Colossal: La bella e il Kaiju

Gloria sta attraversando un momento difficile: a causa della sua dipendenza dall’alcool ha perso lavoro e fidanzato. Decide così di tornare nel paesino sperduto dell’anonima provincia americana, dove aveva vissuto da bambina. Qui tutto è rimasto più o meno come l’aveva lasciato, compreso Oscar, un amico d’infanzia che ora gestisce un bar. I due si riavvicinano, ma proprio quando sembra che le cose per Gloria stiano migliorando, dall’altra parte del mondo, a Seul, appare un gigantesco mostro che, per quanto incredibile possa sembrare, è comandato a distanza proprio da Gloria…

Tutto si può dire di Nacho Vigalondo, tranne che gli manchi la fantasia. Nell’affollato panorama delle offerte cinematografiche degli ultimi tempi infatti, Colossal spicca non solo per le generose dimensioni del mostro “protagonista” ma anche per l’originalità del soggetto e il coraggio dimostrato nel mischiare assieme due generi che concettualmente distano parecchio l’uno dall’altro: il “dramma” (si fa per dire) sentimentale ed il Monster Movie. Ovviamente il secondo è un mero pretesto per raccontare con corde diverse il primo, che a sua volta risulta essere particolarmente efficace e trattato con una certa apprezzabile originalità.

Il ritorno di Gloria a casa ricorda per certi versi quello che intraprendeva (con spirito opposto, a ben vedere) Charlize Theron in Young Adult: mentre il personaggio incarnato dalla brava attrice sudafricana cercava di metterne in risalto la sua (presunta) brillantezza, egocentrismo ed il netto distacco rispetto allo status quo di partenza, Gloria è un disastro sotto ogni punto di vista: alcolizzata, distratta, superficiale e alquanto sciatta e appare perfettamente compatibile con il piatto, noioso e ripetitivo scenario in cui torna a vivere. Per raccontare il suo percorso di redenzione, palingenesi e rinascita però, Nacho Vigalondo (regista e sceneggiatore), sceglie una strada bizzarra: inserire il personaggio in un contesto completamente “altro” rispetto all’ordinarietà. E cosa meglio di un gigantesco Kaijū apparso dal nulla pronto a devastare (involontariamente, visto che i suoi movimenti sono quelli compiuti da Gloria solo nel momento in cui si viene a trovare in un luogo preciso…e non spoileriamo ulteriormente) la città di Seul?

Sulla carta parrebbe impossibile raccontare una storia con questi presupposti, eppure Vigalondo ci riesce alla perfezione: con un paio di colpi di scena ben orchestrati, grazie al supporto di un ottimo cast e trasformando, in un’ era “social”, un avvenimento incredibile in un appuntamento quasi ordinario e quotidiano. Il mostro/Gloria, una volta presa coscienza del suo status cerca di evolversi e migliorare, è quasi benvoluto dalla cittadinanza coreana, attrae turisti, proprio come la protagonista, che a fatica mette giorno dopo giorno a posto la sua casa e la sua vita, almeno fino all’arrivo del “villain” che non può mancare, a quanto pare, nè nei monster movie, nè nelle dramedy sentimentali.

A rendere coeso, compatto, omogeneo e soprattutto “credibile” il tutto, c’è la sensazionale performance di un Anne Hathaway fragile e determinata, incerta e coraggiosa, folle e brillante, assolutamente in stato in grazia. Colossal, per quanto atipico, “minore” e sui generis, rappresenta forse il punto più alto della sua carriera di attrice, già peraltro nobilitata da un Oscar e Gloria uno dei migliori personaggi femminili apparsi di recente sul grande schermo.

Colossal è un film riuscito, divertente, strano, surreale e disorientante, ma quello che riesce a far meglio è parlare degli uomini, delle loro aspettative, paure, attese e desideri più reconditi, utilizzando i mostri. Già solo per questo, merita un plauso.



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