Hugo Cabret: quando gli ingranaggi non girano

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I casi del destino. Due nazioni lontane, cast artistici e tecnici antitetici, una coppia di film e lo stesso filo rosso conduttore, il cinema dei tempi che furono. The Artist e Hugo Cabret hanno parecchie cose in comune, a cominciare dall’amore che entrambe dimostrano nei confronti della settima arte. Se il bel film di Michel Hazanavicius è in tutto e per tutto un’opera silenziosa girata ai giorni nostri, Hugo Cabret sfrutta a pieni mani la tecnologia moderna per ricreare l’atmosfera parigina del periodo a cavallo tra le due guerre mondiali e raccontare la storia di un ragazzo, Hugo Cabret, e del suo strano rapporto con George Méliès, uno dei padri fondatori del cinema.

Visivamente Hugo Cabret è meraviglioso. Valori produttivi eccelsi, attenzione certosina ai più piccoli ed insignificanti dettagli, una ricostruzione storica eccezionale, le clamorose scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo e tanti soldi spesi che, sullo schermo, si contano fino all’ultimo centesimo. La prima perplessità sorge sulla presenza ed efficacia del 3D. Che questa tecnologia sia un pacco, è stato detto da tanti e da tempo. Fino a oggi però, il fatto che ad utilizzarla siano stati cagnacci di varia estrazione per osceni action movie aveva fatto sorgere il dubbio che, in mano ad un “maestro”, questa avrebbe potuto dimostrare le sue vere potenzialità. E invece no. Hugo Cabret offre pochissime sequenze di vero impatto visivo sotto il profilo della tridimensionalità, aggiunge zero sotto il profilo della narrazione e, fatti i debiti paragoni, l’Avatar di James Cameron resta ancora oggi l’unico film ad averla sfruttata al meglio (o al massimo, temiamo).

Fatti i dovuti elogi a Scorsese e al suo team quanto alla forma, c’è purtroppo da stigmatizzare la quasi totale assenza di sostanza. Hugo Cabret è lento, quasi mai appassionante, con personaggi la cui funzione è misteriosa (Sacha Baron Cohen/Ispettore della stazione) quando non totalmente inutile (Christopher Lee/Monsieur Labisse), troppo lungo e diluito, privo di suspance e in certi momenti quasi imbarazzante quanto a ingenuità narrative. La sceneggiatura di John Logan affastella fatti su fatti, senza mai riuscire a emozionare davvero e troppo spesso a tenere in piedi il tutto è solo l’ottima alchimia tra i due giovani protagonisti, il glauco Asa Butterfield e l’oramai affermatissima Chloë Moretz. Non è chiaro quale sia o voglia essere il pubblico di riferimento: come avventura per bambini è troppo antiquata, poco interessante e inefficace sotto il profilo “didattico” mentre come film per gli adulti si perde tra sontuose scenografie, costumi, fumi e ingranaggi, ma senza mai trovare la chiave per entrare nel cuore dello spettatore. La volontà di Scorsese di ricordare l’importanza del cinema che fu e della sua preservazione è di palese evidenza (lui stesso finanzia spesso operazioni di restauro di opere che altrimenti andrebbero perdute), ma il messaggio non viene quasi mai veicolato con la giusta efficacia (tranne forse che nelle scene in cui il vecchio regista ricorda gli inizi della sua carriera e che faranno fischiare le orecchie a tutti i fan degli Smashing Pumpkins).

Nella sfida con The Artist, Hugo Cabret esce sconfitto, perchè, se il primo, pur ruffianello, resta un sentito omaggio al cinema muto e dimostra che quella tecnica e quel modo di fare cinema possono risultare accattivanti anche oggi, il secondo appare un mero esercizio di stile che, diciamolo chiaramente, deve tutto o quasi al nome di Scorsese dietro la macchina da presa (e, in un breve cameo, davanti). Se Hugo Cabret fosse stato diretto da Jean Pierre Jeunet (giusto per citare un regista a suo agio tra pulegge, ingranaggi e oggetti meccanici) sarebbe passato quasi certamente inosservato e in-nominato. Insomma, pare proprio che Scorsese sia condannato a ricevere premi per i film sbagliati.



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