Un uomo in cerca di un alloggio, che si presenta come Ter, si reca a visitare una open house, cioè una comune abitativa. Dopo aver ispezionato una poco invitante stanza e conosciuto superficialmente gli inquilini, si accorge di non poter uscire dall’appartamento: la porta non ha maniglia, le finestre sono murate, non ci sono mezzi funzionanti per comunicare con l’esterno. Inoltre Ter, che indossa una vistosa fasciatura sul cranio, si rende conto di ricordare del proprio passato solo vaghe e confuse nozioni. Le persone che vivono lì si rivelano ben presto legate tra loro da rapporti disfunzionali e malati: l’unica cosa che li accomuna è che sono rassegnati all’idea di rimanere chiusi lì dentro.

Soltanto Ter dedica ogni suo sforzo per cercare una via di fuga dall’appartamento, che scopre essere parte di un edificio chiamato The Abaddon, ma la soluzione di ogni enigma finisce per essere solo un dettaglio di un enigma più grande. Nel frattempo i sogni notturni gli rivelano quelle che forse sono scene della sua vita passata, che si rispecchiano in modo misterioso nella realtà claustrofobica in cui si ritrova prigioniero.

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Questa è, per sommi capi, la trama di Abaddon, graphic novel di Koren Shadmi, illustratore di origine israeliana residente a New York che collabora con testate importanti quali il New York Times, il New Yorker, Wired. In Italia è noto per tre raccolte di storie brevi che esplorano i lati bizzarri e surreali dell’amore: In carne e ossa (una delle cui storie ha vinto il Gran Guinigi a Lucca nel 2009), Anatomia del desiderio e Cuori distanti. Abaddon è la sua prima storia lunga: l’autore ha spiegato che, non avendo la possibilità di dedicarsi interamente a un’opera di queste dimensioni, dato che era finanziariamente obbligato ad accettare altri lavori nel frattempo, ha cominciato a pubblicarla sotto forma di webcomic, in modo che l’appuntamento coi lettori lo obbligasse a un ritmo di produzione costante. Dopo il primo episodio, viste le reazioni favorevoli, ha lanciato con successo una campagna di crowdfunding per la pubblicazione del libro, uscito nel 2015.

Koren Shadmi dichiara esplicitamente di essersi ispirato ad A porte chiuse, testo teatrale di Jean-Paul Sartre in cui due donne e un uomo si ritrovano chiusi in una stanza all’Inferno, torturandosi con reciproche accuse e incapaci di smettere (è qui che viene pronunciata la celebre frase “l’Inferno sono gli altri”). Lo spunto di questo fumetto è effettivamente molto simile, con la differenza che il luogo in cui si svolge non viene esplicitato (ma va detto che “Abaddon” è un termine ebraico che significa “luogo di distruzione”, usato nella Bibbia per identificare il Regno dei Morti) e che il protagonista riesce a ricordare solo sprazzi della propria vita passata.

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Ciò che rende unica e coinvolgente la lettura di Abaddon è la qualità del disegno, realizzato a matita e poi digitalizzato in Photoshop per essere elaborato. Nelle tavole di Shadmi il misterioso edificio (ispirato, a quanto pare, a un’autentica comune newyorchese abitata da fumettisti in cui l’autore ha soggiornato) risulta nello stesso tempo dettagliatissimo e inafferrabile, proprio come certi sogni particolarmente realistici. La claustrofobia della storia è resa con una scansione regolare di vignette quadrate, con rare variazioni. Importantissimo l’uso del colore: tutto all’interno dell’Abbaddon è reso con sfumature di due tinte base: un malato grigioverde per l’edificio stesso e gli oggetti inanimati, e un rosso altrettanto malato per la carnagione dei personaggi e per una sorta di fluido che scorre nelle tubature, ma anche per i cibi e le bevande; si ha così la sensazione che gli ospiti si nutrano dell’essenza stessa del luogo e non ne siano che delle emanazioni.

Anche la sceneggiatura è efficace, riuscendo nel difficile compito di mantenere sempre alta la tensione, nonostante la ripetitività di situazioni in cui il desiderio di fuga del protagonista viene sempre frustrato. La storia è divisa in due parti: una prima che approfondisce i rapporti di Ter con gli altri abitanti dell’appartamento, negli inutili tentativi di trovare con loro un modus vivendi. Nella seconda parte Ter riesce davvero a uscire, ma solo per trovarsi a visitare altri appartamenti che sono altrettanti microcosmi di ossessione e frustrazione.

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È qui che forse risiede l’unico punto debole del fumetto: questa seconda parte, infatti, semina un grande numero di indizi sia sulla natura dell’Abaddon, sia sulla vita precedente del protagonista, portando il lettore a credere che alla fine della storia ci sarà qualche fulminante rivoluzione. Il fatto che il fumetto ritorni invece circolarmente sui suoi passi, pur essendo coerente con le premesse, lascia un fondo di insoddisfazione, facendo pensare che tutto ciò che l’autore aveva di importante da dire fosse già nella prima parte, mentre la seconda non è che una variazione sul tema.
Nonostante questa critica che gli muovo, Abaddon resta comunque un’opera notevole e una delle uscite più interessanti del momento, dunque una lettura caldamente consigliata.



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Marco Passarello

Ingegnere non praticante, lettore (e occasionalmente scrittore) di fantascienza, noto anche con lo pseudonimo di Vanamonde (rubato ad Arthur C. Clarke). Per vivere esercita la dubbia professione del giornalista. Scrive su Nova 24, Pagina 99 e varie testate di settore, Ha fatto parte delle redazioni di Computer Idea e Computer Bild. Blog: (<a href="http://vanamonde.net/blog">vanamonde.net/blog</a>).

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