Elegia Americana – La crisi della cultura e della famiglia americana vista dagli occhi di un hillbilly

Dalle nostre parti generalmente li chiamiamo redneck, o hillbilly, termini che nascondono una connotazione di fondo negativa, intrisa però più di superficiale ironia che di reale disprezzo. In fondo quanti di noi hanno avuto modo di scambiare anche solo qualche parola con uno statunitense della Bible Belt? Non provengono da lì i tipici turisti che si incrociano nelle nostre città e di contro l’Ohio non è tra le nostre principali mete estive. Negli Usa tuttavia c’è un terzo epiteto che viene di frequente usato per dipingere le popolazioni dell’area più rurale del paese e che definisce in maniera molto più netta e puntuale il modo in cui gli hillbilly sono percepiti in patria: white trash.

Delle due componenti dell’epiteto, trash è la meno caratterizzante. Si traduce letteralmente con spazzatura e lascia solo trasudare tutto il disprezzo che il resto dell’America nemmeno troppo velatamente riversa sulle popolazioni del Midewest. White, al contrario, è la parola davvero interessante: la gente di cui ci si fa beffe nelle barzellette – Cletus dei Simpsons ne è l’incarnazione tipica – è caucasica, e quindi per sua natura invitata d’onore al banchetto offerto dal sogno americano. Il fatto che buona parte della popolazione della Rust Belt viva invece in condizioni di disagio deve dunque essere imputata ad una condizione congenita di inferiorità da cui il resto del paese bianco sente la necessità di prendere le distanze: spazzatura, appunto.

Alla luce del disagio con cui l’America guarda ai suoi figli meno presentabili, fino ad un paio di anni fa memoir di un hillbilly che ce l’ha fatta, nato e cresciuto tra Kentucky ed Ohio prima dell’esperienza tra i marine, la laurea a Yale e l’ufficio tra le vetrate di un gigante della finanza nella Silicon Valley, sarebbe stato un successo ad andar bene locale. Una tipica storia americana che avrebbe scaldato tutt’al più il cuore dei suoi vicini di casa, forse di chi ha vissuto negli stessi luoghi, giusto il tempo di  passare un paio di settimane sugli scaffali di poco frequentate librerie di provincia per poi sparire senza lasciare traccia. Ma il 2016 è stato un’annata davvero strana e sulla scia di Trump gli abitanti dell’Ohio e del resto del Midwest statunitensi si sono trovati forse loro malgrado vestire il ruolo di perno della bilancia geopolitica mondiale.

Col libro giusto al momento giusto, J.D. Vance si è ritrovato quasi di colpo a passare da hillbilly che ce l’ha fatta a politologo per la CNN, apparentemente l’unico in tutto il paese capace di far arrivare alle elite bianche le istanze della sua gente, benché il suo intento originario non fosse certo quello. Elegia americana – adattamento dell’originale Hillbilly Elegy: A Memoir of a Family and Culture in Crisis – nasce come tributo dell’autore verso i suoi nonni, o meglio verso Mamaw e Papaw per usare il vezzeggiativo utilizzato nel libro, i perni che hanno tenuto insieme la sua sgangherata famiglia, forze coesive che gli hanno insegnato a perseguire ambizioni non semplici e a non abbandonarsi al lassismo che pervade la cultura hillbilly.

Pur non lesinando critiche alla sua gente, soprattutto nella seconda metà ovvero dal momento in cui ne prende distanza materiale e culturale arruolandosi tra i marine, J.D. Vance inizia la sua Elegia con un fiera rivendicazione di appartenenza alla tradizione hillbilly e ai suoi valori.

Sì, sono bianco, ma non mi identifico di sicuro nei WASP, bianchi anglosassoni e protestanti del nordest. Mi identifico invece con i milioni di proletari bianchi di origne irlandese e scozzese che non sono andati all’università. Per questa gente, la povertà è una tradizione di famiglia […].

Poco male se il sistema di valori ha incluso per generazioni il ricorso alla sega elettrica per riparare l’onta di un’offesa alla mamma o la sana abitudine di far ingoiare per intero un paio di mutande a chiunque si fosse mostrato abbastanza avventato da avanzare apprezzamenti troppo arditi verso un membro femminile della famiglia. Una concezione arcaica e monolitica dell’istituzione familiare che l’autore, pur non condividendo appieno, non riesce nemmeno a condannare fino in fondo, neanche quando si trova ad ammettere come questa visione degli affetti sia vicina a quella mafiosa – motivo per cui Mamaw era tanto appassionata alle vicende di Tony Soprano, la cui unica colpa a suo dire era quella di “scopare troppo in giro”.

Eppure è proprio la famiglia il nucleo identificato da Vance come culla di quei sentimenti di sfiducia verso il sistema, la collettività e se stessi che impediscono alle comunità delle colline di uscire dal guado di immobilismo sociale in cui rancorosamente sguazzano. Nell’arco di 250 pagine la madre di J.D. cambia 5 mariti e un numero almeno doppio di pseudo-fidanzati, figure paterne che entrano ed escono in un lampo nella vita di dell’autore e della sorella portando con sé litigi in piena notte, piatti contro le pareti, insulti, offese, minacce e maltrattamenti, oltre ad una lunga scia di dipendenze da farmaci assortiti ed oppiacei. Persino Mamaw, spesso dipinta come il solo baluardo di razionalità nell’orizzonte delle conoscenze dell’autore nei suoi primi 20 anni di vita, non esiterà a cospargere di benzina nonno e divano al culmine di una delle tante sbronze del coniuge.  Scene come questa, o come l’arresto in pieno giorno della madre sotto gli sguardi dell’intero quartiere, contribuiscono a creare una visione distorta della famiglia e della sua funzione, destinata a divenire oggetto di dubbio solo durante i fugaci incontri con situazioni decisamente più funzionali durante le occasionali visite di parenti lontani.

Nonostante le salturarie deviazioni verso una forma più vicina al saggio sociologico che al racconto, in cui l’autore prova a ragionare sulle macro-cause sociali ed economiche che hanno portato alla situazione attuale, è l’esperienza autobiografica quella che aiuta maggiormente a comprendere perché la gente delle colline non sia riuscita a tenere il ritmo del resto del paese. Vance inizia a raealizzarne i motivi quando, da dietro il registratore di cassa di un supermercato locale, diventa testimone in prima persona degli abusi compiuti ai danni del welfare statale, delle cattive abitudini alimentari e della pigrizia disillusa dei suoi concittadini.

Nel proletariato bianco si nota una marcata tendenza a scaricare i problemi sulla società o sul governo, e questo movimento acquista nuovi adepti di giorno in giorno.

Mentre i suoi coetanei lasciano lavori sicuri per non doversi più svegliare all’alba, Vance si arruola tra i marine dove imparerà i fondamenti della responsabilità personale e collettiva insieme a quelle nozioni basilari per una vita adulta – come il funzionamento di un conto corrente – che nessuno in famiglia sia era mai premurato di fornirgli. È in quel momento che Vance realizza quanto buona parte delle convinzioni diffuse tra la gente delle colline – i complotti orditi ai loro danni dalle élite, l’inutilità dell’istruzione, l’inaffidabilità del governo, delle banche e di qualunque istituzione – siano in buona sostanza un modo comodo per scaricare su altri colpe proprie.

La chiusura delle fabbriche che avevano fornito linfa vitale alla regione nei decenni passati è un dato indiscutibile in questa analisi al pari dell’inefficacia delle misure governative nate per contrastarla. Ma se gli effetti collaterali del progresso hanno generato in questa regione conseguenze ben più drammatiche rispetto al resto del paese, la colpa secondo Vance è da imputarsi in buona parte alla mentalità arrendevole della popolazione che la abita, vittima del proprio pessimismo congenito e soprattutto della propria pigrizia.

Una critica così dura e affilata può arrivare solo dall’interno di una comunità. Al contempo però, nonostante la considerazione verso i propri conterranei peggiori sensibilmente all’aumentare del bagaglio di esperienze accumulato da Vance, il suo considerarsi fieramente un hillbilly non viene mai meno così come l’attaccamento ai valori trasmessi da Mamaw e Papaw.  Anche a Yale, dove la sua provenienza ne fa un oggetto esotico e la differenza culturale e di classe amplifica le distanze con studenti e docenti, Vance si aggrappa alla sua diversità per renderla un punto di forza. Non sapere cose che tutti gli altri sanno può diventare un grosso problema e avere conseguenze economiche: per scoprirlo gli basta presentarsi col vestito sbagliato a un colloquio di lavoro. In una storia personale molto diversa da quella delle persone che lo circondano si rivela però fonte non solo di curiosi aneddoti, ma anche capacità organizzative maturate sotto le armi indispensabili per gestire i furiosi ritmi di studio e lavoro a cui deve sottoporsi per mantenersi.

L’ambiente accademico e i riti delle élite con cui Vance entra in contatto negli ultimi anni di studi diventano presto stimolo per riflessioni ancora più profonde e taglienti sulla condizione del proletariato bianco. Per uno studente povero come lui l’iscrizione a Yale costa meno rispetto a quella ad atenei decisamente meno qualificati: eppure, per una sorta di snobbismo al contrario, i suoi coetanei del Midwest se ne tengono alla larga. È la dimostrazione di come il miglioramento dalle condizioni materiali, culminato nella seconda metà del secolo scorso, non sia stato accompagnato da un pari sviluppo culturale. “Spendiamo tutto per poi finire all’ospizio dei poveri. […] Spendiamo per far finta di appartenere alla classe superiore. E alla resa dei conti […] non rimane più nulla. Nulla per pagare le rette universitarie dei ragazzi, nessun investimento per accrescere il nostro patrimonio, nessun risparmio nell’eventualità di perdere il lavoro”.

“Parliamo ai nostri figli di responsabilità, ma non mettiamo mai in pratica quello che diciamo”. Anche a causa di una scrittura parecchio asciutta e che non cerca mai la facile empatia col lettore, adattata in un italiano che di riflesso poco concede allo slancio letterario da Roberto Merlini, è difficile ritrovarsi a fare il tifo per Vance scorrendo le pagine della sua epopea familiare. Probabilmente nel mio caso questa distanza emotiva è dipesa anche dal fatto che  le idee di un fiero conservatore dell’entroterra a stelle e strisce siano parecchio lontane dalla mia visione del mondo. Eppure Vance riesce ugualmente a convincere persino il lettore più scettico della bontà del suo punto di vista e dell’onestà intellettuale della sua indagine grazie alla convinzione con cui declina nella prima persona plurale anche le critiche più feroci del suo memoir, senza cedere mai alla tentazione di sottrarsi al giudizio, o peggio di elevarsi al di sopra di quella white trash a cui tra cui, fino all’ultimo, rivendica fieramente le sue origini.

 



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