Alien – Covenant: Basta, vi prego, basta.

La nave spaziale Covenant è in viaggio nello spazio alla ricerca di un pianeta da colonizzare. Dopo un incidente, l’equipaggio capta un messaggio proveniente da un pianeta che pare capace di ospitare la vita. Sulla superficie viene ritrovata una nave aliena schiantata e David, un sintetico, unico sopravvissuto alla spedizione della Prometheus. Ben presto il team si rende conto che quello che all’apparenza pareva essere un paradiso nasconde invece terribili insidie…

Da dove cominciare?
Dalla terribile sceneggiatura? Dalla insensatezza dei dialoghi? Dal pressapochismo della messa in scena? Dalla atroce performance di quasi tutto il cast? Dalle troppe sequenze che suscitano il riso involontario? Dalla mancanza di pathos ed empatia nei confronti dei personaggi? E si potrebbe continuare, ma da queste parti si ama la sintesi e quindi sì, Alien: Covenant è un disastro.

Lo script di John Logan e Dante Harper annoia, non ha mordente e sfiora troppe tematiche senza riuscire mai ad approfondirne alcuna. Manca totalmente una fase di team building, una delle caratteristiche che avevano reso memorabili i primi due episodi della saga. L’equipaggio della Covenant è composto da figurine bidimensionali, che iniziano ad essere falcidiate ancora prima che si abbia il tempo di capire che ruolo abbiano e quelle che restano vengono interpretate malavoglia da un cast distratto (il migliore del gruppo è Danny McBride, tanto per dire…).

La nuova “eroina” (o presunta tale), Daniels, interpretata da Katherine Waterston, che nella storia ha un peso molto minore di quanto non si pensi, scompare di fronte al carisma e al talento di Ripley/Sigourney Weaver e Michael Fassbender, qui impegnato in un doppio ruolo e vero protagonista, firma una performance nettamente al di sotto dei suoi standard abituali (in ribasso, visti gli ultimi film interpretati), peraltro non aiutato da una sceneggiatura che lo costringe a girare sequenze quasi demenziali (il confronto “musicale” tra i due sintetici) e recitare battute risibili.

Ridley Scott pare essersi scordato non solo del suo capolavoro del 1979 ma anche di come si costruisce un film del genere: l’alieno è onnipresente, elemento che ne depotenzia il fascino e azzera ogni forma di tensione; in troppe sequenze lo splatter prende il posto della suspense; i pochi colpi di scena sono tutti ampiamente prevedibili, anche dal più distratto degli spettatori e il film è appesantito da almeno una mezz’ora di troppo. Resta poi il mistero di come si possa trovare il coraggio di riproporre impunemente per l’ennesima volta la sequenza con il tonto che ficca la testa nell’uovo da cui balza fuori lo xenomorfo (che a questo giro sembra pure simpatico, vista la qualità del “genere umano” con cui ha a che fare). Per tacere della scena di sesso nella doccia che…che…soprassediamo.

Visto lo sfacelo generale, anche i pochi e velleitari tentativi di dare spessore a certi temi potenzialmente interessanti (per quanto oramai triti e ritriti), come quello dell’intelligenza artificiale dei sintetici che decidono di non accettare più “il creatore” umano in quanto fallibile e mortale, si perdono senza lasciare traccia (e nel caso specifico, persino Ghost in the Shell live action riesce a sembrare più coeso e profondo). Per il resto zero idee, zero inventiva, zero creatività, zero coraggio: Covenant prova, fallendo, a ibridare elementi di Alien, Aliens e Promethus, prendendo però il peggio dei tre film e finendo col risultare un colossale pasticcio. A ben vedere Life, film uscito qualche mese fa, risulta essere un clone di Alien ben più efficace e convincente rispetto a questo episodio “ufficiale” della saga. Più che quella rappresentata dallo xenomorfo insomma, la vera minaccia viene dallo stesso Scott, che vorrebbe girare ulteriori sequel di questo franchise cui spetterebbe solo una dipartita veloce e onorevole.



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