The Good Fight: Finding Diane

The Good Wife era un titolo provvisorio restato attaccato alla serie in mancanza di alternative più attraenti ma si è rivelato, episodio dopo episodio, un capolavoro di understatement caricatosi via via di molteplici significati esprimendo ironia, sarcasmo, alludendo a una varietà di situazioni che convergevano e si diramavano da Alicia, la buona moglie, dove il “buona” racchiudeva un universo di significati spesso accompagnati da una notevole dose di cinismo e disincanto.

The Good Fight, a partire dal titolo, evidenzia il debito creativo con la serie madre, una scarsa inventiva (su questo punto tornerò dopo), una mancanza di significati stratificati e, nomen omen, l’essere una buona serie, a tratti ottima, ma mai strepitosa. In realtà (ci) era stata venduta come lo spin off incentrato su Diane Lockhart ma Diane si è rivelata una figura marginale, poco più del mezzo per posizionare la serie nell’universo di The Good Wife: così facendo i King – qui in veste soprattutto di produttori – hanno dimenticato che proprio il percorso di Alicia aveva portato la storia a livelli di eccellenza, nonostante la vocazione alla coralità della serie.

Analogamente, Diane Lockhart avrebbe potuto e dovuto essere non un semplice elemento di raccordo, per quanto di classe, ma il perno sulla cui vicenda personale e professionale far ruotare le nuove storie. Le scelte narrative sono state altre.

Il pilot ci mostra Diane intenta a pianificare una dorata pensione in Provenza, tra lusso e vigneti di pregio. I piani saltano in aria – stile opening – quando scopre che il suo fondo pensione è stato gestito in modo truffaldino e i risparmi di una vita sono spariti. Senza più un lavoro, a un passo dalla bancarotta e con la reputazione rovinata, Diane approda alla Reddick, Boseman e Kolstad la più grande firm di afroamericani di Chicago. The Good Wife spesso è stata accusata di essere una serie troppo bianca, disinteressata alla “diversità”: accuse mosse da persone che evidentemente non hanno seguito con costanza perché la questione razziale è stata più volte affrontata con intelligenza e puntualità, anche se dalla prospettiva di un gruppo di professionisti bianchi. Grazie al nuovo studio legale vengono affrontate le stesse tematiche ma vissute e gestite a parti inverse con Diane a rappresentare il “minority hiring“.

Ritroviamo molto di The Good Wife non solo negli argomenti trattati ma anche nel cast. Sfilano, tra gli altri, Kresteva, Elzbeth Tascioni, David Lee, Colin Sweeney, Neil Gross e Lucca Quinn la vera protagonista, a voler individuare una figura più di rilievo rispetto alle altre. È assente, però, un elemento di riconoscibilità che appartenga solo e soltanto alla “nuova” serie.  Il già visto affligge anche i nuovi personaggi: la pupilla di Diane incarna quello che è evidentemente un tipo di donna che colpisce la fantasia dei King, così dopo Alicia e Laurel (Brain Dead) ecco Maia, un’altra ingenua di talento che opportunamente schiaffeggiata dalla vita trova in sé il killer instinct.

Ciò che invece latita è la parte processuale: per essere un law drama, il tempo trascorso in tribunale di fronte a un giudice, o in studio nella preparazione dei casi, si avvicina al minutaggio omeopatico a cui ci ha abituato Suits

La serie è già stata rinnovata per una seconda stagione, e questa è una buona notizia: la scrittura non è fresca e sferzante come quella di The Good Wife, ma è comunque in grado di realizzare un ottimo prodotto di buon intrattenimento. Certo resta da capire perché Christine Baranski abbia rinunciato a un’altra – parole sue – “big offer” per accettare non il ruolo di Diane Lochkart, ma un ridimensionamento di quel ruolo.

Forse la seconda stagione sarà quella dell’emancipazione dalla serie madre anche perché gli autori hanno già riproposto quasi tutto. La lotta intestina tra founding partners (a suo tempo Diane e Will contro Stern); la protagonista (Diane come Alicia) costretta a ripartire da zero dopo uno scandalo che la lascia vittima incolpevole ma comunque senza soldi e reputazione; la perdita dell’innocenza di un’altra protagonista (Maia come Alicia); la coppia formata da due mondi a parte che si attraggono e si respingono (Lucca e Colin come Kalinda e Cary); la memoria emotiva, traditrice e inaffidabile (i ricordi di Maia come quelli di Will in The Decision Tree).

The Good Fight è per ora un “vietato agli Homer” (se avete presente la puntata dei Simpson “Homer il Grande”) rivisitato in un “vietato ad Alicia”, anche se a giudicare dal season finale la serie dovrebbe battere nuove strade.



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