vuole andare sul “sicuro”. Il che, tradotto nella pratica dalla forma mentis degli investitori, significa null'altro che “sentito e stra-sentito”. Ritengo che lamentarsi da parte di major e grossi nomi del proliferare di proposte musicali senza la mediazione dell'industria sia, oltre che poco serio, anche, in qualche modo, ridicolmente moralistico. Se la qualità media è scadente non è colpa della tecnologia che, di per sé, sarebbe uno strumento docile, ma del fatto che, a monte, qualcuno o qualcosa si era già incaricato di mandare a puttane il gusto della gente. Avrebbe senso, piuttosto, chiedersi chi, come e perché. E sono persuaso che, anche in questo caso, sia implicata la comunicazione. Sempre lì, infatti, andrebbe ricercata l'origine di quell'idea diffusa che, purtroppo, sta rendendo certe risorse sempre più fonte di nuovi problemi. Ossia che ogni libertà è pienamente tale solo se se ne abusa.
L'idea stessa del “limite” o della regola viene percepita come un attentato a questa libertà. Anche quando certi limiti si chiamano educazione, buon senso, e quant'altro. Le generiche norme di convivenza, insomma, che dovrebbero rendere comprensibile a chiunque certe evidenze. Tipo che se un gruppo si auto-produce, investe tempo, lavoro, denaro, speranze in un supporto fisico, in una produzione reale e non virtuale, non merita di vedersi subito spacchettato, clonato e ridotto all'insignificanza di un file viaggiante tra miliardi di altri. Da un lato ci si sforza e ci si svena per produrre un bene reale e dall'altro, con un paio di clic, si riduce tutto questo solo a ulteriore massa informativa dispersa nel rumore di fondo. Nonché, va detto, si scoraggiano eventuali, futuri investimenti. Poiché non credo nell'utilità dei divieti, l'ideale sarebbe che sorgessero nuove forme di educazione in grado di mediare queste nuove forme di libertà. Ma devo limitarmi a rilevare che, al contrario, sono andate rottamate anche le forme tradizionali. Ciò che resta è, dunque, questa idea del no-limit sposata alla tecnologia, ma senza che si scorgano ancora strumenti di civiltà in grado di prevederne e governarne gli esiti.
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A mio avviso, tanto Disobbedisco! quanto Italia: Ultimo Atto rappresentano, per quanto con diverso intento e dilatazione temporale, due epiche centrate sul medesimo protagonista, ovvero quell'heròs inutile incarnato prima dalla Legione Fiumana e poi dalla silenziosa resistenza di un popolo dinanzi a settant'anni di declino italiano. In entrambi i casi, eroi "vinti" dalla storia e dagli eventi. Ammesso che questa mia interpretazione sia valida, vedremo mai IANVA liricamente alle prese con l’altra sponda della barricata, ovvero i vincitori? Oppure è un punto di vista narrativo che ritenete di per sé meno interessante?
Dovrei prima sapere cosa intendi esattamente per vincitori. Nel ristretto novero della guerra civile esiste, almeno teoricamente, una parte che ha vinto. Solo che, dal sommo di Pavese all'infimo di certe band di neo-partigiani del saltello in levare, l'epopea resistenziale ha avuto più narratori da sola dell'intera somma di due millenni di Storia peninsulare. Non è che fosse poco interessante, solo che ci sembrava tempo di affrontare anche qualche angolazione differente. E non necessariamente quella dei vinti, così come li intende un Pansa, per esempio.Il mio punto di vista è abbastanza lineare: in un paese che ha perso una guerra mondiale e con essa la sovranità, che è stato ed è tuttora militarmente occupato, che non ha, secondo ogni evidenza, alcun margine di manovra per agire sullo scacchiere globale nell'interesse dei suoi cittadini, ma sempre e solo su mandato e nell'interesse dei padroni, è del tutto assurdo, sul piano filosofico e politico, ritenere che ci sia una quota di cittadinanza che ha vinto su un'altra.
Il fatto che qui si persista con questa configurazione è, semmai, una prova ulteriore dell'anomalia italiana. Chiarito ciò, non è che io ami i perdenti in quanto tali. Ci sono state cause meritatamente sconfitte che non sento alcun bisogno di cantare. Altre che avrebbero meritato miglior fortuna, ma che ugualmente non mi ispirano quel quid di epicità che mi fa insorgere la tentazione di prestare loro voce. Ma poiché, da qualche secolo, il Male, per un verso o per l'altro, vince a man bassa, mi sa tanto che il giorno in cui scriveremo una storia di vincitori sarà frutto unicamente della nostra immaginazione.
È tutto. Vuoi congedarti dai nostri lettori con un messaggio in particolare?
Solo un saluto a tutti e un grazie sentito a voi e a tutti coloro che ci seguono e ci supportano.
(Foto dell'articolo: Daniel Nervi)
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