Kim Gordon: la ragazza, la band e tutto il resto

When Sonic Youth toured England, journalists took to asking me a single question over and over: “What’s it like to be a girl in a band?”

Kim Gordon è una celebrità: membro dei Sonic Youth, artista concettuale, femminista, fashion designer, in ultimo anche testimonial per Saint Laurent – in breve, un’icona.
Un’icona che ha sempre mantenuto un certo alone di mistero e distanza intorno a sé, nonostante tutto, almeno finché nel 2011 non è uscita la notizia della fine del suo legame quasi trentennale con Thurston Moore e, di conseguenza, della fine dei Sonic Youth.
È con questa duplice conclusione che si apre Girl in a Band, l’autobiografia di Kim Gordon pubblicata negli USA a febbraio 2015 (portata in Italia ad aprile 2016 da Minimum fax, con lo stesso titolo e la traduzione di Tiziana Lo Porto.)
Ma prima, un passo indietro.

Kim Gordon nasce a Rochester, New York, nel 1953; cinque anni dopo, suo padre accetta una cattedra di sociologia presso la UCLA e la famiglia Gordon si trasferisce in California. La Los Angeles dei tardi anni ’50 e primi ’60 – un altro luogo pieno di suggestioni – è lo sfondo su cui si svolge la sua infanzia, che si conclude con un biennio alle Hawaii e un anno a Hong Kong. Questo periodo cosmopolita è tutt’altro che idilliaco a causa della necessità di gestire Keller, il primogenito, il quale fin da piccolo manifesta segni di squilibrio che si riveleranno in seguito prodromi della schizofrenia. Quando i Gordon tornano a Los Angeles, è la fine degli anni Sessanta.

L.A. in the late Sixties had a desolation about it, a disquiet. More than anything, that had to do with a feeling, one that you still find in parts of the San Fernando Valley. There was a sense of apocalyptic expanse, of sidewalks and houses centipeding over mountains and going on forever, combined with a shrugging kind of anchorlessness. Growing up I was always aware of L.A.’s diffuseness, its lack of an attachment to anything other than its own good reflection in the mirror.

Charles Manson, gli hippie, la moda delle religioni orientali, la moda vera e propria, trovare se stessi, qualche viaggio a San Francisco, un liceo frequentato da Danny Elfman e da una delle figlie di Judy Garland, l’arte: l’adolescenza di Kim Gordon si svolge su uno sfondo quasi romanzesco.
Il periodo dell’università – dove iniziano a emergere con più forza le sue due vocazioni, l’arte concettuale e la musica – non è da meno: conosce Larry Gagosian, si trasferisce a Venice Beach, poi a Toronto (dove avvengono le prime esibizioni da musicista improvvisata), poi di nuovo in California, dove conosce gli artisti Dan Graham e Mike Kelley.
Dopo aver raggranellato i crediti necessari, Gordon si laurea e si sposta di nuovo: New York.

kim gordon in NY, 1970s

Siamo nel 1980 e, nonostante siano passati quattro anni da Taxi Driver, New York è ancora un disastro: sporcizia, criminalità, degrado. Siamo agli sgoccioli di un periodo in cui la scena artistica è incredibilmente vivace, come ha raccontato, tra gli altri, anche Rachel Kushner ne I lanciafiamme. Solo dal punto di vista musicale, in pochi anni nascono e si affermano generi diversi come il punk, la disco, il primo hip hop, la New Wave e la No Wave.
Gordon continua a entrare in contatto con nomi che diventeranno grandi (per nominare solo i più celebri: Cindy Sherman, Jenny Holzer, Richard Prince, Jeff Koons, Gerhard Richter, Vito Acconci) e inizia il proprio percorso artistico. La vecchia conoscenza Larry Gagosian la assume come assistente nella sua galleria (che condivide con Annina Nosei e rappresenta, tra gli altri, Jean Michel Basquiat); poco dopo, Gordon comincerà anche a collaborare con Dan Graham.
In questo periodo conosce anche Thurston Moore, l’incontro con il quale genererà il primo embrione dei Sonic Youth.

There were so many moments of formation for Sonic Youth; it’s hard to pinpoint one. In the beginning, the band was just Thurston, Lee Ranaldo, and me, with different drummers entering and exiting like pedestrians stopping to stare briefly at a shop window.

Kim Gordon si trova a combinare due caratteristiche: interpretare un ruolo che la costringe ad esporsi agli altri e, allo stesso tempo, essere una donna in un ambiente – nei primi anni Ottanta ancora più di adesso – sostanzialmente androcentrico come quello della musica indipendente. Il titolo stesso della sua autobiografia è un riferimento alla domanda topica «Com’è essere una ragazza che fa parte di una band?» (un motivo che torna anche nell’autobiografia di Carrie Brownstein, Hunger Makes Me a Modern Girl, e probabilmente nella vita di molte musiciste che non fanno musica pop). Gordon deve gestire due preoccupazioni: da una parte, le proprie limitazioni vocali; dall’altra, la certezza di venire sempre giudicata in base alla propria presentazione estetica. Se le prime vengono risolte dalla decisione di ispirarsi agli stilemi del jazz, la seconda resterà una costante e verrà solo in parte attutita dal suo interesse per gli abiti e la moda.

sonic youth

Ormai i Sonic Youth sono nati, hanno inciso un EP, poi finalmente un album, Confusion is Sex. Iniziano a fare dei tour negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, vengono notati da Greil Marcus che scrive di loro su Artforum e Robert Christgau, l’altro celebre critico musicale dell’epoca, sembra quasi ignorarli (Gordon, con una certa dose di humour nero, racconta di quando quest’ultimo decise di andare a un loro concerto e qualcuno tentò di dargli fuoco per scherzo).

Gordon dedica brevi capitoli specifici agli album, che si susseguono rapidi – Bad Moon Rising, Evol, Sister, il capolavoro Daydream Nation. Nel 1990, i Sonic Youth cambiano casa discografica per firmare un contratto con la Geffen (scandalo, una major), che garantisce loro una certa sicurezza economica, e pubblicano Goo.
Negli anni Novanta, tutto si concretizza e si sedimenta sempre di più: le copertine degli album sono spesso opere di artisti apprezzati; Gordon e Thurston Moore si sposano e hanno una figlia; Gordon produce un album per le Hole di Courtney Love, fonda X-Girl, un marchio di vestiti, e dà vita, con Julie Cafritz, alle Free Kitten. I suoi legami con mondi diversi dalla musica si estendono: tra le persone con cui entra in contatto in questo periodo ci sono Sofia Coppola, Marc Jacobs, Spike Jonze e Chloë Sevigny.

I Sonic Youth restano con Geffen fino al loro penultimo lavoro, Rather Ripped, del 2006. Per Kim Gordon si tratta di un periodo caratterizzato da alti e bassi. I Sonic Youth diventano una band di successo anche commerciale e la famiglia Gordon-Moore si è costruita una vita più quieta in una cittadina del Massachussets, lontana dal clamore e dai pericoli di New York.
Nondimeno, resta solo il tempo di un ultimo album (The Eternal, del 2009, per il quale tornano con un’etichetta indipendente, la prestigiosa Matador) prima che questa stabilità vada in pezzi.

kim gordon blu

La dissoluzione del matrimonio tra Kim Gordon e Thurston Moore, dopo l’accenno in apertura, occupa una parte rilevante nella chiusura del libro. Se l’autobiografia, per la maggior parte del tempo, non fa granché per demistificare l’aura dell’artista e della rockstar, il modo in cui Gordon parla della propria vita privata – la complessa storia familiare, il difficile rapporto con il fratello Keller, la relazione con Thurston Moore, la nascita e la crescita della figlia Coco – la umanizza e le avvicina il lettore. Il suo racconto della fine traumatica (a causa dei ripetuti tradimenti di Moore con un’altra donna) sia di una relazione personale durata più di vent’anni e da cui è nata una figlia, sia di un rapporto professionale alla base di una delle grandi band del nostro tempo, colpisce per la crudezza che usa l’autrice nel tratteggiare uno degli eventi più ordinari della vita di una persona.

L’autobiografia, che si apriva con una duplice chiusura, si conclude con una duplice apertura. Di nuovo, qualcosa di bipartito: una carriera personale più idiosincratica (Gordon prosegue il suo mai interrotto percorso nell’arte concettuale e ha fondato il duo sperimentale Body/Head con il musicista Bill Nace) e una vita privata da donna libera.

Girl in a Band riassume i primi sessant’anni di una vita interessante riuscendo a rimanere un libro agile e mai noioso grazie allo stile di Kim Gordon, che raggiunge un particolare lirismo quando ricorda la Los Angeles della sua infanzia e adolescenza o la New York dei primi anni Ottanta, e rende il bellissimo capitolo 51, una meditazione sulla musica che parte dagli anni Sessanta e arriva ai giorni nostri, una delle vette dell’opera.

As J Mascis of Dinosaur Jr. liked to say when asked about being in a band, “It’s not fun. It’s not about having fun.”

This photo provided by Dey Street Books shows the cover of the book, “Girl in a Band,” (Dey Street Books), by author Kim Gordon. (AP Photo/Dey Street Books, Steve Double/Camera Press)
This photo provided by Dey Street Books shows the cover of the book, “Girl in a Band,” (Dey Street Books), by author Kim Gordon. (AP Photo/Dey Street Books, Steve Double/Camera Press)

 



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