La redazione di Will McAvoy sta cominciando a prendere forma e il periodo di transizione sta per finire. Dopo un primo episodio caratterizzato da uno scoop enorme, che ha fatto parlare mezzo mondo, i protagonisti di The Newsroom hanno una scelta da fare: cercare di cavalcare l’onda degli ascolti, continuando a parlare della perdita d’olio che domina le notizie, o raccontare la notizia del giorno, una legge sull’immigrazione che potrebbe chiudere irrimediabilmente i confini dell’Arizona, mettendo in atto la più feroce legge anti immigrazione della storia degli Stati Uniti. MacKenzie vuole concentrare l’episodio sulla nuova legge, a prescindere da quanti spettatori possa attirare, ma Will non è convinto che sia la scelta giusta.

La scena che dà il tono al nuovo episodio di The Newsroom, dove MacKenzie spiega con l’aiuto di una lavagna la formula che vuole mandare avanti la serie, è la visualizzazione di tutti i pregi e i difetti della nuova opera di Aaron Sorkin. È uno “spiegone” in piena regola, quasi come assistere ad una lezione universitaria. Ma allo stesso tempo, tutti i presenti nella sala sono perfettamente coscienti di questo, e sfidano il loro produttore, cercando di capire se una televisione didattica possa funzionare. Molti credono che non sia possibile, così come molti critici di The Newsroom ne continuano a criticare i connotati scolastici. Ma, allo stesso tempo, la serie segna un punto con forza quando presenta una serie di notizie del 2010 che sono evidentemente un richiamo a quello che sta succedendo oggi, in particolare il debito Greco. Non siamo mai abbastanza attenti. Dovremmo essere sempre più attenti.
Quando i protagonisti parlano della necessità di scegliere le notizie utilizzando il loro “fattore x”, è facile capire quanto arbitrario sia il processo di scelta dei fatti. Per quanto MacKenzie cerchi di calcare la mano sull’importanza di un’informazione oggettiva, tutti sono coscienti del fatto che è tutta una questione di scelte, e di prendere responsabilità di quelle scelte. È un approccio che potrebbe far storcere il naso a chi è abituato alla nostra idea di sinistra: quando Will parla con “la gente comune”, siamo di fronte ad una visione del mondo fondamentalmente elitaria, nel senso che non tutti hanno gli strumenti per fare le scelte giuste, e non tutte le discussioni hanno realmente pro e contro, nonostante in democrazia sia necessario sempre tenere conto dell’opinione di tutti. La sinistra, ovunque, difende i più deboli: ma i personaggi di Sorkin non permettono a chi decide di essere debole per paura di aprirsi al nuovo il modo di guidare le sorti del loro paese. La debolezza, così, può essere tanto una condizione quanto una scelta. Il modo in cui Sorkin tratta questi paradossi vitali per la vita di un paese libero rende questa serie elettrizzante, e continua a far sperare nel futuro del progetto.

Per il resto, lo stile visivo dell’episodio continua ad essere eccessivamente statico e noioso, un problema per una serie così verbosa, che in questo modo sembra ancora più “didattica”. E, a differenza che in West Wing e Studio 60, questa serie ha qualche difficoltà a far sposare il “tema” dell’episodio con le disavventure personali dei suoi protagonisti. Il giornalismo e la vita privata sembrano mondi separati, per quanto comincino a convergere: quando si parla di leadership, di guidare un team, di prendere in mano una situazione, questo vale per l’intimità e il salvare il mondo, per un piano decennale e per il momento immediato. E visto che The Newsroom è già stato rinnovato per una seconda stagione, sembra che questo approccio funzioni.
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