Sarà un caso sfortunato, ma nelle ultime due settimane, almeno una dozzina di amici giornalisti, alcuni dei quali anche validi collaboratori di Players, mi hanno confidato di essere in procinto di appendere la penna al chiodo o, come peraltro anch’io ho fatto da anni (Players ne è un esempio), trasformare il giornalismo in una passione/hobby ma cercarsi qualche altra attività per vivere. Il numero di amici e conoscenti che strenuamente resistono è considerevole ma va diminuendo giorno dopo giorno, e ad ogni chiacchierata saltuaria ed effettuata a distanza di mesi, mi tocca ascoltare resoconti e sfoghi sempre più deprimenti.

Certo, se la situazione generale è pessima, quella del giornalismo nostrano è a dir poco catastrofica: i periodici sono sottilette stampate su carta da culo, i quotidiani campano solo ed esclusivamente grazie alle sovvenzioni statali, i siti ben fatti si contano sulle dita di una mano monca e oggi intraprendere la carriera giornalistica significa nella stragrande maggioranza dei casi condannarsi all’estrema povertà o a vivere coi propri genitori fino a 50 anni. Di solito però quando si parla di crisi del giornalismo a pontificare sono sempre i soliti noti, che ovviamente se ne stanno tranquilli al calduccio delle loro intoccabili direzioni, ma non si cerca mai di vedere le cose dal punto di vista di uno che non parla di contenuti e linee editoriali ma solo di sopravvivenza.

Perchè in Italia per un giovane (inteso all’italiana, leggi under 40) è (quasi) impossibile campare col giornalismo? Ecco qualche risposta verosimile.

Ovvio ma non troppo: le case editrici pagano poco e tardi. O non pagano.

Non so perchè ma la gente che non conosce nessun giornalista crede che questi ultimi siano ricchi sfondati e graziati da ogni sorta di privilegio. Purtroppo, non è così. Almeno, non più.
Qualche tempo fa un amico mi ha confidato che un portale che ha milioni di utenti unici al mese, paga i propri “newser” 60 centesimi al pezzo. Sessanta centesimi. Fossero pure articoli copiaincollati da altre fonti, sarebbe una remunerazione ridicola. Pezzi da 5000 e rotte battute pagati una manciata di euro anche da parte di grandi editori (cartacei) oramai sono la regola (ovviamente da questo computo sono esclusi gli editorialisti tromboni che collaborano con una testata da millemila anni, per quelli i soldi si trovano sempre). Per non parlare nei ritardi nei pagamenti: ricevere soldi a 90 giorni è un miracolo. Forse si eccedeva prima, diciamo fino ad una ventina di anni fa, quando bastava un pezzo da 3000 battute scritto per un periodico per portarsi a casa l’equivalente di 300-400 euro attuali. C’è gente che negli anni ’80 ci si è comprata la Ferrari con una manciata di pezzi e un paio di libri/riassunto piazzati al momento giusto. Oggi questo scenario è impensabile e la remunerazione standard oscilla tra il grottesco ed il ridicolo. Certo, ci sarebbe anche da riflettere sul fatto che, data un’offerta miserabile, si trovi sempre qualcuno disposto ad accettarla : così l’asticella si abbassa, si abbassa, si abbassa…

Voglio entrare in una redazione!!!

Rinuncia. Rassegnati. Rinasci trent’anni fa. Comincia a controllare il tuo albero genealogico.
Una discreta percentuale di persone che lavorano in pianta stabile nelle redazioni è paraculata.
Per “paraculata” intendo un mix composto da raccomandazione diretta (figli o parenti di giornalisti), indiretta (amici, amici di amici) e gente che sfrutta l’indegna pigrizia di chi invece dovrebbe valutare attentamente ogni potenziale candidato, ovvero i direttori di giornali, periodici, etc. Avete mai letto un annuncio di lavoro per lavorare come giornalista su un quotidiano o un periodico? Io, mai. Anzi, spesso, ma solo relativamente a testate estere, a volte molto famose (giusto recentemente The Verge e Polygon). Altrove (leggi=estero) è naturale e logico che una testata dichiari di essere alla ricerca di uno o più collaboratori, da noi pare di avere a che fare con una loggia massonica. Avete mai saputo dell’imminente nascita di una testata in modo da poter mandare il proprio curriculum o un articolo di prova prima che questa andasse online/in stampa? Io quasi mai. Giornali, riviste, canali televisivi nascono e, puf!, sono già a ranghi completi. Perchè? Perchè ci lavora sempre la stessa gente. Oh, ovviamente c’è anche una buona percentuale di “assunti perchè capaci” eh, ma temo che a oggi rappresentino una minoranza.

Beh, ma io sono il maggior esperto del mondo di (inserire argomento a scelta), non possono non prendermi in considerazione!!!

E invece no, per quanto tu sia esperto di un argomento, di quell’argomento su una testata ne scriverà o parlerà qualcuno che sicuramente ne sa meno di te.
Fateci caso: per ogni argomento in Italia esistono al massimo due o tre “guru” (come lo siano diventati resta un mistero insondabile, ma “marketing relazionale” può essere una buona risposta) che pontificano su un argomento per il quale basterebbe fare una rapida ricerca su Google per trovare persone che ne scrivano molto più preparate e competenti. Ma siccome il “guru” ha scritto sulla rivista X, allora il pigro direttore del sito Y o l’indolente curatore della trasmissione Z lo chiamerà, senza controllare se ci siano alternative, magari più valide. Questa marmaglia leva quasi tutto lo spazio disponibile ai “veri” esperti.

Con 60 milioni di potenziali lettori vuoi che la mia penna capace non trovi spazio?

No, non troverà spazio (a pagamento eh, che di spazio gratuito ce n’è a bizzeffe…). Il giornalismo in Italia è oramai un affare di pochi. Sia per quanto concerne la base che il vertice. Anzi, quest’ultimo è un fortino inespugnabile. Avete mai sentito l’espressione “valzer dei direttori”? Ecco, appunto. In Italia e credo solo in Italia, chi diventa direttore lo resta per sempre, indipendentemente dal conoscere l’argomento di cui tratta la testata che va a dirigere o, peggio ancora, dai risultati ottenuti. Gente che ha sputtanato brand storici, che ha ottenuto risultati imbarazzanti, che ha letteralmente mandato in fallimento testate celebri, invece di essere spedita a calci nel culo a lavorare in miniera, continua a fare danni, applicando lo stesso modus operandi ad ogni realtà con la naturale conseguenza che riviste e quotidiani sono assolutamente identici tra loro, omogenei, privi di personalità (vedi i “maschili” italiani). Lo stesso format si ripropone paro paro in televisione: sempre gli stessi ospiti, invitati sempre dagli stessi conduttori, spesso senza criterio, che, come diceva Woody, di solito passano il tempo“a citarsi addosso”.

Su siti, giornali e riviste leggo un sacco di cazzate e rilevo errori macroscopici, com’è possibile?

Perchè di errori, refusi, typo et similia ce ne sono effettivamente a bizzeffe e tu, amico lettore senziente e col cervello funzionante, sei in grado di rilevarli. Ma sei in netta minoranza…perchè gli italiani, oggi, sono fondamentalmente analfabeti. Vogliamo spendere qualche parola sulla qualità media dei pezzi pubblicati dalle testate più importanti? Stendiamo una trapunta pietosa, che solo il velo non basta. Inesattezze, notizie riportate in modo sciatto e impreciso, quando non sono inventate di sana pianta (o tradotte con Google Translate, vedi il caso recente dell’Huffington Post). Scrivere di politica è semplice: ognuno dice la sua, seguendo la linea del giornale (visto che in Italia tutti i quotidiani hanno un padrone, in questo senso). Ma proviamo a scendere nel dettaglio e trattare argomenti di nicchia o settoriali: cinema, musica, arte, fotografia, scienza, videogiochi, etc.etc.. Castronerie su castronerie, senza mai nessuno che controlli. Sì, ci sono eccezioni ma sono, appunto, eccezioni. Purtroppo, pare che il 90% dei lettori non abbia la capacità di individuare gli errori e legge, distratto. Vent’anni di lavaggio del cervello hanno convinto milioni di persone che trasmissioni come Lucignolo, Le Iene o Striscia la Notizia abbiano un valore giornalistico. C’è gente che crede che Studio Aperto sia un telegiornale, per dire. Se il livello medio è questo, non stupitevi che la home page del Corriere della Sera o de La Repubblica non siano troppo dissimili, quanto a contenuti, dalla copertina di Novella 2000.

Perchè i siti italiani fan tutti schifo e quelli americani o inglesi sono bellissimi?

Mi verrebbe da dire perchè lì hanno i soldi e qua no, ma la verità è che lì hanno persone capaci, a tutti i livelli, qui si paga il prezzo di una sconsiderata miopia. Prendete un pezzo qualsiasi tra quelli presenti in questo speciale e confrontatelo con il miglior articolo interattivo pubblicato su un sito italiano (ehi, ma i siti italiani NON pubblicano articoli interattivi…ah, ora tutto si spiega). Il futuro del giornalismo è (anche) questo, solo che in Italia pare che nessuno, nelle case editrici, se ne sia accorto (basti vedere la qualità infima dei “nuovi siti” di celebri quotidiani o riviste). L’analfabetismo informatico nel nostro Paese è imbarazzante e porta a compiere gaffe macroscopiche (tipo il direttore di Repubblica che banfa di dirigere il terzo quotidiano più seguito a livello social al MONDO, quando non sta nemmeno nelle prime dieci posizioni…). Insomma, carta o digitale, non c’è speranza.

Una storiella personale.

Visto che probabilmente non sarete arrivati a leggere fino a questo punto, ecco una storiella personale, non so se sia utile per confermare più o meno tutto quanto scritto in precedenza ma tant’è, ve la racconto lo stesso, magari qualcuno ci si ritrova.

Nel febbraio del 2008, per puro miracolo, lessi su una rivista del settore che una notissima casa editrice, stava per portare in Italia un brand storico, una rivista alla quale ero abbonato dal primo numero nella sua versione americana. Ai tempi avevo da poco mollato un lavoro da sales manager e avevo iniziato a scribacchiare con un certo successo per portali e blog, così provai contattare il direttore incaricato, il cui nome mi ricordava qualcosa…ma non ricordavo bene cosa. Lui mi scrisse per email, dicendomi di proporgli 5 idee per la rivista. Io gliene suggerii 50, tutte buone (a suo dire). Dopo un paio di settimane ero nella squadra che avrebbe dovuto realizzare il numero 0 (ovvero quel numero di prova che viene poi sottoposto a focus group, cioè potenziali lettori, per capire se la rivista può avere un senso oppure no). La paga è risibile (363 euro netti al mese che, divisi per le ore lavorate, circa settanta alla settimana, fanno un tozzo di pane secco e un po’ acqua all’ora), ma sticazzi pensavo: questa rivista è fica, innovativa, etc.etc. se lavoro bene mi assumeranno. Il team redazionale è formato dal sottoscritto, da un altro giornalista “senza pedigree” (cito le iniziali, S.L.) e, uhm, dal figlio dell’amministratore delegato della casa editrice che dovrebbe pubblicare la rivista: bravissima persona e ottimo giornalista eh, ci mancherebbe (lui, non il padre), però…che curiosa coincidenza. Lavoriamo tanto e bene. Dopo sei mesi, durante i quali scriviamo e/o traduciamo materiale sufficiente per almeno tre numeri, partoriamo il numero zero e ai focus group questo non va bene. Va benissimo. Se la rivista va in edicola è in larga parte merito nostro. Punto. Tutti contenti, caviale & champagne? Macchè. Io e l’altro giornalista “senza pedigree” veniamo convocati in una afosa mattina di agosto e de facto sbattuti in mezzo ad una strada perchè considerati “inesperti” dal direttore il quale peraltro veniva da un’esperienza trascorsa presso un quotidiano sportivo da lui diretto e fondato anni prima. “Il figlio” resta ovviamente al suo posto. La domanda “ma se andavo bene per il numero zero, che peraltro grazie al mio lavoro è riuscito alla grande, com’è possibile che non vada bene per il numero uno?” resta senza risposta. La domanda “ma come ha fatto un giornalista che ha trattato sempre l’argomento X ad andare a dirigere una rivista che è fondato su presupposti e tematiche antitetiche” pure, resta senza risposta. Al nostro posto vengono presi giornalisti “esperti” (e che ovviamente non avrebbero mai accettato le condizioni economiche proposte dal nostro contratto, proprio in quanto “esperti”) da un periodico musicale, un maschile e un mensile tecnologico: la rivista arriva in edicola e vive (tutt’ora) la sua vita (oggi alquanto miserabile, a quanto mi è dato sapere, quindi tutto sommato chissenefrega) e noi cavie ce la prendiamo in quel posto. E vabbè, sticazzi.

Ok, ma come se ne esce?

Non se ne esce e le cose andranno sempre peggio, c’è poco da fare. Detto ciò, potendo esprimere 4 desideri (dai, uno in più della prassi ci può stare), credo che le cose andrebbero molto meglio:

-Se gli AD delle case editrici pensassero più ai contenuti delle testate che pubblicano che ai dividendi.
-Se i direttori, una volta raggiunto questo status, soggiacessero alle regole della meritocrazia.
-Se il web, in termini di attenzione, investimenti e valutazione economica dei pezzi venisse equiparato in tutto e per tutto alla carta stampata.
-Se venissero levati all’istante i contributi statali a tutte le testate e questi venissero invece destinati a nuove iniziative editoriali con vincoli precisi (leggi: ti dò i soldi per cominciare, poi son cazzi tuoi)



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Andrea Chirichelli

Classe '73. Giornalista da tre anni, ha offerto il suo talento a riviste quali Wired, Metro, Capital, Traveller, Jack, Colonne Sonore, Game Republic e a decine di siti che ovviamente lo hanno evitato con anguillesca agilità. Ha in forte antipatia i fancazzisti, i politici, i medici, i giornalisti e soprattutto quelli che gli chiedono foto.

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11 Comments

  1. Parole sante, complimenti per l’ottima analisi.

  2. Analisi lucidissima di un panorama sempre più vergognoso.

  3. “la LUNA nel pozzo” (sperando sia profondo il pozzo) ;)

  4. Condivido i contenuti, ma il pezzo è stato scritto in un italiano appena sufficiente se devo rapportarlo al fatto che chi lo scrive fa, o vorrebbe fare, il giornalista. Questo elemento andrebbe cinicamente inserito nella disamina. Di fatto, la massoneria mi permette di acquisire ed assorbire un modo piuttosto corretto di pensare, scrivere e parlare. D’accordo su tutto, quindi. Ma, innanzi tutto, servirebbe ripartire da se stessi con una lucida autocritica e forse con più tempo da dedicare alla lettura.

    1. Ti ringrazio del feedback e specifico che non sono analfabeta. Il tono è molto discorsivo perchè è più una summa delle mie esperienze nel settore che un’analisi accurata e precisa della situazione con cifre e dati. Quindi è venuto un po’ così, ma mi sembra che abbia comunque colto nel segno. Un saluto a te e ai tuoi amici massoni.

  5. Interessantissimo contributo. Situazione a dir poco vergognosa.

  6. Articolo splendido, nonostante la tristezza del panorama descritto.

  7. Aggiungo solo un piccolo aneddoto personale (ciao, sono Marcello Cangialosi). Tempo fa scrissi un pezzo di poche battute sull’annuncio di The Last Of Us per una testata giornalistica nordeuropea. Non vi dico quanto mi hanno pagato. Ma vi dico se pagassero così anche qui, gente che scrive tanto e bene (e con cognizione di causa) andrebbe girando in Ferrari.

    1. Ciao Marcello, non me ne stupisco. Variety, in ambito cinematografico, fino a poco tempo fa pagava parecchio le review, che di solito non superano le 3 mila battute. Da un punto di vista aziendale, all’estero credo sia solo una questione di sostenibilità economica (infatti anche Variety ha subito il colpo e ha dovuto diminuire drasticamente le cifre, che restano comunque incredibilmente più alte rispetto alla italica miseria). Da noi il problema sta proprio nella cultura del lavoro, che porta a credere che chi lo eroga, lo conceda per pietà e chi lo offre, mendichi e debba essere eternamente grato per l’opportunità ricevuta. Che il lavoro sia uno scambio alla pari tra chi necessita di una professionalità e chi ce l’ha e vuole che venga giustamente riconosciuta è utopia pura, specie nel settore giornalistico. Con questi presupposti…

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