Split: il terrore ha molte personalità

La storia di Billy Milligan, un ragazzo di ventisei anni condannato alla detenzione in carcere dopo esser stato arrestato per rapimento, stupro e rapina di tre studentesse universitarie nel 1977, ma soprattutto il disturbo dissociativo dell’identità, sembrano affascinare ripetutamente i grandi registi di Hollywood.

Hanno raccontato questa sindrome psichiatrica in forme via via sempre più sofisticate Fincher, De Palma e Scorsese, per non citare Hitchcock con il suo Psyco (e tra poco vedremo anche Di Caprio con The Crowded Room).

Ci prova anche il buon vecchio (cinematograficamente parlando…) M. Night Shyamalan che negli ultimi anni è incappato in una fase discendente che passa attraverso L’ultimo dominatore dell’aria e culmina nel mediocre The Visit. Tuttavia, quando proprio sembrava giunto il declino definitivo, il regista ha deciso di recuperare la dimensione cinematografica a lui più confacente: storie di orrore piccole, concise, ma appassionanti, realistiche e, a tratti, decisamente spaventose.

Il risultato è decisamente soddisfacente, anzi, per chi non storcerà il naso per la solita mossa-Shyamalan , direi che siamo di fronte ad una delle sue opere migliori, degna di accostarsi agli ottimi Il Sesto Senso e The Unbreakable.

Split parte quindi dal vero caso di Billy Milligan, in cui si scoprirono albergare ben ventiquattro personalità distinte, ognuna con caratteristiche precise, ma nessuna in grado di essere percepita e ricordata coscientemente dal soggetto (che, infatti, al termine del processo, fu assolto per infermità mentale, non avendo consapevolezza delle azioni commesse). Qui il protagonista si chiama Kevin e le sue identità sono estremamente complesse, ma la natura umana stessa a livello individuale e di massa è, come constatiamo ogni giorno complessa ed ambigua…

Kevin e Casey (Anya Taylor-Joy), la protagonista femminile, sono due facce della stessa medaglia conseguente ad un passato traumatico, ma se i traumi di Casey hanno fatto di lei una persona più forte, più attenta e riflessiva, Kevin ha, invece, costretto le sue molteplici identità ad evolversi e a diventare persone completamente realizzate – ed è per questo che quando si arriva un paio di dozzine di uova nello stesso paniere, alcune sono destinate a rompersi.

L’empatia di Casey le permette di interagire con Kevin e la sua identità in modi che non sono credibili per le sue compagne di prigionia; entrambe Haley Lu Richardson e Jessica Sula danno ottime prestazioni, ognuna delle quali rappresenta la plausibile reazione di giovani donne in situazioni simili e particolarmente terrificanti. Di James McAvoy (X-Men), nella parte di Kevin, non si può che dire bene.

La sua performance attoriale è di ottimo livello ed è sia macro che micro: egli è a tratti terrificante, a tratti divertente, a tratti incredibile, ma perfettamente calato nel suo ruolo di disagio mentale. A Shyamalan poi, ha fatto un gran bene lavorare con un direttore della fotografia come Mike Gioulakis, che sa sfruttare appieno gli spazi ristretti del film e si muove con grande capacità filmica nella stanza che funge da cella per le tre ragazze, le cui dimensioni son talmente esigue da non riuscire quasi ad inquadrare tutte insieme le protagoniste.

Insomma, Split (di cui dovrei essere riuscito a farvi un’idea senza mai spoilerare…) è davvero un buon film thriller, ben diretto e ben interpretato… è vero, nel finale sconfina nell’horror (e non è esattamente imprevedibile, come si vorrebbe pretendere: basta tener conto delle dichiarazioni di Kevin durante le sedute psichiatriche e della teoria della sua psichiatra sui mutamenti fisiologici …) e questo, certo, ne inficia un po’ la credibilità, ma mette bene in luce quanto sia il potenziale inconoscibile ed incontrollabile che può nascondersi nella psiche umana.



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