L’ultimo paese, neorealismo fumettistico

Quale può essere la motivazione che spinge Federico Manzone a scrivere e pubblicare per i tipi di Canicola nel 2017 L’ultimo paese, un racconto a fumetti i cui contenuti e il cui ritmo richiama il neorealismo cinematografico? La risposta a questo primo quesito ci conduce inevitabilmente a porre un’altra domanda: il portato e le caratteristiche neorealiste sono note ai lettori italiani contemporanei, o rischiano di essere fraintese?

Cercherò di rispondere ad ambo i quesiti, sebbene non ritengo che le mie risposte possano definirsi esaustive e definitive. In merito alla seconda affermerei che, anche rifacendomi alle parole di Pier Paolo Pasolini, è importante ricordare come l’etichetta del neorealismo nasconda un profondo equivoco: poiché il mondo che è descritto in opere come Accattone, Roma città aperta o Anni difficili è stato spazzato via già nel corso degli anni ’60, gran parte del cinema neorealista appare come «un sogno di quel mondo» e non una sua documentazione fedele. Una caratteristica che emerge anche nei documentari girati da Vittorio De Seta tra il 1954 e il 1959, raccolti dallo stesso regista in un cofanetto dall’emblematico titolo Il mondo perduto (Feltrinelli, 2008).

Federico Manzone è un fumettista e illustratore nato nel 1988 a Cuneo, in Piemonte, e attualmente vive a Bologna, dove ha anche concluso i suoi studi universitari presso l’Accademia di Belle Arti ed entra a far parte del collettivo di fumettisti Gruppo Maciste. Collabora con numerose riviste e siti web, tra cui ricordo Graphic News e Internazionale, mentre potete ammirarne alcuni lavori sul suo sito ufficiale e il suo tumblr. Cercando una risposta alla prima delle domande poste nel primo paragrafo, ritengo possibile ipotizzare che l’autore volesse cogliere un preciso momento della storia italiana per rappresentarne le caratteristiche e probabilmente suggerire, se non una sovrapposizione, almeno un paragone con la contemporaneità.

L’ultimo paese racconta la difficile vita dell’artista Vittorio, mutilato in guerra e successivamente realizzatore di ex voto, emarginato dalla maggioranza degli abitanti del paese e temuto solo grazie alla figura e al potere del padre, zio Carmine (forse un mafioso locale), e di Mimino, bambino curioso che per primo cercherà di rompere l’isolamento di Vittorio. La coralità della vicenda spinge l’autore a non concentrarsi esclusivamente su queste figure, ma a delineare con efficacia e attenzione il paese calabrese di Alessandria del Carretto e in particolare della festa del santo patrono e dell’immediatamente successiva festa della Pitë, al centro dell’ultimo dei documentari di De Seta, I dimenticati, e del racconto di Federico Manzone.

L’abilità nel descrivere un’Italia passata e destinata a mai più essere è forse l’elemento che può suggerire una possibile chiave di lettura dell’opera, ovvero che l’artista contemporaneo necessiti di dover riscoprire un’espressione artistica del passato per poter esprimersi liberamente. Sempre riallacciandoci alle riflessioni di Pasolini, L’ultimo paese è permeato di lirismo, di vuoti che la vita contadina non poteva e non mirava a riempire. È in questi vuoti, in questi silenzi dirompenti che si delineavano vicende umane la cui violenza e la cui sofferenza è contemporaneamente nuova e nota a noi. I toni lirici sono così affiancati dagli unici aspetti che possano davvero sopravvivere al tempo e giungere sino a noi.



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