Fates and Furies – Un matrimonio riuscito, un romanzo fallito

Fates and Furies è stato pubblicato l’anno scorso negli Stati Uniti, e arriverà a breve in Italia tradotto da Bompiani con il titolo di Fato e Furia. Il romanzo di Lauren Groff ha conosciuto una certa popolarità per essere stato definito da Barack Obama il suo libro preferito del 2015; a prescindere dalle proprie opinioni personali e politiche sul presidente statunitense e le sue decisioni, questo non depone molto a favore dei suoi gusti in fatto di letteratura.

Fates and Furies è incentrato sulla vita di una coppia dal periodo dell’università (nei primissimi anni Novanta) fino alla mezz’età circa; la coppia in questione è formata da Mathilde Yoder e Lancelot Satterwhite, chiamato Lotto per la maggior parte del tempo, e per la sicura ilarità del lettore italiano. Le due parti in cui si divide il romanzo sono rispettivamente intitolate Fates e Furies: la prima segue Lotto e il matrimonio dei due protagonisti dalla sua prospettiva, mentre la seconda racconta la vita di Mathilde soprattutto prima e dopo i vent’anni di questo connubio in gran parte felice.

Groff sembra voler realizzare l’affresco complesso di una relazione classica, per certi versi: l’uomo di genio e la compagna senza la quale questo genio non sarebbe riuscito a splendere, o magari solo non in modo altrettanto innegabile; la storia della letteratura occidentale è piena di coppie in cui la moglie offre un sostegno impagabile al marito, che sia economico (Hadley Richardson ed Ernest Hemingway), d’ispirazione (Zelda e F. Scott Fitzgerald), o pratico (Sof’ja e Lev Tolstoj).
Fates and Furies sembra volerci presentare un matrimonio basato su presupposti simili, ma Groff commette un errore fondamentale: né Lotto, né Mathilde sono personaggi credibili.

La vita di Lotto è descritta con echi da Tennessee Williams: una prima infanzia e giovinezza nel Sud degli Stati Uniti, un rapporto contrastato e centrifugo con la madre, la cui bellezza è sfiorita nella mania religiosa, una sessualità non strettamente inquadrata nei binari convenzionali. Da adolescente e da adulto ha la stessa fascinazione verso il corpo femminile, ma la sua sensualità – dopo una lunga parentesi dispersiva – finisce per concentrarsi solo su Mathilde.

el suo rapporto con lei, per certi versi, Lotto sembra incarnare il classico personaggio del marito in certe sitcom d’epoca: molto innamorato della perennemente sottovalutata moglie, però sempre troppo concentrato solo sul proprio lavoro per accorgersene. Lotto ama le donne, ma non le capisce, dunque durante la prima sezione del romanzo (filtrata dal suo punto di vista) Mathilde rimane un personaggio sì affascinante, ma tutto sommato inconoscibile. Dopo anni di vani tentativi di lanciare la propria carriera attoriale, Lotto scrive – grazie anche i fumi dell’alcol – l’abbozzo di un’opera teatrale che lo lancerà come una delle migliori nuove voci della drammaturgia.

Groff integra nella narrazione le pièces di Lotto, diventato ormai un autore affermato, e molte si rifanno alla sua infanzia nel sud degli Stati Uniti e al rapporto difficile con la madre, rimarcando le vibrazioni williamsiane del personaggio.

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La sezione Furies dovrebbe essere l’ideale contrappunto di Fates, così da rendere il personaggio di Mathilde più tridimensionale e liberarlo dal suo ruolo di moglie; nondimeno finisce solo per svelare al lettore la fragilità della costruzione narrativa e ideologica del romanzo: la bambina nata con il nome di Aurélie in un villaggio bretone viene spedita a Parigi dalla nonna materna (che esercita il mestiere di prostituta) dopo un apparente tentativo di ferire il fratello minore; in seguito al brutale assassinio della nonna, l’unico parente intenzionato a prendersi cura di quella che ormai è una ragazzina è uno zio che vive negli Stati Uniti, e il cui lavoro sembra essere tanto redditizio quanto losco.

Oltreoceano, Aurélie cambierà nome in Mathilde e non rivelerà mai a nessuno le proprie reali origini. Poiché lo zio d’America ha accettato di mantenerla fino all’ultimo anno di liceo, nella primavera della maturità l’alta, magra e bionda Mathilde decide di recarsi presso un’agenzia di modelle; durante il viaggio incontra un ricchissimo gallerista con cui stringerà un contratto: lui le pagherà la retta dell’università, e lei sarà la sua mantenuta.

Lauren Groff sembra voler inframezzare con una questione seria – il sex work praticato da una donna giovanissima, che avrà sempre un rapporto conflittuale con questa decisione – una serie di particolari il cui glamour equivoco (la nazionalità francese e la nonna prostituta, l’aspetto da modella e lo zio criminale) stride con la superficialità e l’inverosimiglianza con cui vengono affastellati.

Il personaggio di Mathilde è il vero fallimento del romanzo. La sua decisione di diventare una mantenuta è occupazionale: invece di essere pagata per dare ripetizioni o stare dietro un bancone svariate ore al giorno, Mathilde decide di utilizzare il proprio aspetto come risorsa. Se la sua età e mancanza di esperienza nel campo possono giustificare il suo disgusto nei confronti di questo lavoro, è inspiegabile come mai l’autrice non risolva questa conflittualità in qualche modo, né indaghi nel profondo il suo stato d’animo in apparenza ancora al centro perfetto tra i due poli dell’accettazione e della fuga.

La sua decisione di diventare la moglie di Lotto è sempre priva di senso: sposarsi è la libera scelta di una Mathilde innamorata, e di nuovo vive questo rapporto in maniera discordante, ma Groff non analizza mai nel dettaglio le ragioni di questa contrasto e soprattutto cosa fa sì che Mathilde scelga di rimanere al fianco di suo marito, al quale – lui che già è una persona di non proprio fine intuizione – nasconde con cura i propri sentimenti.

Più in generale, la figura di Mathilde rimane opaca e senza vere caratteristiche individuali; viene sempre tratteggiata per contrasto positivo a personaggi in larga parte maschili, che sembrano incarnare i peggiori stereotipi (una figura paterna distante, un marito distratto, un datore di lavoro con le mani lunghe). I pochi personaggi femminili con cui Mathilde entra in contatto hanno un ruolo ostile – come la madre di Lotto – oppure così marginale da essere trascurabili.

Il contributo di mogli, amanti e compagne è spesso stato sottovalutato e cancellato, tuttavia non si può dire che il patrocinio di Lauren Groff, tramite Fates and Furies, sia convincente o utile, né viene salvato da uno stile letterario di particolare caratura. Non è inusuale vedere interi generi letterari esecrati a causa della pessima fama di alcune opere che rientrano nei loro parametri, e se questo libro fosse un giallo, un romanzo rosa o uno young adult, aggiungerebbe acqua al mulino di chi ritiene la cosiddetta che la literary fiction sia l’unica letteratura degna; ma Fates and Furies dimostra come i talenti minori non debbano firmare titoli “di genere” per essere trascurabili.



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