Mela Zeta – Le grandi onde di Ginevra Bompiani

La produzione letteraria dell’anglosfera (tutte le culture e gli scrittori che scelgono di esprimersi in lingua inglese, anche se la soverchiante attenzione verso i prodotti statunitensi è innegabile) ha sempre dominato, almeno dal dopoguerra, il mercato italiano. Con una maggiore diffusione dello studio e della comprensione dell’inglese, negli ultimi anni sono andate sempre più in pezzi le barriere tra le due lingue; anche qui su Players non è inusuale trovare articoli dedicati a libri non ancora tradotti nell’idioma di Dante. Ma il panorama culturale nazionale non è di scarsa qualità, nonostante l’abbondare di romanzi ambientati in una Roma che le sinossi insistono a descrivere se non come “deturpata e bellissima” allora come “bellissima eppure irrimediabilmente in via di decomposizione”.

Mela Zeta è un memoir di Ginevra Bompiani, figlia del fondatore dell’omonima casa editrice e lei stessa fondatrice (con Roberta Einaudi) delle edizioni Nottetempo; il titolo viene dal comando Mela + Z, o CTRL + Z per gli utenti Windows, e serve come spunto all’autrice per ritornare su esperienze da lei vissute e persone da lei incontrate.
L’inspiegabile scelta immagine di copertina viene subito chiarita dal prologo:

Se qualcuno nella stanza accanto, qualcuno che conosco, entra all’improvviso, io sobbalzo. Mentre se sulla parete si materializzasse una sagoma venuta dal nulla, sconosciuta, impensata, resterei a guardare a bocca aperta. Così succede con le grandi onde che vengono a devastare la nostra vita, a mutarla, da continente a isola, da isola a penisola, da penisola a deserto. E quando l’onda è ormai a pochi passi dalla riva e non c’è più fuga possibile, non puoi, come sulla tastiera, premere mela zeta e tornare indietro, a un momento fa, quando era ancora lontana e potevi fuggire o metterti al riparo e lanciare l’allarme.

Ecco l’argomento di Mela Zeta, dunque: gli incontri dell’autrice con una varia umanità, appartenente soprattutto alla classe intellettuale – incontri il cui impatto è sempre sensibile.

Il memoir vero e proprio, tuttavia, si apre con un episodio che sembra non c’entrare niente con il rarefatto ambiente letterario che ci si potrebbe aspettare: Bompiani, negli anni Novanta, decide di impegnarsi in modo un po’ più serio riguardo la guerra nei Balcani, quindi riempie un camioncino di beni di prima necessità e, accompagnata da un autista, parte alla volta del fronte.

Il contrasto con il resto del libro è tale che non si può può fare a meno di pensare a uno degli autori cardine della nostra letteratura novecentesca: Cesare Pavese, il profeta dell’incapacità di agire (poco importa che si manifesti nell’antifascismo di figure come Piero Gobetti o nella scelta di “andare in montagna” di molti dopo l’armistizio dell’8 Settembre), che in parte spiega la quiescenza della maggioranza della popolazione italiana nei confronti del regime fascista.

Se la rivoluzione non è certo nelle mani del singolo, allo stesso tempo è necessario che il singolo si impegni in qualcosa, che scelga una causa piccola in cui il suo contributo possa fare la differenza. Il primo nome celebre del libro, non a caso, è quello dell’intellettuale spagnolo José Bergamín, schierato contro il regime franchista e critico anche della nuovamente democratica Spagna degli anni Ottanta. A lui e alla sua cerchia sono dedicate tra le pagine più sentite di Mela Zeta, in cui la vicinanza affettiva dell’autrice è stemperata dal filtro della distanza temporale, senza tuttavia che le sue parole risultino meno incisive.

Il leitmotiv di queste memorie è la fragilità che sembra caratterizzare gran parte delle persone ricordate. La morte, la malattia, i momenti di nuda debolezza mostrati solo agli amici sono gli elementi ritornano più spesso: una pittrice di età matura (il cui nome, caso unico, è celato con discrezione da Bompiani) che concepisce un amore infelicissimo per un uomo molto più giovane; Elsa Morante vicina alla morte; la vulnerabilità e gli spigoli di un monstrum come Giorgio Manganelli; la cortese fierezza di Anna Maria Ortese.

La scrittura, disse [Manganelli] una sera a certi amici che aveva finito per sopportare con entusiasmo, è glossa, commento. Noi non diciamo, ma aggiungiamo.

Ma è soprattutto l’interconnessione delle culture europee, nel senso dei legami che sono sempre esistiti tra le culture del continente, a essere illuminata da Mela Zeta. Come Hans Magnus Enzensberger in Tumulto e, qualche anno fa, Daria Galateria in Entre nous, anche il memoir di Ginevra Bompiani spazia dall’Italia ai paesi europei culturalmente o geograficamente più vicini, elevando un genere per natura ombelicale come il memoir verso un affresco più ampio dei legami strettissimi tra le letterature del continente. Il rapporto dell’autrice con Bergamín, Toni Negri che le presenta Gilles Deleuze, Ingeborg Bachmann che è vissuta a Roma: in un periodo in cui tutto era analogico e l’Unione Europea era in lentissima edificazione, esisteva già uno scambio intellettuale su cui forse non si è costruito come si sarebbe potuto.

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