Pillole di Grindhouse #01: Exploitation Today

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Quando si parla di exploitation cinematografica, si fa quasi sempre riferimento al passato. In particolare, si rievoca quel periodo che parte dagli anni Quaranta, con la nascita dei B-movie propriamente detti (ossia dei mediometraggi girati in economia per accompagnare le proiezioni di film maggiori, secondo la logica del “double feature”), e arriva sino alle soglie dei Novanta, quando raggiunge il suo apice la diffusione del cinetrash “direct to video” in VHS. All’interno di questi confini temporali, si consuma l’intera epopea dei colorati gimmicks da matinée, delle assurde programmazioni dei drive-in e della controversa realtà legata alle sale grindhouse del “Deuce” newyorkese (il famigerato incrocio tra la 42esima Strada e Times Square, teatro di violenze e degrado per tutti gli anni Settanta).

Di tali fenomeni e dell’incredibile quantità di pellicole ad essi associata ci sarebbe da scrivere per una vita intera, ovvio, ma troppo poco spesso si pone l’attenzione su quale sia oggi l’eredità effettiva dell’exploitation.

Prodotti filologici come i film della serie Grindhouse sono un lussuoso omaggio alle icone dell’epoca d’oro del cinetrash, tanto carichi di passione quanto velati di nostalgia, ma non rappresentano una vera e propria attualizzazione del genere. Diversi cineasti di consumata esperienza, come Roger Corman o John Landis, concordano sul fatto che siano i blockbuster hollywoodiani il corrispondente moderno e ad alto budget dell’exploitation tradizionale. Questa teoria (almeno secondo il sottoscritto) trova riscontro solo parzialmente, perché se da un lato è innegabile lo sfruttamento continuo delle medesime idee da parte degli studios californiani (si pensi solo a quanti film e telefilm su zombie o invasioni aliene sono stati prodotti in USA negli ultimi anni), dall’altro è anche vero che le pellicole mainstream mancano di quell’esuberanza e di quella vena di follia tipiche dei B-movie.

In realtà, una genuina exploitation moderna esiste, solo che il suo bacino è difficile da perimetrare, in quanto viene alimentato da migliaia di cellule sparse per i più disparati Paesi del mondo. Si tratta di mestieranti isolati, ma tutti guidati da quell’ispirazione stramba che sposa la necessità di compiacere il pubblico ad assurde velleità artistoidi, foriere di soluzioni sopra le righe e involontariamente geniali. L’attuale accessibilità ad attrezzature cinematografiche semiprofessionali e la possibilità di diffondere i propri prodotti attraverso il digital delivery favoriscono ulteriormente la crescita dell’offerta. In questo modo, l’attuale scena dei B-movie, pur non avendo più un nucleo di aggregazione ben definito (come era un tempo il drive-in), è forse la più vasta e variegata di sempre. Ignorarla significherebbe perdere di vista la natura stessa dell’exploitation e del cinetrash.

Il concetto di exploitation s’incarna ovviamente nello sfruttare all’estremo temi pop e ammiccanti, ma l’accanimento sui medesimi soggetti fa sì che questi diventino in breve tempo inflazionati. Pertanto, exploitation non significa solo ascoltare la pancia dello spettatore popolare e sollazzarla con prodotti pensati ad hoc, ma anche sapersi distinguere dalla folta concorrenza attraverso soluzioni bizzarre e innovative, che catturino l’attenzione sin dal primo colpo d’occhio. Proprio il connubio tra necessità commerciali e impulso creativo costituisce il “bello” del genere, che risulta essere, quindi, sia un giocoso specchio storico della società, sia un crogiuolo di trovate ardite, sperimentali, spesso seminali. A tal proposito, vale la pena citare i romanzi della trilogia del Drive-In di Joe R. Lansdale, nati da un sogno fatto dallo scrittore, dopo aver ingurgitato bulimicamente tonnellate di B-movie per una vita intera. Si tratta di un esempio significativo di come idee scaturite dall’immaginario di registi scapestrati siano state capaci di fecondare la fantasia dell’osservatore, stimolandola, anche a decenni di distanza.

 

 

In qualche modo complementare a quello di exploitation è il concetto di cinema trash, che, al netto dei suoi aspetti più bassi e triviali, si riallaccia ai principi sottesi all’omonimo film di Paul Morrissey del 1970 (Trash, appunto). Coerentemente con la poetica iconoclasta warholiana, il lungometraggio è volto a rendere evanescente il confine tra low art e high art (in questo caso la Settima Arte). Così, il trash non è solo consapevole e sfacciata ostentazione di cattivo gusto, ma pure una sorta di “lingua volgare” del cinema, dove il prodotto d’autore e quello popolare si fondono tra loro in un’alchimia esplosiva. Talvolta è l’artista visionario che visita gli ambienti sociali più difficili (come nel caso di John Waters), altre volte accade l’esatto contrario ed è l’uomo di strada a conquistare la poltrona di regista (basti pensare al nostrano Sergio Citti).

Oggi, anche grazie ai “netizen” maggiormente intraprendenti, questi due principi di exploitation e cinetrash si trovano più espressi che mai. I relativi prodotti costituiscono, quindi, un prezioso strumento per leggere i gusti, la sensibilità, le paure, le “fisime” di società molto diverse tra loro e sono, al contempo, una cartina al tornasole della quantità d’idee interessanti che girano in celluloide, quando lo strumento cinematografico viene affidato al popolo. Per queste ragioni sarebbe un errore, come si diceva, ignorare o sottovalutare la scena attuale e concentrarsi solo sulla celebrazione del passato. Anche perché gli attuali B-movie con approccio moderno e quelli rievocativi risultano intimamente connessi tra loro. Non a caso, Jason Eisener, prima di essere scelto come regista di Hobo With a Shotgun, aveva al suo attivo solamente una manciata di cortometraggi a budget zero diffusi attraverso la Rete, tra cui  spicca Treevenge (2008), che rappresenta un chiaro esempio di exploitation contemporanea.

 

 

Così, Pillole di Grindhouse si propone di recensire ogni mese un film d’exploitation prodotto negli ultimi anni, diventando il contrappunto moderno della rubrica Players Grindhouse, che continuerà a sondare la pazza storia del cinetrash sul formato magazine. In tutta questa operazione, è bene chiarirlo, non c’è nessuna velleità controculturale, ma solo voglia d’immergersi in maniera partecipe e divertita nella creatività popolare.
In attesa del primo appuntamento, potete fermarvi lo stomaco con la visione dello stesso Treevenge, presentato a seguire. Quindi, incrociate le gambe sul tavolino e stappatevi una birra… buon divertimento e cattiva visione!

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Coniuga da anni la sua professione di ricercatore scientifico a quella di articolista e saggista specializzato in videogiochi, cinema d’exploitation, horror, fumetti e nei più disparati prodotti di entertainment d’origine nipponica. Nutre una viscerale predilezione per tutto ciò che è weird e sogna di radere al suolo una riproduzione in cartapesta di Tokyo, vestito da Godzilla.