David O. Russell, ovvero l’esperto in mine vaganti. In persone/personaggi spostati, schizzati e schizoidi, in relazioni sociali complicate dalle rispettive deliranze, nevrosi e ossessioni, ma al contempo facilitate dalle medesime manie, dai comuni atteggiamenti fuori di testa, dalle compulsioni sfrenate e inconsapevolmente autolesioniste.

Lo stesso O. Russell, con la sua regia dal battito cardiaco sempre accelerato, ne sa qualcosa, e proprio per questo le racconta in maniera via via decisamente più efficace. Le stimmate della follia libera e sopra le righe appioppata ai suoi protagonisti si erano via via consolidate già da Three Kings e I Heart Huckabees – Le Strane Coincidenze Della Vita, opere però non totalmente compiute. Poi in The Fighter O. Russell ha lasciato che la sua vena un po’ delirante un po’ anarcoide sfrecciasse a briglia sciolta, proiettandosi finalmente verso un cinema ben definito, preciso nel suo stile, gonfio di calore e passione sbrindellata, una sorta di campo minato in cui le mine (vaganti e impazzite) cozzano l’una contro l’altra producendo di volta in volta dramma, commedia, grottesco, persino tensione e sentimento, il tutto all’insegna di una instabilità di situazioni, di azioni e reazioni, di menti. In The Fighter l’unico a mantenere i piedi per terra e il film ancorato a realismo e concretezza era Mark Wahlberg, attorniato/assediato da una madre dominatrix coi capelli biondo cotonato, e da un Christian Bale con la rabbia a rombargli sulla pelle, sulle ossa più visibili della carne, sul volto scavato dalla dipendenza e dalla frustrazione.

Dialoghi fiume, sequenze interminabili, continui attacchi frontali forsennati tra un A, un B, un C e via dicendo. Ancora meglio oliati e messi in pratica ne Il Lato Positivo (ad oggi, forse, il suo lavoro migliore): personaggi persino più sbarellati, stavolta logicamente (Bradley Cooper esce da un istituto psichiatrico post esaurimento nervoso, Jennifer Lawrence è altrettanto bipolare e con un presunto passato di ninfomania). Ma che sono più normali dei cosiddetti normali: dai vicini di casa che spiano dalle finestre o riprendono i ‘casi umani’ col telefonino, agli stessi genitori (indimenticabile un De Niro fissato col football e con la superstizione sportiva). Una comedy, romantica sì, ma smandrappata, con un cuore pulsante di anormalità, dell’incapacità di adattarsi alle regole di una quotidianità istituzionale, di cedere alle proprie imperfezioni accettandole; e poco importano le accuse di essere ruffiana per un’opera che era come un abbraccio ai suoi interpreti e personaggi fuori dal mondo conforme.

Con American Hustle si alza l’asticella. Si presenta come un heist movie, un film di rapina, dove però la rapina non c’è mai: si tramano complotti, si tendono agguati e macchinazioni, si tessono menzogne, si recitano finzioni l’uno con(tro) e verso l’altro, persino verso se stessi. Atmosfere scorsesiane, continuo e pressante irraggiamento nervoso, su tutto l’ansia di rivalsa e l’impossibilità di conquistarla senza infrangere la legge, anche quella relazionale (non c’è rapporto che non sia ambiguo, sfrangiato).

C’è un raddoppio di cast (coppie di volti feticcio di O. Russell: Bale e Adams da The Fighter, Cooper e Lawrence da Il Lato Positivo, con in più Jeremy Renner alla prima esperienza col regista), una durata cospicua (più di due ore), ambizioni maggiori (un discorso sull’America e i suoi fallimenti, come nazione il cui sonno della ragione produce mostri tristi, e sull’illegalità come sola àncora di sopravvivenza).

C’è l’immersione del thriller nei toni schizzati della commedia squilibrata, c’è una sceneggiatura più intricata, composta da twist a cui si fatica a star dietro. C’è una regia ancor più nervosa e scalmanata, insistite carrellate, virtuosismi di macchina che s’impongono, un cameo gustosissimo (e, diciamolo, da nomination instantanea) di De Niro. Ci sono costanti ribaltamenti di ruolo (in fin dei conti non così sorprendenti) di truffatori e truffatrici e mafiosi e politici corrotti e mogli isteriche e innamorati (forse) (non) ricambiati; c’è l’american dream che, spremuto ansiosamente, rivela le irreparabili zone d’ombra.

C’è soprattutto un’esplosiva Jennifer Lawrence, pazza (ma con coerenza) e insoddisfatta moglie di Bale, con la sua danza furiosa al ritmo di Live and let die con guanti da cucina e smalto rosso fuoco, occhi graffianti, performance dinamitarda e matura, incredibile per una ventitreenne. E protagonista della scena migliore del film, il girotondo di raggiri e fascinazioni alla festa in cui il piano dei piccoli delinquenti rischia di saltare in aria.

Peccato che American Hustle, nel suo entusiasmo e nella sua esagerazione, appunto strafà: troppo lungo, un po’ farraginoso, non sempre all’altezza delle sue intenzioni. Meglio, per O. Russell (che si conferma comunque ottimo direttore di attori) rimanere a storie meno contorte e colpire nel segno con una più semplice, più ‘ordinaria’ (in)sana follia: in minore, ma indubbiamente più equilibrata.



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  • Questo film mi ha lasciato sensazioni molto simili a quelle che mi diedero American History X, Blow e in misura leggermente minore Donnie Brasco. Film che han tutto per piacere e piacersi: attori in gamba che recitano a velocità media elevata dialoghi brillanti, frasi atte più a divenire citazioni che realmente funzionali al soggetto narrato, voce fuoricampo a profusione, musica, costumi e scenografie da urlo, una coolness generale ad un livello tale da costringere lo spettatore al “wow”-“yeah”. Film che han tutto per diventare cult, e infatti ci diventano, ma in cui l’identità e la personalità cinematografica è quella che è, a contare del resto è altro. i “wow” e gli “yeah” appunto. Donnie Brasco almeno aveva un regista con il manico. Dalla sua American Hustle ha forse prioprio nella confusione di personaggi che si incontranoscontrano in una montagna russa di emozioni altalenanti il lato più personale ed identitario (anche l’unico).

    PS. nella lista ci sarebbe anche American Ganster, solo che lì è tutto veramente troppo WOOOOW :)

  • Recensione di altissimo livello e disamina del cinema di David O. Russell perfetta.
    Personalmente inserisco American Hustle un gradino in basso a The Fighter ( è il suo capolavoro).
    Un plauso a Jennifer Lawrence. Attrice totale.