I migliori videogiochi del 2016 (secondo noi)

Un 2016 non particolarmente memorabile sta per andare in archivio e come ogni anno è la redazione “ludica” di Players a stilare l’elenco dei titoli più meritevoli a parere dei singoli redattori. Probabilmente qualche grosso calibro, del genere “ma com’è possibile che non l’abbiano inserito” resterà fuori, magari perchè a noi non è piaciuto, magari perchè non abbiamo avuto nemmeno il tempo di giocarci. Speriamo che il 2017, tra Scorpio, una Pro sfruttata a dovere e ovviamente il Nintendo Switch possano ringalluzzire un po’ un mercato che sta puntando un po’ troppo sulle specifiche tecniche/risoluzioni/digital foundry di cui onestamente a noi frega pochissimo, per riportare il baricentro e l’attenzione di tutti su quello che conta davvero: i giochi.

Claudio Magistrelli

The Witness

Col senno di poi, è inspiegabile come The Witness sia passato quasi inosservato. Eppure l’opera seconda – e dunque per definizione più difficile – di Jonathan Blow è uno di quei giochi destinati a passare alla storia ed essere ricordati negli anni. E l’art direction fuori parametro, la cura riposta in ogni minimo dettaglio e la progressione svincolata da tutorial espliciti sono solo alcuni dei motivi. Blow ci ha messo sette anni a realizzarlo, spendendo tutti i soldi guadagnati con Braid, io ci metterò sette anni a finirlo al 100%.

This War of Mine

Mentre gli FPS si ostinano a raccontare la guerra con la delicatezza di un Micheal Bay sbronzo al suo addio al celibato, 11 bit studios si è sporcato le mani raccontando la guerra delle vittime collaterali. Da videogiocatore ho accumulato una serie di azioni turpi e meschine da far impallidire Trump, ma la prima volta che ho accoltellato un estraneo in casa sua per rubargli un pezzo di carne rancida con cui campare un paio di giorni in più me lo ricorderò per un pezzo.

Superhot

Può bastare una sola idea per fare un grande videogioco? Sì, e Superhot è quei a dimostrarlo. Il tempo scorre solo quando tu ti muovi – e alla velocità a cui ti muovi. Stop. È tutto. Non c’è altro, davvero. Non ci sono i colori, se non il rosso delle scie dei proiettili e dei nemici che si stagliano sul bianco algido degli scenari. Non c’è una trama, solo una sequenza di ambientazioni prese di peso dall’immaginario degli action. Malgrado ciò, o forse proprio per questo, Superhot è – semplicemente – lo shooter più innovativo che mi sia capitato di giocare da anni (cit.).

Batman: A Telltale Series

Vero, la formula è sempre la stessa, il motore grafico è ancora un legno e l’introduzione dei QTE non è certo servita a rendere meno odioso il sistema di controllo. Ma l’approccio avuto dai Telltale rispetto al mito fondativo di Batman fa tremare i polsi. Come DC Comics possa aver concesso una tale libertà creativa resta un mistero, ma anche se il colpo di scena dei primi episodi dovesse essere – almeno parzialmente – smontato nel finale, il coraggio nel ribaltare dalle fondamenta le origini merita comunque un plauso.

Andrea Chirichelli

Overwatch

Il mio gioco dell’anno, del decennio e probabilmente uno dei titoli che avrò maggiormente giocato in tutta la mia vita se e quando smetterò di farlo. 100 e rotte ore su PS4, ora venduta e già altre 100 trascorse su Xbox One (sì, ho fatto il cambio che quasi nessun italiano farebbe), la passione non è stata scalfita di un millimetro. Il bello? Normalmente odio gli FPS e ancora di più quelli online-only, eppure Blizzard ha fatto il miracolo. Col mio fido Bastion abbatto nemici a secchiate e anche se conosco a memoria ogni anfratto delle splendide mappe pensate da Blizzard, ogni partita è un nuovo viaggio verso l’ignoto. Un gioco straordinario, strepitoso, impreziosito dalla classe che Blizzard conferisce ad ogni suo prodotto.

Forza Horizon 3

Dicevo appunto del cambio “insolito”: beh, la ragione è questa. Il miglior arcade racing di sempre che diventa ancora più incredibile ad ogni sua incarnazione. Kudos per la scelta dell’Australia (paese interessante, indubbiamente, anche se non mi sono ancora abituato alla guida a sinistra) che pemette di scorrazzare attraverso una regione tanto ampia quanto varia. Gran Turismo non abita più qui.

Firewatch

Non so se quella raccontata è la più bella storia dell’anno, ma dubito che esistano titoli con dialoghi e musica migliore. L’arte sublime di Olly Moss ha fatto il resto. Certo, è un simulatore di passeggiata (il game designer l’ha invece paragonato a Metroid, ma ho la sensazione che non abbia mai giocato al titolo Nintendo) e dura un giorno, ma, appunto, è un’esperienza breve ma intensa.


Uncharted 4

Le degna chiusura di una delle poche saghe che hanno davvero meritato il successo ottenuto. Graficamente pazzesco, sempre molto appagante e divertente e dotato di un finale meraviglioso, sotto ogni punto di vista, Uncharted 4 rappresenta l’apice della produzione Naughty Dog e della softeca Playstation 4. Non resta che augurarsi che la storia della softco prosegua di questo passo…

Inside

Ovvero come un titolo Indie può annichilire una tripla A di una qualsivoglia softco, non solo dal punto di vista narrativo o artistico, ma anche sotto il profilo tecnico. E quegli ultimi venti minuti, quelli che trascorrono dopo QUEL fatto, fino alla fine del gioco, eh, resteranno impressi nella mente e nel cuore per molto, molto tempo. Interpretatelo come volete, ma provatelo, assolutamente.

Emilio Bellu

DooM

Ci si aspettava poco da Doom, si pensava che sarebbe stato un altro reboot senza grande personalità, e la beta multiplayer non prometteva molto di più. Ma questa volta ID ha sorpreso sotto più fronti: se in effetti il multiplayer del nuovo capitolo della serie non ha nulla di speciale, DooM reinventa lo shooter single player, e riesce a riproporre lo stesso spirito frenetico e brutale del primo capitolo della serie, più di vent’anni dopo la sua uscita. Dopo più di un decennio in cui gli sparatutto si sono basati sull’alternarsi ritmico di assalto e copertura, DooM, con i suoi final blow, ha trovato un modo perfetto di incentivare uno stile di gioco aggressivo, introducendo le combo negli FPS con un’eleganza mai vista prima. Se si aggiunge a questo una narrativa geniale, che prende la narrativa della saga di Doom sul serio per cercare di farla diventare un’epica di serie B, e il pacchetto è imperdibile.

Uncharted 4

Fa impressione vedere quanto sia cambiato il rapporto dei giocatori con la violenza nei titoli d’azione: se una decina di anni fa le sparatorie senza cervello erano viste come una normale realtà dei videogiochi, oggi gran parte di titoli più apprezzati deve avere una storia di qualità che in qualche modo dà senso agli eventi controllati dal giocatore, e l’iperviolenza di se è per se è sempre più difficile da giustificare. Naughty Dog, il cui capolavoro Uncharted 2 ha dato vita a questa discussione (quella della “dissonanza narrativa”) ha trovato modo di trasformare l’istinto da avventuriero di Nathan Drake in un demone che nasce dalla sua infanzia, in un’epica che attraversa il mondo per esplorare le idee di famiglia, rapporto di coppia, responsabilità personale e la scoperta della propria missione nella vita. Un perfetto esempio di come alcuni capolavori dell’indie game come Gone Home abbiano cambiato per sempre tutto il mondo dei videogiochi.

Overwatch

Non tutti credevano che Blizzard fosse in grado di eccellere con un gioco d’azione, ma a quanto pare la casa di Warcraft non riesce a sbagliare. Da un certo punto di vista Overwatch non è esattamente un gioco di quest’anno, è pensato per durare anni e anni, e ha appena dato vita ad una delle prime associazioni sportive professionali della storia del medium. Ma fa impressione vedere come il genio di Blizzard nel creare personaggi memorabili, un universo complesso e intrigante e gameplay perfetto abbia funzionato anche nel mondo degli shooter.

Francesco Malevolti

The Witness

Jonathan Blow è uno che ha passato tutta la vita iniziando progetti di videogiochi che non ha quasi mai portato a termine. La prima volta che l’ha fatto, con Braid nel 2008, ha sconvolto il mondo degli indie game come nessun altro gioco prima(e probabilmente nemmeno dopo). The Witness, con i suoi coloratissimi ed enigmatici pannelli è l’ennesimo esperimento ermetico del suo autore, nel bene e nel male uno dei più grandi “filosofi” del game design al mondo. Tra qualche anno ci ricorderemo di ben pochi giochi del 2016, ma state pur certi che The Witness sarà uno di quelli.

Darkest Dungeon

Darkest Dunegon ti mette nei panni di una persona spregevole, ma non te lo dice attraverso le premesse della trama o con un colpo di scena, anzi, non te lo dice affatto. Lo svela attraverso le meccaniche di gioco, in maniera sottile, sfumata. Mi sono reso conto di che persona il gioco mi stava facendo essere quando ho deciso che mandare a morire gruppi di uomini senza speranza soltanto per ottenere qualche ricompensa trascurabile era la scelta più facile e tutto sommato soddisfacente che potevo fare. Pochi titoli affrontano il tema della moralità in maniera “adulta” come il prodotto di Red Hook e nell’infinito processo di maturazione del medium questo appare un passaggio quantomeno importante.

Hitman

Nonostante il mio approccio un po’ scettico, le nuove avventure dell’ Agente 47 si sono rivelate di una complessita’ onestamente inaspettata. Ogni singolo capitolo presenta una varieta’ di situazioni e approcci da far impallidire la concorrenza, tutto da scoprire gradualmente attraverso un meccanismo di apprendimento basato sulla ripetizione in stile “giorno della marmotta”.  Non si tratta di semplice trial & error, ma di un vero e proprio modo di concepire l’esplorazione delle possibilita’ offerte dall’ambientazione e dalle meccaniche, che premia la rigiocabilita’.  Personalmente non sono un fan della serie, ma mai prima d’ora giocare più volte lo stesso livello mi ha dato tanta soddisfazione.



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  • Federico Serra

    Devo chiedere una cosa: Overwatch vale la pena di essere giocato anche su console? Perché non avendo un PC degno e essendo da quel che ho visto un titolo veramente ben realizzato mi dispiacerebbe dovermelo perdere.

    • Il Fulge

      Assolutamente sì.