La Cura dal Benessere: Il cult che vi siete persi

Che si tratti di un film patinato, smodato e forse un tantino pretenzioso nessuno può metterlo in dubbio. Che sia da cestinare senza concedere al pubblico nostrano il beneficio della visione sembra diversamente ingiusto. E non solo perché, così facendo, si continua ad assecondare la condizione di servilismo culturale che lo spettatore italiano sembra destinato ad assumere rispetto al botteghino statunitense, ma anche perché, del nuovo film di Gore Verbinski, siamo forse più “idonei” degli americani a comprendere e ad accogliere i registri e i riferimenti, il formulario simbolico e la meccanica sregolata, la magnificenza estetica e l’artigianalità narrativa, in quanto unici eredi di una cinematografia di genere molto affine. Certamente la lunghezza è una sfida che non tutti sono pronti a raccogliere, specie se si tratta di horror (che si presenta al meglio nella sua confezione minimal), ma La Cura dal Benessere (Gore Verbinski, 2017) è uno di quei film in grado di concedersi qualche licenza di troppo senza compromettersi. Perché? E’ presto detto…

Per prima cosa si tratta di un film ricercato ed elegante. L’impianto visivo, tra riprese virtuosistiche e inquadrature emblematiche, costruisce attorno a una trama tanto misteriosa quanto labile, un universo affascinante, denso pur nella sua estrema vacuità e ricco di sfumature nonostante la sua monocromatica fumosità. La costruzione della suspense, infatti, non ricade tra gli obblighi dell’articolazione narrativa, scandita dal rilascio delle informazioni, dalla durata delle inquadrature e dalle soluzioni di montaggio – non si tratta di un classico thriller – ma dipende piuttosto da un allestimento e da una conservazione costante dell’incertezza e dell’ignoto.

La SPA, infatti, è un “non luogo” che man mano perde ogni connotazione spaziale e temporale. Per ottenere l’effetto straniante, Verbinski opera sia sul piano dei significanti sia su quello dei significati sfruttandone la polisemia. Durante il viaggio che condurrà il protagonista alla SPA, in un’imprecisata cittadina della Svizzera, la macchina da presa (posta a lato del treno in corsa) mostra sia il mezzo sia il suo riflesso sulla lunga lastra lucida di finestrini. La deviazione dei binari che imboccano la galleria rende possibile uno sdoppiamento visivo in cui il treno prende sia la direzione a destra sia quella a sinistra, rivelando subito l’ubicazione ambigua della meta. Allo stesso modo, quando Lockhart (Dane DeHaan) incontra per la prima volta Hannah (Mia Goth), lo scenario è riflesso con simmetrica precisione sulla superficie di una piscina, come a suggerire la presenza di un universo alternativo, uguale e contrario nelle sue leggi fisiche e non.

Lungo il film, peraltro, le immagini riproposte su superfici riflettenti sono numerose e indicative. L’aspetto più affascinante di questa doppiezza, però, non risiede tanto nella possibilità che un riflesso possa rivelare del corrispettivo materiale la falsità, risolvendo il dilemma allegorico, ma consiste nel fatto che esse non si escludano mai, rappresentando di fatto la medesima realtà. Lo stemma all’entrata del castello, ad esempio, è molto simile al caduceo, il simbolo della farmacia. Esso invita a varcare il luogo per accedere alla cura e al benessere. Quando Lockart fugge dalla SPA in compagnia di Hannah, i battenti del cancello lasciato aperto mostrano il simbolo diviso, esibendo solo due serpenti (o due anguille). Il farmaco, dopotutto, è sì un medicamento, una terapia, ma è anche un veleno che può portare a una subdola dipendenza. Anche nel presentare i pazienti, smaniosi di curarsi e prolungare il trattamento all’interno della struttura, Verbinski ci tiene a sottolineare come, contrariamente al thriller tradizionale in cui ogni stranezza, alla fine, ha origine in un qualche ricatto fisico, psicologico o morale, qui viga invece il libero arbitrio e l’accettazione di ogni controindicazione o effetto collaterale – tant’è che la loro reazione di fronte alla rivelazione di Lockart è piuttosto inquietante. Il film riferisce che mentre nel mondo si sta psicologicamente male anche stando fisicamente bene, qui vale l’esatto contrario, perché se il benessere (economico e sociale) crea un disagio psichico insostenibile, la cura (panacea per la mente) sembra comportare un disagio fisico tutto sommato tollerabile, anche quando questo coincide con la morte.

Verbinski gestisce la relazione tra psichico e fisico in maniera magistrale, rendendoli l’uno la conseguenza dell’altro senza soluzione di continuità, invitando lo spettatore in un loop disorientante. La questione del doppio, quindi, non interessa solo i luoghi, le epoche, gli eventi e i personaggi, ma anche la stessa realtà che conserva una natura ambivalente. La costruzione di un universo così complesso e affascinante richiede tempi e spazi che Verbinski – e soprattutto Justin Haythe, lo sceneggiatore – si prende senza badare troppo all’urgenza e compiutezza narrative. Il risultato è un mistery tanto intrigante quanto sfiancante.

L’altro aspetto affascinante de La Cura dal Benessere risiede nella sua insolita bipartizione narrativa. Se la prima parte risponde alla costruzione dell’enigma, la seconda, chiamata a scioglierlo, appare decisamente stravagante, offrendosi come il ribaltamento speculare e deformato della prima. Verbinski e Haythe sanno perfettamente che, al risveglio dall’incubo, il pericolo di una svalutazione drammatica e di un epilogo banale sarebbe stato inevitabile. A tale impasse gli autori pongono rimedio con una trovata interessante in cui si ripresenta il tema del doppio. Se nella prima parte prevalgono le atmosfere e il metodo introspettivo tratti dalla letteratura gotica e dal thriller psicologico – si va dai romanzi di Poe, Radcliffe e Oates, passando per il cinema di Polanski (Repulsion, Rosemary’s Baby, L’Inquilino del Terzo Piano) e su fino a Kubrick (Shining) – nella seconda parte, in vista dello scioglimento, si tenta di rimediare alla decostruzione della suspense sfruttando un registro più estroverso, “carnale” e ironico – si recuperano Lovecraft e i b-movies di Corman (I Vivi e i Morti, La Vergine di Cera), Bava (Operazione Paura), Argento (Suspiria, Phenomena) e Gordon (Re-Animator) – che tramuta il film in un horror quasi grottesco.

L’inequivocabile segno di demarcazione è il colore rosso, quel sangue che, a circa metà film, fa la sua prima apparizione. Il rossetto indossato da Hannah e la sua prima mestruazione coincidono con il risveglio dei sensi e la presa di coscienza, sangue che sgorga anche dalla gamba di Lockart quando finalmente decide di strapparsi via il gesso e liberarsi. Nonostante la puntuale spiegazione, però, l’ambiguità non si risolve nel finale che al contrario insinua un nuovo dubbio nella mente dello spettatore. Appena illuso e (in parte) deluso da una spiegazione apparentemente razionale, scorgerà nell’inquadratura un dettaglio davvero inaspettato.
Più che un gioiellino… una parure!



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