Ms Kalashnikov – La fotografia e le guerriere

Francesca Tosarelli è la coautrice, insieme a Wu Ming 5, di Ms Kalashnikov, un romanzo/memoir incentrato sulle sue esperienze di fotogiornalista in tre diverse zone del mondo: Ribeira da Barca, nell’arcipelago di Capo Verde; Tripoli, in Libano, da con confondere con la più famosa omonima città libica; infine, la zona del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Ciascuna di queste ambientazioni occupa un capitolo del libro e costituisce una tappa del viaggio dell’autrice verso il cuore di tenebra del moderno conflitto armato e di chi ne scrive la cronaca.

L’eterogeneità del lavoro di Tosarelli si rispecchia nel libro pubblicato da Chiarelettere: se la sezione dedicata a Ribeira da Barca è di stampo documentaristico, le due successive rientrano più nel genere di fotografia di guerra.

Dai tempi della Guerra di Crimea (il primo scontro bellico documentato tramite immagini fotografiche), la fotografia di guerra ha subito molti cambiamenti – meno attenzione alla gloria, di più al costo umano e alla sofferenza dei civili: basti pensare all’immagine del soldato spagnolo scattata da Robert Capa o alla fotografia di Nick Ut che per molti è il simbolo del conflitto in Vietnam.

Nonostante la fotografia di guerra, come molte discipline artistiche, sia stata e resti dominata dagli uomini, le fotografe hanno assunto negli anni un ruolo sempre più rilevante. Una giovanissima Dicky Chappelle riuscì a farsi accreditare dal National Geographic e a seguire le battaglie di Iwo Jima e Okinawa durante la seconda guerra mondiale; più tardi seguì la rivolta d’Ungheria nel 1956 e continuò a lavorare finché non venne inviata in Vietnam, dove morì sul campo nel 1965, a soli quarantasei anni. La francese Alexandra Boulat è stata l’ispirazione per il personaggio di Isabelle Huppert (i cui lavori provengono dal portfolio della stessa Boulat) nel film Louder Than Bombs (Segreti di famiglia in Italia) del norvegese Joachim Trier. Del memoir It’s What I Do di Lynsey Addario è stato annunciato che Steven Spielberg ne dirigerà una riduzione cinematografica.

L’accesso ai propri soggetti è una questione fondamentale per ogni fotografo, e le fotografe spesso possono godere di maggiore libertà in alcune zone del mondo in cui le specificità culturali richiedono una separazione più netta tra i sessi, di conseguenza riescono a mostrare lati dei conflitti non sempre esplorati dai colleghi uomini.

Questo è vero anche per Francesca Tosarelli, ma nel suo caso ha un impatto altrettanto forte l’interesse dell’autrice nel decidere di mostrare le donne non solo e sempre come vittime ma anche come artefici del proprio destino – un destino che a volte può legarsi alla scelta di intraprendere il mestiere delle armi.

[Nota metodologica: dagli avvenimenti di cui parla in Ms Kalashnikov Tosarelli ha effettivamente tratto dei fotoreportage. Dove disponibili online li trovate linkati di fianco al titolo.]

Ribeira da Barca (Reportage 1Reportage 2 dal sito dell’autrice)

Francesca Tosarelli arriva a Capo Verde nel 2013 per girare un documentario, intitolato Sandgrains, sulla raccolta e vendita della sabbia a Santiago, l’isola principale dell’arcipelago africano. Le condizioni dei locali sono difficili: la pesca non è più un modo efficace di procurarsi da vivere da quando le navi europee e asiatiche catturano gli squali (i quali non impediscono più ai banchi di pesci di allontanarsi dalle coste), dunque non resta che vendere la sabbia. Tuttavia in questo modo le spiagge diminuiscono e l’acqua salata riesce a raggiungere le magre coltivazioni dell’entroterra, rendendole ancora più stentate.

La descrizione di Ribeira da Barca è filtrata dallo sguardo dell’autrice, dai suoi interessi personali (la danza, e nello specifico le danze locali del funanà e del batuque) e dalla sua necessità quasi fisica di stare in mezzo alle donne.

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Le donne di Ribeira da Barca affascinano l’autrice, che ne ricerca la compagnia per uscire dal mondo maschile in cui vive mentre gira il documentario; tra di loro, Ja emerge tra le altre. Ja ha ventinove anni e lavora nella raccolta della sabbia, per mandare la propria figlia a scuola; pur avendo già tentato di emigrare legalmente in Europa due volte, la burocrazia capoverdiana l’ha costretta a restare. Tosarelli non si arroga mai il ruolo di salvatrice di Ja ed è palpabile il senso di impotenza che le ispira la vita della giovane capoverdiana, ma rimane sempre consapevole del proprio ruolo di estranea e del posto che lei stessa occupa nella lunga storia del colonialismo europeo in Africa, continente depredato di persone e ricchezze prima e spettacolo della miseria per occidentali ”illuminati” poi.

Syria Street (Reportage dal sito dell’autrice)

La seconda parte di Ms Kalashnikov segue Francesca Tosarelli nella Tripoli libanese, durante la crisi siriana. Due i luoghi principali: Jabal Mohsen, un’enclave alawita nella zona est di Tripoli che è leale a Bashar al-Assad, e Bab al-Tabbaneh, roccaforte di chi supporta l’opposizione siriana.

La Syria Street del titolo è la prima linea del conflitto.

Tosarelli si accoda a un’équipe della Mezzaluna Rossa per cercare di ottenere accesso a ciò che le interessa, e la strategia funziona: l’autrice riesce a testimoniare il conflitto da Syria Street. Anche a lei viene offerto un kalashnikov, rifiutato perché ha già un’arma: la macchina fotografica. Oltre che sui guerriglieri, il focus è di nuovo sui civili, la cui vita deve andare avanti nonostante la situazione giornaliera vada ben oltre l’immaginazione.

Attraverso me, quella sofferenza entra nelle news, diventa una merce. Non mi faccio troppe illusioni su questo. Vende solo la sofferenza eclatante, nuova, vende il sangue fresco, mentre ad esempio le ferite in via di guarigione non interessano molto, quasi per niente. […] Vende la sofferenza causata dal conflitto aperto, ma solo in aree del mondo percepite come importanti, e naturalmente deve esserci uno scoppio, un’intensità maggiore rispetto al quotidiano di guerra globale, al trascinarsi di conflitti dimenticati fino al prossimo eccidio capace di bucare la soglia di attenzione.

Le esperienze di questi due capitoli – in cui la condizione umana è indagata in tutto lo spettro che va da speranza a tormento – fanno maturare in Tosarelli il desiderio di andare alla ricerca di donne la cui lotta sia più esplicita. Armata.

Nyamilima

Questo è il luogo forse più lontano dalla normalità sotto l’aspetto geografico, tecnologico, e personale per Tosarelli: Goma, situata nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo (conosciuta in precedenza come Zaire), è l’ultimo avamposto della provincia del Kivu settentrionale prima di entrare nel territorio dei ribelli del M23, dei Mai Mai Shetani e dei Mai Mai La Fontaine. L’accesso è di nuovo fondamentale per l’obiettivo di Tosarelli: incontrare le combattenti di queste milizie, nelle quali la presenza delle donne è consistente.

Io comunque non ero interessata ai risvolti propriamente politici o ideologici della vicenda: mi interessava l’identità, lo strappo nei ruoli sociali e culturali che provoca una donna che sceglie la carriera delle armi.

Il profilo delle ribelli è variegato: alcune laureate; altre con un’esperienza nell’esercito regolare della DRC; altre ancora così giovani che dovrebbero essere ancora alle superiori. Nel gruppo M23, la più alta in grado è il colonnello Fanette Umuraza, nome in codice Queen 1. Rifugiata in Ruanda nel 1997 a causa della prima guerra del Congo, il colonnello Umuraza ha scelto la lotta armata dopo una laurea in scienze politiche; cita due donne come propri esempi ispiratori: Giovanna d’Arco, la santa guerriera che ha contribuito a liberare il proprio paese dagli invasori, e Angela Merkel, forse la figura politica più potente d’Europa.

Accanto alle combattenti delle milizie ribelli, altre figure femminili si muovono sullo sfondo di Goma: le ragazze locali, le cui limitate prospettive di vita sono uno dei fattori che le costringono a forme di sex work per sopravvivere, i cui beneficiari sono spesso i cooperanti occidentali che lavorano presso MONUSCO (la missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione della Repubblica Democratica del Congo) o altre organizzazioni umanitarie. Le altre giornaliste europee sono personaggi più ambigui: o irrigidite e sfocate negli ambienti bianchi di Goma, come la corrispondente di Le Figaro, oppure dotate di una vasta rete di contatti locali che usano con spregiudicatezza, come la tedesca Kristine Fuchs.

In ogni caso, una guerra è un momento di sconvolgimento delle relazioni sociali che può portare a scatti in avanti – e l’impegno di Fanette Umuraza non è solo militare, ma anche morale, in modo da poter mostrare ad altre giovani donne una vita alternativa. Così è stato anche in Italia, ricorda Tosarelli: l’esperienza e il sacrificio delle nostre partigiane ha aperto la strada al suffragio universale femminile (di cui ricorre quest’anno il settantesimo anniversario), alla presa di coscienza delle donne e alle conquiste del femminismo che sarebbero venute decenni più tardi, negli anni Sessanta e Settanta, e che anche oggi continuano a dover essere difese.

*

Ogni sezione di Ms Kalashnikov è presentata da un breve scritto di Wu Ming 5, ciascuno dei quali contribuisce a formare una cornice che funziona come una sorta di contraltare alla narrazione di Francesca Tosarelli. Se a volte il contrasto è interessante (vita informata dalla militanza in Italia vs. l’esperienza vissuta in cui la militanza si scontra con la realtà, per esempio), spiace dire che nel corso dell’opera diventa quasi superfluo ai fini del racconto principale.

Fattori come l’acutezza dello sguardo e, talvolta, la confusione degli stimoli, combinati al riconoscimento dei propri limiti e alla rapidità del fraseggio narrativo, sottolineano la rarità di un testo come Ms Kalashnikov, ancorato in questo periodo storico caratterizzato da un rinnovato interesse verso l’autofiction eppure, con la propria apertura verso il mondo esterno, proiettato verso il futuro.

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