Contact compie 20 anni: Auguri!

20 anni fa, oggi, usciva nelle sale USA Contact, un gioiello del cinema di fantascienza diretto da Robert Zemeckis, con Jodie Foster nei panni della protagonista Ellie Arroway. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Carl Sagan, astronomo, scrittore, divulgatore scientifico, docente, umanista. Qui a Players il film è molto amato e abbiamo deciso di omaggiarlo con quattro recensioni .


Tra il ’72 e il ’77 vennero lanciate quattro sonde per meglio comprendere il sistema solare per poi oltrepassare i suoi confini: Pioneer 10 e 11, Voyager 1 e 2. Tutte e quattro ospitano a bordo un messaggio – le placche dei Pioneer, i dischi dei Voyager – indirizzato a una eventuale intelligenza aliena. Ora che le sonde hanno portato a termine la missione per la quale sono state realizzate viaggiano nello spazio interstellare. Pioneer 10, per esempio, con un po’ di fortuna, raggiungerà Aldebaran  tra due milioni di anni. È possibile che lungo il tragitto una delle sonde venga intercettata da qualcuno? Per molti scienziati valeva la pena provare. Alla realizzazione del messaggio partecipò con entusiasmo e in qualità di presidente dell’apposita commissione Carl Sagan: quale linguaggio avrebbe potuto comprendere una civiltà aliena? Cosa ci avrebbe rappresentati con maggiore accuratezza e soprattutto pacificamente? Siamo degni di interesse per una civiltà incredibilmente più avanzata della nostra?

Nel 1990 Voyager 1 completa la sua missione oltrepassando Nettuno. Carl Sagan chiede alla Nasa di far sì che la sonda, prima di allontanarsi definitivamente dal sistema solare, si “volti indietro” per fotografare la Terra. Il risultato è l’immagine storica di “un granello di polvere, sospeso in un raggio di luce, nella periferia di una galassia: la nostra casa”. Con queste parole Carl Sagan saluta il “Pallido Puntino Azzurro” che omaggerà con un brano in cui concilia rigore scientifico e calore umano. Forse ci sono altri mondi abitabili, ma per ora è la Terra l’unico luogo che può ospitare le nostre miserie e le nostre conquiste. Se non siamo noi stessi in grado di prenderci cura gli uni degli altri qui, su questa Terra, siamo perduti perché non ci sarà alcun aiuto “esterno”.

In Contact ritroviamo queste due “urgenze” narrative: la possibilità di entrare in contatto con una civiltà aliena e come questo evento cambierebbe la nostra vita, – Sagan fu un grande sostenitore e promotore del SETI – e l’importanza per i popoli della Terra di cooperare per la preservazione della stessa e per, superando differenze e diffidenze, ricordare che la nostra è una specie di viaggiatori ed esploratori.

Il terzo fondamentale elemento, nel testo come nel film, è la componente religiosa, la scienza in opposizione alla Fede, argomento su cui Sagan è stato interpellato nel corso di tutta la sua vita come scienziato, scettico e ateo. In Contact il dibattito religioso divampa con la scoperta di una civiltà extraterrestre: credono in Dio? La nostra Fede è minacciata dalla loro esistenza?

Nel 1979 Carl Sagan e Ann Druyan sono in trattative per la realizzazione di un film basato sull’esplorazione di come l’umanità reagirebbe alla prova dell’esistenza di civiltà intelligenti. Scrivono un centinaio di pagine di sceneggiatura ma poi, per passaggi di diritti da Sony a Warner, lungaggini e dispersione in fase di pre-produzione, Carl Sagan trasforma l’idea per il film in un romanzo di fantascienza: Contact verrà pubblicato nel 1985. Circa 10 anni dopo, quando Robert Zemeckis decide di dirigere il film, dopo aver rifiutato una prima volta anni addietro, tutto si allinea nella giusta direzione e il progetto si concretizza.

Il romanzo copre un arco temporale di oltre un decennio, tocca vari punti della geografia mondiale, racconta la storia della dottoressa Ellie Arroway anche attraverso una nutrita schiera di personaggi. Zemeckis, in accordo con Sagan, ha il merito di individuare gli elementi chiave, ridurre il cast e sfrondare il testo di quelle parti che sul grande schermo avrebbero appesantito la narrazione. Nella trasposizione viene perso qualcosa, ma su questo tornerò più avanti. Il film interpreta perfettamente lo spirito del libro bilanciando la componente drammatica e quella scientifica, mostrando l’anelito verso la grandezza dell’universo temperato e accompagnato dal bisogno di trovare un senso alla propria individualità. La sequenza di apertura (insieme alla scena “allo specchio“),  una delle più belle concepite, trasmette proprio questo: la camera si allontana sempre più dalla Terra trasportandoci fuori dal sistema solare e via via verso altre galassie, per poi riportare e racchiudere l’infinitamente grande nella pupilla di Ellie bambina.

La dottoressa Ellie Arroway, una brillante astronoma, è interessata soprattutto alla radioastronomia e affascinata dalla probabilità scientifica di vita extraterrestre intelligente in grado di poter comunicare con noi. Le sue teorie vengono confermate quando si accorge della presenza di un messaggio da Vega: qualcuno ha voluto comunicare con la Terra inviando un manuale di istruzione per  costruire un’astronave, presumibilmente per poter permettere a un passeggero terrestre di raggiungere il mittente della comunicazine.

Una scoperta enorme che riempie di meraviglia, agita i governi, infervora gli animi, lascia spazio a complottisti, opportunisti, alla nascita di nuove religioni e all’estremizzazione di quelle esistenti ma, soprattutto, apre il dibattito teologico incarnato dalle posizioni scientifiche di Ellie (Jodie Foster) e da quelle di fede del predicatore Joss Palmer (Matthew McConaughey). Mano a mano che la decriptazione del messaggio prima, e della costruzione della Macchina poi, proseguono, si pone il problema di chi inviare: può Ellie, atea, candidarsi a rappresentante della razza umana di fronte a una civiltà extraterrestre quando una larga maggioranza del genere umano, al contrario di lei, ha Fede?

Nella lotta di Ellie per far sì che la ricerca della verità non ceda il passo a interessi politici, paure e oscurantismo, nel suo rigore morale illuminato da un’animo romantico e aperto alla meraviglia, emerge anche e soprattutto una giovane donna che deve lottare all’interno di ambienti maschili (e maschilisti) quali sono quello politico, scientifico e religioso. Ellie è una donna a cui viene continuamente detto cosa dovrebbe fare, su cosa concentrarsi, quando e perché farsi da parte. Il suo viaggio verso le stelle inizia a terra quando giorno dopo giorno deve riaffermare la sua autorevolezza e trovare il modo di essere ascoltata. Nel 2017 un film di fantascienza con una protagonista così profonda, caparbia, brillante e sfaccettata, che finisce per essere il primo ambasciatore della razza umana in presenza di altre civiltà intelligenti, è quello che verrebbe salutato come “femminista”. Oggi Contact riceverebbe il trattamento Wonder Woman.

Naturalmente il merito poggia le sue fondamenta nel romanzo. Zemeckis ha avuto la capacità di snellire la trama senza tradire la sostanza della materia originale, lasciando intatta la figura di Ellie nonostante una modifica significativa nel suo passato. Quello che nel passaggio tra testo e grande schermo viene perso è il multiculturalismo, la componente multirazziale e in definitiva un approccio più ecumenico (nel film la riduzione dell’equipaggio da cinque passeggeri a uno è una scelta narrativa che privilegia una linearità più efficace ma sacrifica la pluralità delle voci). Il film finisce per essere, nonostante renda bene la portata mondiale dell’evento, più americano e cristiano centrico. Ma la mia più che una critica è un invito alla lettura: il libro e il film beneficiano l’uno dell’esistenza dell’altro.


Contact: sconfinare nell’infinito di Arianna Mereu

Una volta, parlando con un amico, si diceva quanto fossero affascinanti i film apparentemente semplici o immediati che, per una qualche ragione, attraverso l’impiego di un dettaglio, di un’idea, di una soluzione fuori dall’ordinario, riuscissero a superare gli schemi narrativi, la mera diegesi, sconfinando – per così dire – nell’infinito. In quei casi, ci dicevamo, sembrava che i film smettessero di narrare e cominciassero più (de)libera(ta)mente a suggestionare, per poi arrivare a evocare altro, qualcosa di misterioso e non del tutto afferrabile. Non ricordo a quale pellicola ci riferissimo in quella precisa circostanza, ma quel discorso si potrebbe tranquillamente applicarlo a un film che oggi compie vent’anni e che, proprio per la sua capacità di sfuggire (allora) alle maglie della mera trama, a riguardarlo (oggi) sembra ancora riuscire a suggerire qualcosa di inesauribilmente nuovo, qualcosa giunto da un futuro che non abbiamo ancora conquistato. Parliamo di Contact (Robert Zemeckis, 1997), il film tratto dall’omonimo romanzo scritto da Carl Sagan nel 1985, che affronta il più classico dei temi fantascientifici, ossia il primo contatto tra umani e alieni, in una prospettiva originale e raffinata – che supera in ambizione filosofica anche il precedente e incantevole Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (Steven Spielberg, 1977) – delineando in quell’opportunità più unica che rara la relazione, ben più collaudata ma comunque complicata, che l’umanità intrattiene con il concetto di fede, sia esso scientifico, religioso, o più semplicemente sociale. Contact, come solo l’acuto e meticoloso Zemeckis avrebbe potuto realizzare, mette in scena grazie alle studiatissime articolazioni di tempo (i rapporti tra la Ellie/Jodie Foster bambina e la Ellie adulta, rielaborati anche dal recente Interstellar) e di spazio (le relazioni tra i luoghi percorribili dalle coordinate certe e quelli non identificabili, i luoghi fisici e quelli della mente) un universo fortemente ambiguo, la cui realtà appare come un ponte fortemente instabile tra l’esperibile (definito comunemente oggettività) e l’ipotetico e il deducibile (la soggettività).

La storia di Contact è un lungo e avvincente attraversamento di quel ponte che si conclude con l’incredibile e solitaria scoperta della scienziata. Ellie riuscirà così nell’impresa di mettere alla prova la sua fede, coronare la sua missione scientifica e riconciliarsi con il suo passato, senza però poterne trasferire l’esperienza, il cui racconto sarà nuovamente sottoposto alla fede/fiducia del prossimo. Il finale del film, con la sua spintissima resa estetica fatta di effetti speciali e scenografie bucolico-virtuali – che a tratti ricordano quelli magnifici di Final Fantasy – nell’abbandonare lo stile misurato e il ritmo equilibrato che il film aveva preservato fino a quel momento, riesce a raggiungere uno stadio suggestivo e un clima emotivo incontenibili, capaci di togliere il fiato, di farci perdere nello schermo e farci credere a qualunque cosa. Perché per conoscere bisogna vedere, ma per scoprire bisogna anzitutto credere…

C’era una volta un cinema a Milano di Andrea Chirichelli

Vidi Contact per la prima volta al cinema, all’Excelsior di Milano, uno dei tanti cinema che oramai da tempo non esistono più, fagocitati da moda e megastore. Fino ad allora il mio film di fantascienza preferito era (ovviamente) 2001: Odissea nello spazio, un po’ perché era ed è tutt’ora un capolavoro inarrivabile, un po’ perché l’avevo visto da bambino ed il ricordo di quel finale lisergico mi aveva colpito profondamente. Molti anni dopo, provai le stesse emozioni durante la visione dell’opera di Robert Zemeckis, che era oramai diventato un regista più spielberghiano di Spielberg. Nel senso buono del termine, chiaro.

Contact, come 2001 e pochi altri, fa parte di quel sotto genere che io ho sempre chiamato “sci-fi possibile”, cioè la rappresentazione di un quid fantascientifico, inserito però in un contesto assolutamente ordinario e perciò credibile. Molte delle location del film esistono davvero, la protagonista è una scienziata che risulta umana, fragile e fallibile, ma al tempo stesso forte, determinata, pronta a ogni sacrificio per raggiungere la sua meta, che è unica e nobile: la conoscenza. Zemeckis seppe raccontare quella storia senza svarioni o eccessi, con una tecnica incredibile (la sequenza in cui la protagonista bambina corre disperata per andare a prendere le medicine al padre è una delle migliori di sempre) e un pizzico di ironia che non guasta mai. Contact ebbe la clamorosa sfiga di beccare sulla sua rotta il Titanic, che fece incetta di tutti gli Oscar possibili, quando all’opera di Zemeckis un paio sarebbero dovuti arrivare di default, ma pazienza.

Meglio tardi che mai di Claudio Magistrelli

Quando si decide di realizzare un articolo a più mani per celebrare l’anniversario di un film, di un disco di un qualunque prodotto di intrattenimento ci sono sempre dei ruoli da rispettare. Un quelli classici è il tizio che vede/ascolta/legge/etc. l’oggetto della celebrazione per la prima volta con tot anni di ritardo. Questa volta è toccato a me vestire i panni di quello che ci arriva due decadi dopo. (Poteva andarmi peggio, potevo finire poliziotto di colore il giorno prima della pensione, ma questa è un’altra storia). Lo ammetto, all’epoca dell’uscita avevo sostanzialmente ignorato Contact. Dall’alto di tutta la presunzione di cui può essere capace un 14enne l’avevo bollato troppo mainstream nel tentativo di darmi un tono, o forse troppo da ragazzini per quella patina di magia cinematografica che Zemeckis infonde in ogni suo film. Avevo l’età giusta per non capire nulla.

Dal me 34enne invece suppongo che ci si debba aspettare una riflessione sui quesiti esistenziali su cui il film insiste nemmeno troppo velatamente, o sulla diatriba tra spiritualità e razionalità che immagino abbia riempito pagine e pagine di recensioni del tempo. Mentre rimuginavo su come affrontare la questione con giusto quella ventina d’anni di ritardo, grosso modo a metà del film sono stato vittima di un piccolo pensiero che iniziato via via a monopolizzare sempre più la mia attenzione, sviandomi da ogni proposito di introspezione mistica. Zemeckis aveva immaginato già nel 1997 che l’uomo comune, dall’alto della sua abissale ignoranza, si sarebbe scagliato contro la scienza alla prima occasione utile, sventolando come armi convinzioni basate su fantasie. Non solo, aveva anche previsto che queste fantasie avrebbero prima o poi portato il più invasato del mucchio a percorre sentieri così estremi da rendere plausibile il martirio in diretta televisiva per perorare la propria crociata. Quello che era chiaro 20 anni fa a un regista di film popolari resta tuttora un mistero indecifrabili per analisti e statisti. Mi consolo insomma, il mio me 14enne è in ottima compagnia.



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