Qualche giorno fa Bob Peterson, regista di The Good Dinosaur, uno dei prossimi film della Pixar (la cui uscita è prevista per il 30 maggio del prossimo anno) è stato sollevato dall’incarico e adesso la casa di Nemo e Wall-Esta cercando un nuovo nome per proseguire la lavorazione.

Non è la prima volta che in Pixar il timone cambia in corsa: ai tempi di Toy Story 2. Lasseter in persona stravolse il film quando mancava meno di un anno all’uscita nelle sale (se ne parla diffusamente nella Biografia di Steve Jobs) e anche Ratatouille (Brad Bird al posto di Jan Pinkava ) Ribelle – The Brave (Mark Andrews al posto di Brenda Chapman, che non la prese proprio benissimo) e Cars 2 (ancora John Lasseter a rimpiazzare Brad Lewis) hanno visto ribaltoni in zona Cesarini (più o meno).

In attesa di vedere se e come il cambiamento avrà conseguenze sul girato finale, c’è da chiedersi, film recenti alla mano, se in Pixar quella brillante esuberanza creativa che aveva caratterizzato l’offerta fino a qualche anno fa non sia andata progressivamente riducendosi. Per chi scrive, l’ultimo grande film della casa che fu di Steve Jobs è stato Toy Story 3, forse l’apice della oramai quasi ventennale storia della società. Un film perfetto in cui all’abituale umorismo, al tempo stesso originale e citazionista, si affiancava una vena malinconica che, in certe sequenze, lambiva il dramma.

Che i film Pixar, anche quelli “storici”, non siano sempre perfetti e soffrano di (pochi) momenti di stanca, è comprensibile e naturale. Eppure tutti si fanno ricordare per sequenze “altre” rispetto alla media dei film animati digitali prodotti dalla fine degli ’90 a oggi. Basti pensare alla prima mezz’ora, silenziosa e leggermente inquietante di Wall-E, all’incipit di Up! Dove l’argomento “morte” viene trattato con poesia e leggerezza, al flashback di Anton Ego in Ratatouille, alla sequenza “impiegatizia” di The Incredibles o allo sfolgorante cameo di Edna Mode presente nello stesso film.

Spiace quindi constatare che nelle ultime uscite il Pixar touch sia un po’ venuto a mancare, quasi che l’azienda americana avesse avuto abbassare l’asticella, ponendola allo stesso livello della concorrenza. Quest’ultima, da par suo, pur continuando a produrre pellicole generalmente gradevoli ma al tempo stesso ampiamente dimenticabili, ha oramai colmato il gap: titoli come Dragon Trainer, Piovono Polpette e Cattivissimo Me 2 non sono poi così distanti dalla qualità Pixar dei tempi d’oro.

A bene vedere, il grosso problema che affligge tutti gli studios americani che si occupano di film animati (come già fatto notare altrove) è relativo alla scrittura. Fatta l’abitudine alla perfezione tecnica, oramai raggiunta da un bel pezzo, l’attenzione si è spostata (o avrebbe dovuto) su trame, spunti narrativi e approfondimento dei personaggi. Da qualche tempo a questa parte, il canovaccio di ogni film è identico: non c’è forma animale che non sia stata proposta sullo schermo, non c’è impresa impossibile che non sia stata risolta, non c’è happy ending a tutto tondo che non sia stato vissuto. Verrebbe quasi da liquidare la questione con un “visto uno, visti tutti”.

In quest’ottica uno spunto di riflessione interessante, lanciato da Luke Epplin del The Atlantic, passato quasi inosservato, riguarda il messaggio di base che accomuna tutti i film di animazione recenti, ossia che “basta impegnarsi e alla fine si raggiunge ogni risultato”. Come esempio di film “realmente” edificante, Epplin cita A Boy Named Charlie Brown, uno dei tanti adattamenti cinematografici dei Peanuts (che, ricordiamo con terrore, verranno riportati al cinema proprio dai Blue Sky Studios, quelli de L’ Era Glaciale, per intenderci), in cui il protagonista, ovviamente Charlie Brown, risulta essere un perdente di in-successo. Come noto, Charlie Brown continua a provarci (a far volare l’aquilone, a battere un home run, a calciare il pallone da footbal tenuto da Lucy), ma non ci riesce mai. E’ da considerare un esempio negativo, per questo? Forse per l’America attuale, sì. Non sia mai che l’autostima dei piccoli yankees venga anche solo superficialmente scalfita…

Chiaro, per questioni culturali e commerciali non possiamo aspettarci dai film animati americani lo stesso spessore autoriale di quelli nippo/orientali, ma la sensazione, al netto degli incassi quasi sempre soddisfacenti, è che la formula vada cambiata e alla svelta, altrimenti il rischio di incartarsi come fece Disney agli inizi degli anni ’80 è molto, molto concreto.



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Andrea Chirichelli

Classe '73. Giornalista da tre anni, ha offerto il suo talento a riviste quali Wired, Metro, Capital, Traveller, Jack, Colonne Sonore, Game Republic e a decine di siti che ovviamente lo hanno evitato con anguillesca agilità. Ha in forte antipatia i fancazzisti, i politici, i medici, i giornalisti e soprattutto quelli che gli chiedono foto.

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