Essere o non essere Resident Evil 7?

Noi videogiocatori siamo gente strana. Tutti gli anni compriamo il nuovo capitolo della nostra saga preferita, lamentandoci a turno del suo essere troppo uguale a quelli precedenti o troppo diverso, al punto di aver perso la sua identità, a seconda dell’annata, dell’aria che tira o della vulgata popolare del momento. Fermati a pensarci un attimo: probabilmente ti è capitato di pensarlo persino di FIFA, NBA o PES. Ogni tanto mi consolo sussurrandomi che faccio un lavoro (uno, magari uno, in realtà più di un lavoro, ma poco conta) di merda, però per fortuna non faccio il game designer.

Ecco, nel mio personale tabellino di persone che invidio poco, ma proprio poco poco, fino all’altro ieri in cima si trovavano i game designer del nuovo Resident Evil 7. La saga horror di Capcom ha sperimentato sulla sua pelle il giochetto del troppo uguale/troppo diverso praticamente dal secondo capitolo. Al punto da diventare uno dei casi-studio per eccellenza del fenomeno, nemmeno il tempo di vedere la trilogia originale elevata a mito del videogioco classico che già si sentiva borbottare.

Per quanto riguarda la trilogia successiva, nonostante gli anni trascorsi il borbottio è presto diventato un’eco di disgusto che ancora riecheggia tra fan più intransigenti per il distacco da canone della saga (uhm, mi ricorda qualcosa…).

Con dei precedenti simili, dunque, c’è voluto un bel pelo sullo stomaco per buttare tutto (o quasi…) all’aria, personaggi storici, ambientazioni classiche, minacce batteriologiche, trame da seconda serata di Italia 7, Racoon City e visuale in terza persona. Di colpo, tutto il lore di RE è finito in fondo a un cassetto –  anche se SPOILER non tutto è davvero destinato a rimanere lì.

Il primo impatto con le tetre e paludose atmosfere della Louisiana insomma è quanto di più lontano ci si possa aspettare dal Resident Evil visto negli ultimi anni, soprattutto dopo il ritorno alle origini abbozzato con gli spin-off Revelations. Per iniziare il protagonista è un ragazzo qualunque alla ricerca della sua fidanzata sparita nel nulla tempo prima. Niente copri di polizia, città sotto assedio e cospirazioni.

Questa riduzione in scale dei problemi tocca ovviamente anche i nemici, non più zombie, ma bifolchi cannibali del sud degli Stati Uniti, insieme alla palette cromatica, alla visuale e al design delle aree di gioco, in particolare quelle iniziali. Senza essere stati in precedenza sottoposti alla massiccia campagna di marketing che ha preceduto il lancio, sfido chiunque a riconoscere in uno degli screen sparsi per la pagina un capitolo di Resident Evil.

Eppure, fin da subito ci sente dentro un Resident Evil. Lentamente, ma inesorabilmente, la sensazione si traduce in qualcosa di più concreto.

L’ambientazione racchiusa tutta all’interno di una casa, come la magione del primo capitolo, da esplorare in cerca di segreti e da conoscere meglio della propria per aumentare le speranze di sopravvivenza. La trama che pesca a piene mani da un altro filone di horror, ancora un collage di suggestioni di genere, solo che questa volta il genere l’horror alla Non aprite quella porta – ma sono pronto a scommettere che anche True Detective ne abbia condizionato le atmosfere. Poi la liberazione quando si scovano le prime armi e finalmente si può smettere di scappare sempre da quei sanguinari psicopatici dei Baker, e di colpo è davvero Resident Evil.

Resident Evil 7 è il gioco di Schrodinger, perché è e non è Resident Evil, allo stesso tempo. Pur essendo il capitolo più lontano dagli altri pubblicati in precedenza sotto un’infinità di punti di vista, è quello più vicino agli spunti e ai propositi del capostipite. Pur sfiorando solo da un certo punto in avanti la mitologia della saga, è l’episodio che più di ogni altro carpisce lo spirito che ha dato origine al mito.

E poi, non saltavo così sulla sedia da quando i cani irrompevano di schianto dalla finestra del corridoio.

Eppure il risultato più notabile raggiunto è un altro. Perchè Resident Evil 7 è anche, e soprattutto, un gioco con una personalità propria, non dipendente da quella della saga, e non fa che affermarlo per una decina di ore abbondanti. Nonostante le citazioni. Così come quelle cinematografiche, anche le ispirazioni videoludiche sono palesi e mai celate. RE7 però non si nasconde, e sfida a viso aperto Outlast e i suoi fratelli sul loro terreno, uscendone palesemnte vincitore.

Rivendicando non solo lo scettro di titolo di riferimento per i videogiocatori dediti all’horror, ma anche una rinata centralità dello sviluppo giapponese, che sicuramente necessita di tempistiche più dilatate rispetto agli studi occidentali, ma riesce ancora a sfornare produzioni impregnate dello spirito degli albori impensabile altrove.



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