Fra le due, tre band che mi hanno cambiato la vita, agli Smashing Pumpkins tocca il posto d’onore. Ho passato i miei anni da teenager a raccogliere singoli, edizioni rare, b-sides, bootleg e qualsiasi cosa la band capitanata da Billy Corgan abbia prodotto nel corso degli anni (parliamo di centinaia di pezzi “extra”, mai apparsi negli album ufficiali). Come tutti, mi si è spezzato il cuore all’annuncio dello scioglimento della band dopo Machina/The Machines of God, nel lontano 2000, ed ho accolto con timore ma anche felicità il ritorno della nuova formazione nel 2007, con il solido ma non perfetto Zeitgeist.

Sebbene non sia un grande fan dell’ultimo periodo di Corgan (i suoi album migliori sono indubbiamente alle spalle), ho diligentimente acquistato anche i due EP facendti parte della mega-collezione di 44 pezzi di Teargarden by Kaleydoscope, Songs for a Sailor e The Solistice Bare, più per riconoscimento per i bei momenti passati insieme che per effettivo entusiasmo per i nuovi pezzi, e a Natale mi sono regalato le splendide riedizioni dei due classici Gish e Siamese Dream, che peraltro già possedevo.

Ad ogni modo, l’altro giorno stavo girovagando in rete cercando informazioni sul prossimo disco, Oceania, in uscita il 19 giugno, quando mi sono imbattutto in una interessantissima intervista che Corgan ha rilasciato recentemente al SXSW 2012 di Austin.

Vi consiglio di guardarla tutta, ma nel caso in cui foste affetti da sonnolenda allo stadio terminale dopo il banchetto di rito, vi riassumo alcune delle posizioni di Corgan, sperando che possano stimolarvi delle riflessioni.

Innanzi tutto, secondo Billy le band in voga adesso sono intrappolate in un limbo fra underground indie e major label. Il dramma, sempre secondo lui, è che sono i fan stessi che impediscono alle band di “diventare grandi”, mollandole quando escono dalla nicchia rassicurante dei “pochi fan ma buoni”, indipendentemente dall’effettivo – o meno – cambiamento nella loro proposta musicale. Ci sono delle eccezioni, è vero, però lo snobismo di certe audience è innegabile, e non ricordo casi recenti di band indie che, una volte passate su major, non si siano autodistrutte nel giro di un paio di dischi, fisicamente o almeno artisticamente.

La seconda cosa che viene discussa è la completa scomparsa di band trasversali, popolari sia fra i teenager che fra i più attempati. Se Led Zeppelin, Beatles e Pink Floyd sembrano in grado di tramandarsi da generazione a generazione, lo stesso non può dirsi per praticamente nessuna delle band sul mercato oggigiorno. Una posizione interessante, che risulta effettivamente vera, ma dovuta più che altro alla parcellizzazione di come la musica viene fruita al giorno d’oggi. I canali che uso io non sono gli stessi di un quattordicenne, di mia zia, o di mio nonno.

Sempre secondo Corgan, la conseguenza è quella di un mercato sempre più focalizzato sul singolo vincente, piuttosto che sull’opera-album. Posizione che mi trova parzialmente in disaccordo: escono ancora grandi album, però sì, con l’avanzata dello “streaming facile” o dello stesso iTunes che vende le canzoni separatamente, la forma-album sta mutando in direzioni non sempre positive. Il ritorno al vinile è una sorta di reazione al fatto che la musica tenda sempre di più a diventare “sottofondo” e non “esperienza d’ascolto”. Io stesso ho più volte considerato di ricomprarmi gli album preferiti in formato vinbile, solo per potermi ritagliare “momenti di ascolto” che siano deliberati e concentrati sulla musica in sè, cosa apparentemente impossibile da fare con i file digitali.

Ultima, ma non meno rilevante, la sua convinzione che ancora non esista un corrispettivo digitale delle edizioni deluxe fisiche, che reggeranno sul mercato ancora per poco. Punto questo che mi trova parzialmente d’accordo nella parte riguardante la mancanza di un corrispettivo, e parzialmente in disaccordo per quanto concerne l’aspetto collezionistico: come dicevo due righe più su, il ritorno del vinile è sotto gli occhi di tutti e il feticismo dei collezionisti è duro a morire anche in un’era in cui tutto è digitale. Realisticamente, belle edizioni limitate continueranno a vendere ancora per molti anni a venire.

In attesa di scoprire se Oceania riuscirà a mettere d’accordo nuove e vecchie generazioni, guidando la rinascita della forma-album (impresa improba, ma quest’uomo ha regalato al mondo Mellon Collie And The Infinite Sadness, un minimo di fiducia gliela dobbiamo), sono curioso di sapere le opinioni dei lettori di Players nel merito delle questioni sollevate da Corgan. Ha ragione, oppure no?

PS: Buona Pasqua, Hanukkah, o qualsiasi altra cosa vi importi di festeggiare oggi.

 



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Tommaso De Benetti

Guadagnatosi di recente il sarcastico soprannome di "Caro Leader", Tommaso vive e lavora ad Helsinki. Come è facile intuire, per circa 10 mesi all'anno vive sepolto nella neve, circondato da donne bellissime. Tutto il tempo che gli rimane lo passa ad abbaiare ordini e a prendersi cura di vari progetti, fra cui Players, RingCast e icolleghi.tumblr.com.

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  • secondo me è semplice: le ultime canzoni fanno cacare. Non potendo più fare il bambinetto emo complessato rimane intrappolato nel niente cosmico che oramai è diventata la sua musica. amen.

    •  Oddio, emo a Corgan onestamente non lo direi. Se non altro per la pettinatura.