Dittico, duplice e duale – L’Una e l’Altra – Camera

Quella che state per leggere è la doppia recensione di uno dei romanzi più belli e, ahimé, tragicamente sottovalutati tra quelli arrivati nelle librerie italiane. Non per fare i paraculi e quelli che “l’avevamo detto noi!”, ma già a inizio anno vi avevamo segnalato che How to Be Both di Ali Smith sarebbe stato una lettura irrinunciabile dell’annata letteraria, almeno per chi ama la literary fiction e ha voglia di spingersi oltre quei 4 o 5 titoli mensili che ricorrono ossessivamente nelle cronache letterarie italiane.

Attorno all’edizione italiana del romanzo, edita di recente da SUR con il titolo L’Una e L’Altra e tradotta da Federica Aceto, per il momento si registra un assordante silenzio punteggiato qua e là da isolate, ma entusiastiche recensioni. Questa è la mia, anzi la nostra: per un libro tutto giocato su figure doppie e complementari, riflessi, corsi e ricorsi di personaggi e tematiche, una sola firma non bastava, perciò anche noi, l’una (Elisa) e l’altra (Cecilia), ci siamo spartite un romanzo grandioso, recensendo ciascuna una delle due parti di cui è composto.

Se How to Be Both è un romanzo come davvero pochi altri (e con la sua sorprendente peculiarità ha vinto il Costa Book Award e il Bailey’s Prize), la nostra recensione non vuole rendergli omaggio occupandosi separatamente delle vicende di George a Cambridge e quelle di Francesco del Cossa nella Ferrara del XV secolo. Quale delle due capiterà prima sotto i tuoi occhi dipenderà dal caso, ovvero da quale link intercetterà per primo la tua strada sui social: nel tuo caso si parte con…

CAMERA

George ha sedici anni, una cameretta con un’infiltrazione d’acqua minacciosa in quel di Cambridge e un primo, colossale e inatteso rimorso da digerire nel pieno dell’otto-volante adolescenziale su cui sta correndo.
Quel rimorso nasce da una vacanza voluta e organizzata dalla madre a Ferrara, per vedere dal vivo alcuni dipinti che l’avevano impressionata nel profondo mentre sfogliava una rivista. Una gita inattesa e memorabile in Italia, che George ora è costretta a rileggere in una chiave doppiamente angosciante. Il viaggio a Ferrara infatti è stata l’ultima vacanza in compagnia di una madre sessantottina mai arresasi, ma percorsa da più di un’inquietudine, che George solo ora capisce di non essere davvero riuscita a decifrare. Chi è la donna che sembra aver influenzato quel viaggio e gli ultimi anni di vita della madre? Quale musica ascoltava nelle cuffie la mattina, mentre si aggirava per casa danzando? Cosa avrà pensato di fronte all’atteggiamento musone e refrattario che George, da perfetta adolescente scontrosa, ha tenuto per tutta la vacanza?

Mentre seguiamo George alla scoperta della sua nuova vita senza la madre e senza tante risposte che, all’indomani di un lutto che sta ancora elaborando, si accorge di non avere, si può palpare sotto la carne viva del romanzo un’ossatura tutta Jeanette Winterson e Virginia Woolf. Così come George è figlia di una sessantottina, ma ne interpreta l’eredità fisica e spirituale con occhi contemporanei e vivaci, Ali Smith è erede di quella tradizione, ma si dimostra da subito capace anche di spingersi oltre e di creare qualcosa di autenticamente nuovo e contemporaneo, anche se innervato della literary fiction femminile più importante del Novecento inglese.

Insomma, How to Be Both è un romanzo che vanta una grande importanza di temi e voci, senza però ereditare la cupezza e l’impegnativo stile narrativo del passato. Il lutto e l’inquietudine adolescenziale delineano i contorni del meraviglioso affresco di Ali Smith, ma non si tratta più di un dolore sordo ed esistenziale, bensì di un bivio che costringe a una scelta. George si trova su un nuovo sentiero, quello senza la madre, si volta indietro più volte ricordando la strada percorsa, ma con sua e nostra sorpresa anche nel cammino davanti a sé non mancheranno sorprese e motivi di gioia; una gioia via via più matura e riflessiva, figlia di quello splendido coming of age che Ali Smith fa partire proprio dal difficile momento di George che contempla dinnanzi a sé: il primo anno da vivere senza la madre al proprio fianco.

Lo stesso romanzo ci pone tutti, lettori consapevoli e non, a un bivio, quello della storia da leggere per prima tra Camera e Eyes. Difficile, impossibile immaginare come sarebbe stata la lettura del libro se si fosse imboccata la strada opposta. Personalmente ho seguito l’ordine della mia copia, che si apriva con la storia di George, e non ho rimpianti a riguardo. Come sarebbe stato il giudizio di romanzo se avessi letto il tutto in senso contrario? Probabilmente più dirompente, dato che Camera è di certo la metà meno sperimentale e innovativa del romanzo, ma questo significa anche creare con le insicurezze di George una solida base da cui partire per inerpicarsi verso i virtuosismi e la visionarietà più elaborata dell’autrice, perciò è un sentiero che consiglierei di percorrere, soprattutto a chi non ha grande dimestichezza con la literary fiction contemporanea.

Non si dica che su Players non siamo sul pezzo, dato che già in aprile Cecilia aveva recensito quello che è stato il caso editoriale dell’autunno letterario italiano, Le Ragazze di Emma Cline. Non può che fare piacere leggere di storie di successo di questa literary fiction, anche se eternamente etichettata come al femminile; tuttavia la mia impressione è che il più vivido e commovente coming of age letterario dell’anno non sia quello che ha conquistato le luci della ribalta.

Per leggere l’altra parte della recensione clicca sulla copertina del libro.

 



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