Kiznaiver: uniti si soffre

Katsuhira Agata, un liceale particolarmente apatico e poco incline a stringere rapporti con le altre persone, riceve dalla compagna di classe Noriko Sonozaki un invito a partecipare ad un esperimento scientifico che avrà luogo per tutta l’estate presso la città, immaginaria, di Sugomori. Il test permette a sette estranei, coetanei del protagonista e chiamati Kiznaiver, di essere permanentemente connessi tra di loro e di condividere sia il dolore fisico che quello spirituale. L’esperienza cambierà le vite di tutti…

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Tutto si può dire a Trigger (studio fondato nel 2011 dagli ex-dipendenti di Gainax, Hiroyuki Imaishi e Masahiko Ohtsuka) tranne che manchi di ambizione. Dopo il successo, molto discusso, di Kill La Kill, lo studio ha prodotto e realizzato ben due nuove serie animate, andate in onda nello stesso slot temporale: la commedia spaziale Space Patrol Luluco e Kiznaiver che, tratta dal manga di Roji Karegishi, fin dalla rivelazione del cast era apparsa una delle serie “da vedere” di questo peraltro ricchissimo 2016.

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L’idea di partenza di Kiznaiver è buona, anzi ottima. Sette (più una) personalità completamente diverse tra di loro, per quanto tutte riconducibili agli stereotipi più classici della gioventù rappresenta in decenni di animazione nipponica, costrette a condividere sia il dolore fisico, che quello, più pervasivo e straziante, dell’animo. Ogni personaggio ha le proprie idiosincrasie, è afflitto da ogni sorta di problemi personali e talvolta da un passato oscuro e vive nel disagio più o meno evidente.

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Partendo da un’intuizione narrativa così originale e ricca di spunti, le tredici puntate di Kiznaiver si dipanano (fin troppo) velocemente, dando origine ad una girandola di eventi che alternano tra loro drammi, saltuari incursioni nell’umorismo demenziale e brevi attimi di felicità condivisa. Difficile non notare nel gruppo assemblato forzatamente dal Kizna System, lo spettro dei ragazzi del Breakfast Club di JohnHuguesiana memoria. Rispetto al superclassico anni ’80 i personaggi di Kiznaiver appaiono eccessivamente stereotipati e bidimensionali, ma la curiosità di capire dove la storia andrà a parare è una spinta sufficiente per arrivare fino alla fine.

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Purtroppo la linea di confine che separa una seria trattazione delle tematiche proposte dalla banalizzazione tipica delle “storie di teenager con pare assortite” (con annessi cupi silenzi e acidi commenti, direbbe Deadpool…) è molto sottile e lo script scivola un po’ troppo spesso nel melodramma. Alcuni personaggi restano colpevolmente sullo sfondo e purtroppo capita proprio a quelli potenzialmente più interessanti, come Yoshiharu Hisomu, un masochista che trae godimento dalla propria sofferenza (in questo caso condivisa), la cui vicenda viene esaurita in un arco temporale strettissimo, mentre troppo spazio viene concesso al protagonista che, proprio in virtù della sua conclamata apatia, resta molto distante dallo spettatore. Qualche dubbio suscita anche la “deriva sci-fi” che la trama prende nelle ultime puntate (più coinvolgenti delle prime) e la durata stessa della serie appare eccessivamente breve per permettere ai rapporti tra i personaggi di svilupparsi in maniera coerente e credibile.

Dove Kiznaiver vince, convince e stravince è l’aspetto tecnico: difficile trovare una serie dotata di valori produttivi così alti, graziata da chara efficaci, animazioni perfette, fondali pazzeschi, un uso del colore inappuntabile e la migliore OST dell’anno, a cominciare dalla memorabile opening dei Boom Boom Satellites, decisamente la migliore sentita da un bel po’ di tempo a questa parte. Proprio in virtù di questa eccellenza formale però, a sipario calato Kiznaiver sa parecchio di occasione sprecata e conferma che se da un lato Studio Trigger è oggi forse il miglior studio animato quanto a mera tecnica, sul fronte della scrittura e della narrazione c’è ancora un ampio margine di miglioramento.



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