Kong: Skull Island – L’isola del déjà vu

Affidato ad un regista quasi esordiente (Jordan Vogt-Roberts) il film si inserisce nella saga del leggendario King Kong con il preciso scopo di creare un cross-over con il sequel di Godzilla (2014), che è previsto per il 2019 e vedrà uno scontro titanico tra mostri di derivazione nipponica con il gigantesco primate hollywoodiano. Tutto anticipato dalle sequenze post titoli di coda…

La trama la si riassume in poche righe: nel 1973, scortati da unità speciali dell’esercito americano (ormai alla vigilia del congedo dopo le missioni in Vietnam), un gruppo di scienziati si avventura nella Skull Island, territorio sconosciuto in mezzo all’Oceano Pacifico. Lo scopo è quello di documentare l’esistenza di un essere terrificante e possente come Kong. Arrivati sul posto, la spedizione comincia col bombardare l’isola, tanto per rompere le scatole a tutti gli esseri giganteschi e mostruosi che la abitano.

Ci penserà Kong a ristabilire la tranquillità nel suo regno e a ripulire il territorio dai soldati invasori e dalle bestiacce che insidiano la sua sovranità di guardiano dell’isola.

L’idea di ambientare tutta la vicenda in uno sfondo post-bellico da Guerra del Vietnam avrebbe anche potuto funzionare, se ci fosse stata almeno una sequenza inedita nelle varie situation che ne derivano. Purtroppo si arriva al punto di chiedersi come mai non si senta la cavalcata delle Valchirie come sottofondo per l’arrivo degli elicotteri Chinook sull’Isola dei Teschi, visti gli spudorati riferimenti ad ApocalypseNow.

Le sequenze d’azione di Kong alle prese con gli elicotteri sono, comunque, ad alta spettacolarità e molto ben girate, il problema è che da quel momento in avanti il film va via via spegnendosi in una sequela di déjà vu triti e ritriti anche per gli action movie hollywoodiani.

C’è il colonnello carogna che si intestardisce nel voler abbattere Kong, c’è il valoroso soldato che sente l’arrivo della morte e si sacrifica per rallentare l’attacco dei mostri ai suoi compagni, non manca nemmeno il commilitone sperdutosi nel territorio ed il mostraccione che lo fa a pezzi, c’è l’accompagnatore impiastro ed impaurito che (manco a farlo apposta!) gli uccelli-mostro si sbafano per primo, per non parlare poi del cacciatore esperto che per metà del film non fa un accidente e poi di colpo si trasforma in una macchina da guerra, e così via dicendo.

La sceneggiatura, insomma, inanella perle una dietro l’altra, arrivando a sfiorare il ridicolo con il “mostro tronco di legno” o con un King Kong da 100 metri che ti appare alle spalle senza fare il minimo rumore…

Tenuto conto che le performance dei protagonisti sono appena appena accettabili (e forse l’unico che si guadagna lo stipendio è proprio Samuel Jackson…), cosa rimane da salvare in questo approccio kaiju (film di mostri giganti) al mito di King Kong? Beh, gli effetti speciali, il make-up di Kong e i panorami esotici, che fanno passar sopra ad indigeni con il corpo scritto quanto un bugiardino delle medicine e a reduci della Seconda Guerra Mondiale che dopo ventitré anni di attesa sono ancora lì, col sorriso sulle labbra, ad aspettare che arrivi la cavalleria a salvarli…

Personalmente ho trovato come uniche sequenze memorabili quelle del pupazzetto di Nixon con la testa a molla e il finto filmino super8 in stile anni Settanta dei titoli di coda, tuttavia il film diverte e scorre senza intoppi, per chi vuol passare un paio d’ore con l’avventura.

La locandina, bisogna ammetterlo, per quanto citazionista è davvero spettacolare. NdR


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