John Wick 2: The Man, The Myth, The Legend

Literally, the guy didn’t talk for the first 25 pages, and it was just all descriptive

Questa è la considerazione di Chad Stahelski una volta ricevuta la sceneggiatura del primo film. In effetti la dialettica di John Wick è spartana perché l’eloquenza è tutta affidata alle scene d’azione, nel primo film come nel secondo capitolo: assistiamo per due ore a una sequenza quasi ininterrotta di combattimenti e sparatorie in cui il regista può concedersi il lusso di riprese pulite, nitide e chiare, splendidamente coreografate e perfettamente eseguite come una danza da un Keanu Reeves di nuovo in gran forma, preciso, convincente, implacabile, addirittura aggraziato. John Wick è essenzialmente lo Schiaccianoci dei film d’azione.

Nell’era dei reboot, remake e revival in cui Matrix è solo l’ultimo film in ordine temporale a ricevere il via per una nuova riproposizione, onore al merito a produttore, sceneggiatore (Derek Kolstad) e Keanu Reeves per aver dimostrato come sia possibile far partire un nuovo franchise senza appoggiarsi comodamente sul già fatto, senza sfornare l’ennesimo cinecomic. Il successo meritato ma inaspettato, ottenuto grazie a recensioni dal positivo all’entusiasta e attraverso il passa parola, dimostra come ci sia mercato per il “nuovo”.

E onore al merito a Chad Stahelski per aver apportato modifiche strategiche allo script originale mantenendo, però, l’elemento chiave per inquadrare la psicologia del personaggio: l’uccisione della cagnetta come fattore scatenante dell’ira di John Wick. I colleghi registi contattati prima che Reeves si rivolgesse a Stahelski avrebbero preferito l’eliminazione dell’intera famiglia quale motore degli eventi, ma l’idea che a far tornare il killer dal prepensionamento fosse l’uccisione di un cucciolo racconta molto di più sia della solitudine del protagonista che del suo modo di gestire rabbia e lutto.


Il nuovo capitolo ha luogo a distanza di due settimane dagli eventi già narrati e, rispetto al primo film, si apre in modo più roboante: un povero disgraziato viene braccato da John Wick a caccia della sua Mustang. Una volta recuperata l’auto John vorrebbe solo continuare a vivere nel ricordo della moglie, in una solitudine pacifica condivisa con il suo cane ma Riccardo Scamarcio bussa alla sua porta.

Sappiamo che John era riuscito a lasciare l’organizzazione di super killer alla quale apparteneva, ma questo era stato possibile solo grazie a un favore ricevuto da Santino D’Amico, uno di quei favori che sanno di patto con il Diavolo. Il “pegno”, come viene definito nell’ambiente, è suggellato dal sangue e segna un destino al quale non si può sfuggire: John, suo malgrado, deve rientrare nell’organizzazione e ricambiare il favore ottenuto a suo tempo da Santino Scamarcio.

Da qui in poi il film espande la mitologia appena accennata nel primo capitolo introducendoci al gergo, alla struttura gerarchica e all’etica che regolamenta quello che è un vero e proprio mondo parallelo dotato di una propria moneta di scambio e di un proprio “mercato” in cui piazzare gli “ordini”. Non ritroviamo il buon vecchio Charlie a gestire le dinner reservations in compenso, però, assistiamo alla vestizione del protagonista a opera di sarti abili tanto con ago e filo quanto con piombo e scaltre imbottiture antiproiettile, mentre alla voce “attrezzi del mestiere” gustiamo la peculiare figura professionale del “sommelier delle armi”.

Roma (e le Terme di Caracalla) è il palcoscenico ideale per farci assaggiare le dimensioni su scala internazionale dell’organizzazione che intuiamo essere anche molto antica e poi, quale migliore metafora delle catacombe per parlare di una struttura sotterranea che potente si dirama in tutte le direzioni.

Naturalmente John compie la missione affidatagli e altrettanto naturalmente non può finire così facilmente per lui. Santino non è un uomo di parola e Mr Wick si trova ad affrontare ondate di killer che si abbattono su di lui da ogni dove e noi spettatori non possiamo far altro che essere catturati dal ritmo, dalla spietata eleganza e dall’infallibilità con le quali il protagonista respinge e annienta ogni minaccia. Che sia tramite una pistola, un coltello, le nude mani, o una matita, chi si frappone tra John Wick e il suo desiderio di essere lasciato in pace va incontro a un destino inappellabile.

Stahelski dirige un film d’azione e non se ne vergogna: il pubblico non viene protetto con morti violente ma curiosamente senza spargimento di sangue, né viene rassicurato fornendo al protagonista il manto dell’eroe, sebbene abbia indubbiamente le sue ragioni e tutta la nostra simpatia. Al pubblico viene dato un film d’azione senza ipocrisia, con una giusta dose di (laconica) ironia, un cast di primo livello (Ian McShane, Lawrence Fishburne, Lance Reddick, John Leguizamo) e nessun senso di vergogna per il divertimento goduto.

Con il secondo film siamo passati dal revenge movie al “give this man a gun” movie e non si può che ringraziare per un risultato così esaltante. Per dirla con le parole del concierge del Continental di New York (Lance Reddick): “How good to see you so soon, Mr Wick.”

Nota

Di seguito una foto del regista che è stato stuntman e istruttore di Keanu Reeves per la trilogia di Matrix ma anche stuntman in Buffy L’ammazza Vampiri e controfigura di David Boreanaz (Angel). Qui lo vediamo nei panni del demone Kulak in Homecoming, il quinto episodio della terza stagione. Se lo desiderate potete anche acquistarne il pupazzetto!



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