Dopo aver esplorato un piccolo ufficio Britannico in The Office, è il momento di entrare nell’ufficio più famoso del mondo: La Casa Bianca, il cuore di The West Wing.

The West Wing è un caso unico nella storia della televisione moderna: ha narrato il mondo della politica e non solo è riuscito a raccontarlo con successo, ma l’ha influenzato direttamente. La televisione è il medium dove i politici nascono e muoiono, in ogni momento, il mondo che si sta cercando di riprodurre è fresco nella mente degli spettatori. Sbagliare è molto facile. Ma dal primo momento in cui entriamo nella Casa Bianca che fa da cuore alla serie, diventa chiaro che è la realtà a dover dimostrare di essere meglio della presidenza di Jesiah Bartlet. Un presidente che non esiste – e probabilmente non esisterà mai. Cattolico devoto, democratico, straordinariamente brillante, capace di far convivere un sincero rispetto per i valori tradizionali con uno sguardo sempre puntato in avanti, pronto a capire e abbracciare i cambiamenti sociali. Per sette stagioni, The West Wing ha raccontato la vita nel cuore del paese più influente del mondo, e della gente che lo fa vivere.

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La serie nasce dalla mente di Aaron Sorkin, uno sceneggiatore che dopo il primo successo con la sceneggiatura di Codice d’onore (A Few Good Men), è rapidamente diventato una delle penne più intriganti di Hollywood, grazie ad uno stile narrativo ricco di dialoghi rapidi e complessi, personaggi pieni di coraggio e ideali, e un gusto raro per la dialettica. Il ritmo della sua scrittura ricorda l’era d’oro della commedia americana, combinato con una grande attenzione al dramma. I suoi primi lavori sono pieni di dialoghi e personaggi memorabili, e idee geniali. Spesso sembrano voler esplodere oltre le due ore di durata. Dopo qualche anno completamente dedicato al cinema, Sorkin è approdato in televisione, dove ha creato, scritto e prodotto una serie ambientata nel mondo del giornalismo sportivo. Sport Nights non ha avuto molto successo, ma ha fatto conoscere allo scrittore il produttore e regista Thomas Shlamme, con il quale Sorkin ha cominciato a sviluppare l’idea di una serie ambientata nella Casa Bianca, luogo in cui aveva già ambientato The American President, una commedia di successo diretta da Rob Reiner. Con l’ingresso di John Wells, produttore di grande esperienza, già dietro al successo di ER, The West Wing ha cominciato ad entrare nelle case dei telespettatori americani, nel 1999.

The West Wing doveva inizialmente ruotare attorno al personaggio di Sam Seaborn, interpretato da Rob Lowe, uno degli attori più popolari tra quelli usciti dal “Rat Pack” degli anni ’80, e la figura del presidente doveva essere marginale al racconto, una presenza quasi mitica, circondata da uno staff brillante. Ma la straordinaria interpretazione di Martin Sheen nei panni di Bartlet ha fatto cambiare i piani a Sorkin e ai suoi colleghi. Bartlet è diventato il perno della serie, e Seaborn è stato spodestato dal suo ruolo centrale da Josh Lyman, il vice capo dello staff del presidente, il personaggio con cui lo spettatore si può immedesimare con più facilità, un uomo pieno di debolezze e fascino, brillante e imperfetto. E i suoi colleghi sono altrettanto affascinanti: da Leo McGarry a CJ Cregg passando per Donna, Toby e Charlie, la serie ha prodotto decine di ruoli memorabili. Sorkin è uno di quei scrittori che fa sembrare importante e vivo anche un personaggio che appare in una singola scena delle sue opere. Ma al di là delle caratterizzazioni, il cuore di The West Wing esplode nel momento in cui i personaggi parlano tra loro, e in particolare quando entrano in conflitto.

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Sorkin riesce sin dai tempi di A Few Good Men a scrivere gli argomenti migliori per entrambi gli interlocutori di un dibattito infuocato. Non descrive un mondo polarizzato in bene e male, ma in diverse posizioni che cercano di portare avanti la loro idea di bene. Gli scontri di opinioni su argomenti apparentemente noiosissimi, dal censimento fino alle mappe geografiche mondiali, diventano così elettrici e affascinanti quanto elaborate scene d’azione. Parte di questo risultato è ottenuto grazie alla scelta del regista Shlamme di creare complessi piani sequenza nei quali diversi personaggi parlano tra loro per minuti interi, in un intreccio di dialoghi che ha dato alla serie un ritmo inconfondibile. Nonostante The West Wing sia una serie incentrata attorno ai dialoghi, è un capolavoro di dinamica, perfettamente capace di dare il senso della vita in mezzo ad un’organizzazione che deve letteralmente giocare sul futuro del mondo, giorno per giorno. E ha sempre rispettato la responsabilità di mettere in scena una realtà così importante.

The West Wing è andato in onda dal 1999 al 2006; la terza serie è andata in onda poche settimane dopo l’11 settembre 2001, con un primo episodio slegato dalla narrativa della serie, una riflessione sul terrorismo che ha colpito per il suo tatto in un momento in cui la ferita degli attacchi agli USA era più fresca. Superare questo momento ha permesso alla serie di consolidare la sua reputazione di fronte al paese. Nei primi quattro anni della sua corsa ha vinto quattro Emmy come migliore serie drammatica, la cima di una montagna di premi prestigiosi vinti dalla serie e i suoi interpreti.

A poco a poco, Bartlet, McGarry e Lyman sono divenuti personaggi familiari a chiunque rifletta sulla politica statunitense, fino ad influenzare direttamente anche vari episodi di politica nazionale e non. The West Wing è stata studiata come possibile strumento didattico, nonostante Sorkin abbia più volte ribadito che l’obiettivo della trasmissione è sempre stato l’intrattenimento puro, di mettere in scena una storia che parla di persone, prima che di realtà storiche. Ma andare dietro le quinte di un mondo così importante dà la sensazione di poter capire che sono proprio le persone, le loro ambizioni, i loro pregiudizi e i loro rapporti a far muovere i fili di governi spesso visti come monolitiche macchine di potere. Piuttosto che guardare alla democrazia come un sistema, Sorkin la racconta come un organismo vivente: a volte illuminato, spesso fallimentare, il cui pregio maggiore è quello di usare i fallimenti come lezioni su cui basare i piani per un futuro migliore. E l’impressione è che chi ha scritto questa serie creda sinceramente alla bellezza di questo organismo, alla sua vitalità. La speranza di Barlet è del suo staff non è mai passiva. Non aspettano che le cose vadano meglio. Vogliono migliorarle da soli. La passione di Sorkin non è per la politica che cerca di sostenere una posizione; la sua passione è per il dibattito. E il dibattito è il cuore di una democrazia. The West Wing è un inno alla democrazia come apice dell’umanesimo in politica.

Per quanto sia evidente che la serie sia scritta da un punto di vista liberale, soprattutto nelle prime quattro stagioni, in The West Wing i repubblicani non sembrano una manica di idioti. Sembrano persone con idee diverse dai democratici, la cui storia ha peso, ha senso, ha importanza. Dipingerli come idioti sancirebbe la vittoria del cinismo nel dibattito politico, l’idea che una delle parti sia marcia. Ma ma la scrittura di Sorkin nega il fascino del cinismo. E mai con ingenuità. Lo scrittore non ha avuto una vita facile: la sua passione per la lotta e la comunicazione con il prossimo è tanto più forte perché ancora vivida dopo esperienze molto complesse e pubblicizzate con la dipendenza per le droghe. La vita di Sorkin si è dimostrata non essere particolarmente compatibile con la televisione. La sua ossessione per i dettagli e per il controllo (moltissime delle sceneggiature della serie sono state scritte completamente da lui; la sua firma appare in 85 dei primi 89 episodi), che per sua stessa ammissione ha fatto sì che tutti gli episodi da lui prodotti fossero consegnati in ritardo e sforando il budget iniziale, l’ha portato ad un livello di stress che ha compromesso la sua salute mentale.

Sorkin ha lasciato la serie dopo la quarta stagione, lasciando il timone a John Wells. Dopo qualche puntata di assestamento, la serie è tornata ad alti livelli, dimostrazione tanto della professionalità del veterano Wells che della forza del format e dei personaggi creati da Sorkin. Le ultime tre stagioni hanno perso un po’ in brillantezza, ma hanno guadagnato in coesione; lo stile di Wells ha permesso agli intrecci di avere più respiro. L’ultima stagione, dove il successore di Bartlet, un giovane democratico di origini messicane, Santos, sfida un brillante candidato repubblicano, è molto riuscita. Il fatto che Santos fosse ispirato a Barack Obama è l’ennesima dimostrazione del rapporto a volte quasi presciente della serie con la realtà.

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The West Wing ha avuto un ruolo notevole nel precisare cosa significano gli Stati Uniti d’America. L’idea che si ha della federazione statunitense è molto legata all’idea del libero mercato, dell’economia selvaggia, della ricerca di un modo per sopraffare il prossimo e arrivare in cima. È una narrativa che è esplosa in particolare nell’ultimo trentennio, una conseguenza diretta della presidenza Reagan e dall’esplosione della finanza, ancora oggi molto presente nel nostro dibattito politico. Ma la storia dell’America come paese si è formata in grande parte per l’evoluzione del servizio pubblico, nel modo in cui Stato e popolo cercano un equilibrio che metta d’accordo centinaia di milioni di ex immigrati molto diversi tra loro. L’attenzione agli ingranaggi del mondo politico aiuta a capire l’attenzione che questo paese pone sulla sua storia e sull’importanza delle sue leggi, delle sue tradizioni, dei momenti condivisi che hanno unito il paese. The West Wing rappresenta la visione più energetica e positiva di una storia complessa che la televisione statunitense sta esplorando in tutte le sue fasi. Da Deadwood passando per Boardwalk Empire, arrivando al lato oscuro delle cose rappresentato da The Shield e in particolare The Wire, un altro capolavoro che funziona come contrappeso urbano e brutale al mondo elitario di The West Wing.

Quando pensiamo ad un grande confronto tra un piccolo potere contro un grande, pensiamo a Davide e Golia. Quando si riflette sull’arroganza degli uomini nell’affrontare la natura, parliamo di Prometeo. La mitologia è fondamentale, è parte del vocabolario comune. La frequenza con cui il mondo della politica cita i personaggi e i dialoghi di The West Wing fa pensare che la serie di Sorkin sia ormai parte integrante del linguaggio politico degli Stati Uniti, e non solo. Da un certo punto di vista è dimostrazione di un’idea che si respira molto nella serie: dell’importanza di costruire un paese che non si limiti a citare la mitologia, ma che faccia mitologia, giorno dopo giorno.

CONSIGLI DI VISIONE

Originale o doppiata?

Il linguaggio di Sorkin è un tesoro dei nostri tempi, e da solo giustifica lo sforzo di imparare l’inglese. Ma la serie si basa molto su idee e concetti, tutte cose decisamente apprezzabili anche doppiati. Il problema, più che altro, è che la serie non è particolarmente semplice da reperire in italiano in qualità decente. Solo la prima stagione è disponibile in DVD, al momento. Al contrario, tutta la serie è disponibile in DVD anglofoni in un confanetto spettacolare venduto a prezzi molto abbordabili.

Se vi è piaciuta questa serie, guardate:

La prima serie di Sorkin, Sport Nights, è ancora godibile, ma forse più adatta ai fan sfegatati dell’autore. Studio 60 on the Sunset Strip, da lui prodotta dopo l’abbandono di The West Wing, è invece un’ottima serie purtroppo conclusasi alla prima stagione. Non è perfetta, ma ha momenti straordinari e si fa vedere dall’inizio alla fine con grande piacere. A breve Sorkin tornerà in televisione con The Newsroom, una serie ambientata in una redazione di un canale di notizie via cavo, argomento perfetto per lo scrittore. Per rendere più semplice l’attesa, merita recuperare alcuni dei film scritti da Sorkin: Charlie’s Wilson War, Moneyball, e The Social Network, per il quale ha vinto un Oscar.

L’eredità della serie:

L’impatto di The West Wing è stato piuttosto sorprendente: la serie non ha portato ad un risorgere di progetti dedicati alla politica statunitense (l’esperimento di Commander in Chief, con Geena Davis, è fallito dopo la prima stagione), ma ha dato coraggio a un’intera di generazione di scrittori che hanno capito che è possibile parlare di argomenti apparentemente noiosi in maniera coinvolgente. Difficile non trovare echi di The West Wing in Battlestar Galactica, Game of Thrones, o anche in 24. Dopo The West Wing, l’unica serie a occuparsi di politica in maniera efficace è arrivata dall’Inghilterra, con The Thick of It.

 

PUNTATE PRECEDENTI:

Introduzione – Lost

1 – Buffy L’ammazzavampiri   

2 – Twin Peaks 

3 – Friday Night Lights

4 – The Office

 



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Emilio Bellu

Scrittore, cineasta, giornalista, fotografo, musicista e organizzatore di cose. In pratica è come Prince, solo leggermente più alto e sardo. Al momento è di base a Praga, Repubblica Ceca, tra le altre cose perché gli piace l'Europa.

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4 Comments

  1. Mi è piaciuta un sacco questa recensione, non posso essere che d’accordo. Come faccio a sapere quando escono i prossimi articoli?

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    2. Grazie lolla; anticipo anche che il prossimo articolo di questa serie verrà pubblicato tra una decina di giorni, e parlerà di Freaks and Geeks, una serie mai arrivata in Italia, da recuperare assolumente.

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