Passengers – Love story con catastrofe spaziale

I passeggeri del titolo sono quelli a bordo di un’enorme astronave, l’Avalon, che viaggia verso una colonia planetaria chiamata ‘Homestead II’.

In quel pianeta remoto i suoi cinquemila e rotti passeggeri affronteranno, dopo centoventi anni di ibernazione, una nuova vita per se stessi, lontano dalla Terra che è ormai al collasso per via della sovrappopolazione. Due dei passeggeri, Jim Preston (Pratt), un ingegnere, e, più avanti, Aurora Lane (Jennifer Lawrence), una giornalista, vengono risvegliati dal sonno criogenico troppo presto – ci sono ancora novantanni anni prima che la nave possa atterrare. I due iniziano una bella storia d’amore, cui si affianca una lotta per accettare il loro inaspettato destino e, a mano a mano, una situazione a bordo che peggiora, quando un certo numero di malfunzionamenti e di strani incidenti rivelano una grave minaccia per l’astronave.

Premesso che, ad oggi, è con film come Interstellar e Gravity che si sono raggiunti vertici eccelsi nell’effettistica spaziale e gravitazionale, direi che dal punto di vista della spettacolarità Passengers non perde colpi: ci sono scenografie ed effetti CGI di ottimo livello. Il problema è che a metà del film ci si impantana in una sorta di love-story cosmonautica che, agli appassionati di sci-fi, farà rimpiangere la povertà di effetti (ma la genialità del plot) di film come Moon di Duncan Jones.

Chris Pratt e Jennifer Lawrence hanno già dimostrato di essere attori di talento e non soltanto belle presenze, va da sé che nel film ci si impegnano seriamente a creare un’alchimia verosimile che sostenga il loro innamoramento. Sono supportati da Michael Sheen, che interpreta il robot barista Arthur, personaggio che, in un primo momento, anche per il layout di tipo alberghiero della nave spaziale, strizza un po’ l’occhio a Shining, con Sheen che contribuisce in questo senso.

Purtroppo, lo script sceglie di concentrarsi sulla storia d’amore tra i due fascinosi protagonisti, e con parecchi rimandi al Titanic di James Cameron, pretende di tenerci con il fiato sospeso per via di in un disastro imminente derivato dalla fase iniziale del film. Di conseguenza, tutto diventa risaputo e deja-vu nel suo atto finale. Le situazioni di audace eroismo e la corsa contro il tempo risultano parecchio prevedibili e la promessa iniziale di sollevare domande pertinenti sulla natura umana viene solo parzialmente mantenuta.

Francamente, nonostante il film naufraghi verso la storia d’amore tra questi due personaggi che si incontrano ed affrontano circostanze straordinarie, a guidare il conflitto di questa storia rimane un grande dilemma morale. E ‘un punto cruciale della trama, un elemento inquietante che avrebbe dovuto essere gestito meglio, poiché ne costituisce l’attrattiva filmica principale.

Morten Tyldum, il norvegese del biopic sul matematico Turing (The Imitation Game), quando ha accettato la regia del film, ha dichiarato di aver sempre voluto dirigere un film di fantascienza, ma di essere stato frenato dalla freddezza e dai toni asettici del genere e che, proprio per questo, il suo approccio sarebbe stato maggiormente incentrato sui rapporti tra i personaggi, più che sugli elementi futuristici.

Viene da pensare che la scelta fosse sbagliata ab origine e rimane un’inquietante interrogativo per noi spettatori: chissà come sarebbe stato questo Passengers se lo avesse davvero diretto Gabriele Muccino, come inizialmente era stato proposto? Un interrogativo che, ho buona ragione di credere, non ci toglierà di certo il sonno…



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