Il velo nel tempio del file sharing si è squarciato la notte del 19 gennaio, nell’istante in cui l’FBI staccava definitivamente la spina ai server di Megaupload in Svizzera e, contemporaneamente, arrestava Kim Dotcom nel profondo della sua magione in Nuova Zelanda. Alle sue spalle, dietro la nobile facciata affrescata con la condivisione di conoscenza, è apparso un retroscena dove giaceva il frutto del lucro perpetrato sull’attività intellettuale altrui.
Il crollo del più famoso e utilizzato cyber locker ha trascinato nella polvere la fama di Robin Hood del suo creatore, decretando il tramonto dell’aura di innocenza che ha avvolto finora lo scambio di file online. Impossibile oggi fare ancora finta di nulla, mentre i molti epigoni di Megaupload hanno chiuso o si sono auto imposti strette limitazioni e le board che ospitavano i file, spezzettati in centinaia di piccoli archivi per aumentare i guadagni, si stanno volatilizzando.
Bizzarramente, questo scossone che ha di fatto mutato le abitudini di fruizione – illegale, sì, ma così semplice da diventare norma – di buona parte della popolazione navigante ha avuto come effetto collaterale la sovraesposizione di tutti i paradossi con cui da sempre convive la materia. Siti come Megaupload, che poggiavano sulle possibilità di guadagno di chi esegue l’upload, comportavano infatti un rischio sostanzialmente nullo per chi scarica, protetto dal fatto di non condividere nulla con nessuno. Di contro, invece, le reti p2p, portatrici di una filosofia più etica, pur rimanendo nel campo dell’illegalità ovviamente, espongono ogni utente a rischi legali decisamente più concreti, nonostante non prevedano in alcun modo utilizzi lucrativi.
Inoltre con Megaupload è sparito un archivio multimediale senza paragoni tra le mura delle legalità, e la quasi contemporanea chiusura coatta di library.nu priva il mondo della più grande biblioteca multilingua dai tempi di Alessandria. D’altro canto, il sequestro da parte delle autorità americane dei server di Megaupload ha incluso anche una quantità imprecisata di file del tutto legali che spaziano da immagini personali a documenti aziendali riservati di cui al momento i legittimi proprietari non sanno nulla, né quando e se potranno mai riaverli, né chi in questo momento ne sia fisicamente in possesso.
Con il diffondersi della paura lo scambio di file sta lentamente tornando in quei territori che i cyber locker avevano reso obsoleti; così, reti p2p di emule e dei torrent riprendono a popolarsi grazie anche al ricorso a strumenti in grado di meglio garantire la sicurezza e l’anonimato come i magnet link, mentre stanno lentamente guadagnando popolarità nuovi network come Retroshare o Tor, basati su un protocollo sicuro che garantisce l’anonimato all’esterno della rete, accessibile solo attraverso un sistema di chiavi e inviti.
Nati come canali di comunicazione sicura per dissidenti in quei paesi in cui la libertà d’espressione è messa al guinzaglio anche su internet, oggi questi programmi vengono utilizzati anche per la condivisione di file ma è ormai chiaro che non bastano barriere elettroniche a proteggere l’anonimato.
Il recente arresto dei vertici di LulSec, falange operativa del collettivo virtuale Anonymous, realizzato grazie alla collaborazione del suo leader Sabu che ha agito per mesi da infiltrato in seguito alla sua individuazione da parte del FBI, dimostra che anche online nessuno più è intoccabile. Quasi contemporaneamente la scena italiana è stata scossa dall’arresto di Sid, nickname di uno dei più noti ripper italici, la cui attività includeva l’immissione in rete di film, programmi e serie tv spesso di qualità migliore rispetto a quelle in onda in televisione, grazie alla sovrapposizione dell’audio italiano al video in HD proveniente da oltre oceano.
Benché nei forum di filesharing in pochi credono che Sid lucrasse sui file che diffondeva, le principali crew italiane di ripper e releaser hanno comunque deciso di uscire di scena, almeno per il momento. Insieme all’innocenza, dunque, se n’è andata anche l’impunità.
Cercare di dipingere ora il futuro del fenomeno pirateria sarebbe quanto meno ingenuo, perché mentre in superficie si affacciano solo i resti delle vecchie strutture sopravvissute al maremoto che le ha colpite, qualcuno presto sarà pronto a prendere il loro posto. Come avvenuto con Napster un decennio fa, la sola certezza in questi frangenti è la sopravvivenza di un sistema di scambio di file svolto all’infuori della legalità, al di là della piattaforma attraverso cui ciò avverrà. Questa tipologia di fruizione è ormai radicata nell’uso comune, basti pensare al polverone sollevato dalla decisione presa di comune accordo dalle crew americane che rilasciano rip di serie tv di cambiare il formato dei file video da divx a mp4.
Eppure, mai come in questo momento lo status quo potrebbe essere messo in discussione non grazie al successo delle attività di repressione svolte dalle autorità, quanto per paradosso dall’evidente successo di Megaupload. Rimosso il coperchio dal vaso di Pandora in cui si è per anni celata la pirateria informatica, quel che ne è emerso è un bacino d’utenza eterogeneo e trasversale, disposto a pagare una tariffa ragionevole per accedere con comodità a un catalogo di contenuti.
Non è difficile immaginare che una piattaforma di distribuzione di film e serie tv in grado di mantener tutti gli standard a cui il fruitore di materiale pirata si è ormai abituato – alta qualità audio e video, facilità e rapidità di download, disponibilità di sottotitoli multilingua – a un prezzo competitivo riscuoterebbe un successo immediato. Era già chiaro anni fa, ed è impossibile non accorgersene oggi. Il fatto che una rivoluzione di questo tipo non sia in vista e nemmeno in discussione, non fa che sottolineare il fatto che una guerra alla pirateria condotta senza essere in grado di osservare e comprendere la realtà in cui si svolge è destinata a danneggiare solamente chi la conduce.
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Questo speciale è tratto da Players 14, che potete scaricare grauitamente dal nostro Archivio.



















