Diaz – Don’t clean up this blood: la notte dei lunghi manganelli

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Genova, 20 luglio 2001. In una città sconvolta, umiliata e offesa dagli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante il vertice G8, poco prima della mezzanotte centinaia di poliziotti irrompono nel complesso scolastico Diaz-Pascoli, sede del Genoa Social Forum adibita per l’occasione a dormitorio. In testa c’è il VII nucleo, seguono gli agenti della Digos e della mobile, mentre i carabinieri cinturano l’isolato. È un massacro in piena regola che proseguirà di lì a poco nella caserma di Bolzaneto.

Per raccontare quanto avvenuto alla Diaz Daniele Vicari sceglie un taglio “altmaniano” ed uno script che fa ruotare attorno alla stessa vicenda le vite di più personaggi: Luca (Elio Germano) è un giornalista; Alma (Jennifer Ulrich, bravissima) è un’anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri; Marco (Davide Iacopini), un organizzatore del Genoa Social Forum; Nick (Fabrizio Rongione) è un manager che si interessa di economia solidale; Anselmo (Renato Scarpa) è un vecchio militante della CGIL; Max (Claudio Santamaria) è il vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma che comanda il VII nucleo e a cui la situazione sfugge di mano.

Sta tornando il cinema di denuncia civile? C’è un filo rosso conduttore che unisce tre film italiani usciti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro: ACAB, Romanzo di una strage e questo Diaz - Don’t clean up this blood. L’analisi del rapporto tra potere politico, forze dell’ordine e società civile, la conservazione per i posteri di eventi che altrimenti andrebbero persi o dimenticati tra le pieghe del tempo e della quotidiana lotta per la sopravvivenza e la rappresentazione cruda e asciutta di quanto avvenuto.

Vicari firma un film ineccepibile. Grazie ad una struttura circolare gli avvenimenti vengono raccontati seguendo diverse coordinate ma finiscono sempre per concludersi alla Diaz dove la violenza è presente, mostrata chiaramente ma non ostentata tanto per. Senza attingere dai filmati dell’epoca (sembra passato un secolo ed il mondo è persin peggiorato) Vicari riproduce una Genova in miniatura (in Romania) ed entra nel vivo dell’azione mixando campi lunghi e riprese strettissime, primi piani e camera a mano, vivacizzando la narrazione e portando letteralmente lo spettatore nella scuola, in caserma, negli ospedali.
Certo, non tutte le storie narrate hanno lo stesso spessore ed interesse (il giornalista “idealista” interpretato da Germano è poco credibile) ma globalmente la pluralità dei punti di vista, comprensivi di quelli delle forze dell’ordine, pentole a pressione pronte a scoppiare da un momento all’altro, permettono di farsi un’idea piuttosto chiara di quello che è successo quella notte, sul “palcoscenico principale” ma anche “dietro le quinte”. Un film importante, bello e, per quanto possibile, ottimista: è il segno che il cinema italiano sta tornando a parlare la lingua che gli è più propria. E da oggi sarà impossibile dimenticare.



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Classe '73. Giornalista da tre anni, ha offerto il suo talento a riviste quali Wired, Metro, Capital, Traveller, Jack, Colonne Sonore, Game Republic e a decine di siti che ovviamente lo hanno evitato con anguillesca agilità. Ha in forte antipatia i fancazzisti, i politici, i medici, i giornalisti e soprattutto quelli che gli chiedono foto.

  • http://www.facebook.com/OniTakeda Eugenio Laino

    Appena visto, alcune parti “dialogate”  son poco riuscite causa una recitazione da cani, ma complessivamente film riuscitissimo che mette i brividi.