Oggi sono esattamente 35 anni dall’arrivo sul mercato del Commodore 64, il computer più longevo e più venduto della storia (almeno 12 milioni di esemplari nel corso di 12 anni), che ebbe una parte importantissima nel trasformare informatica e videogioco in un fenomeno di massa.

È difficile per un nativo digitale di oggi immaginarsi com’era il mondo nel 1982, quando il C64 fece la sua comparsa. Erano appena nate le prime riviste italiane d’informatica, come MC Microcomputer, ma si trattava ancora di una passione da carbonari. Nella stragrande maggioranza degli uffici c’erano solo macchine da scrivere e calcolatrici meccaniche. Internet come noi la conosciamo, e persino le BBS che scambiavano dati lungo le linee telefoniche, erano ancora di là da venire. Per la maggior parte delle persone i computer (che molti chiamavano ancora “cervelli elettronici”) erano i macchinari che facevano la parte del cattivo nei film di fantascienza. Non avevano idea di cosa fossero o a che cosa potessero servire.

È in questo contesto che l’azienda statunitense Commodore presentò il C64. Era già da qualche anno che, grazie ad Apple, i personal computer avevano fatto la loro comparsa, e la sensazione diffusa era che una rivoluzione stesse per scoccare. Cominciava a crearsi un promettente mercato di appassionati, e varie case tentavano di produrre un modello che, per economicità e semplicità, potesse entrare nelle case di tutti. Tra i concorrenti c’erano la statunitense Atari, che già dominava il settore dei videogiochi con la sua console VCS 2600, e cercava di imporre il suo personal computer Atari 800; e la britannica Sinclair, i cui computer piccoli, economicissimi e venduti anche in scatola di montaggio erano i preferiti dagli appassionati di elettronica. Ma fu Commodore a fare veramente centro: nessuno che sia stato ragazzo negli anni Ottanta può non conoscere questa prodigiosa macchina.

Non un videogioco, ma un vero computer

“Ora che ce l’hai, guarda che ci fai”, recitava la pubblicità italiana di Commodore. Il tentativo era di vendere il C64 non come un costoso giocattolo, ma come un vero computer che i ragazzi avrebbero usato per apprendere la tecnologia del futuro. In effetti, a differenza del predecessore VIC 20 (quasi identico nell’aspetto esteriore, ma con prestazioni troppo limitate), il C64 era per l’epoca una macchina dalle potenzialità notevoli.Il punto forte del C64 erano innanzitutto i 64 KB di RAM che gli davano il nome: oggi qualunque telefonino ne ha almeno il quadruplo, ma all’epoca erano tanti e permettevano di creare programmi lunghi e strutturati. Ma i veri artefici del successo furono i due chip SID (audio) e VIC-II (video). Il primo, dotato di tre sofisticati oscillatori, permetteva di creare musica ed effetti sonori di qualità superiore rispetto ai “bip” dei videogiochi di allora. Il secondo era fatto apposta per i videogiochi, permettendo di gestire i cosiddetti “sprite”, cioè oggetti grafici che potevano essere spostati sullo schermo indipendentemente dallo sfondo, registrandone le mutue collisioni. Un’accoppiata che permetteva di creare giochi all’avanguardia.

Impariamo tutti il BASIC

Abbiamo detto però che il C64 veniva venduto non come videogioco, ma come strumento per imparare la programmazione, nella fattispecie il linguaggio BASIC, che allora era di gran lunga il più diffuso tra i programmatori amatoriali. In effetti per usare il C64 era obbligatorio conoscere almeno i comandi principali del BASIC, dato che erano l’unico modo per interagire con la macchina.
Il computer, infatti, non disponeva di un mouse e neppure di un’interfaccia grafica come quelle che usano oggi. Per fargli fare qualcosa occorreva digitare comandi testuali. E, per fargli fare qualcosa di complesso, una lista di istruzioni numerate. Visto che l’interprete BASIC era la prima cosa cui si accedeva accendendo il computer, praticamente chiunque prima o poi cedeva alla tentazione di scrivere un programmino per vedere cosa succedeva. E, passo dopo passo, c’era chi arrivava a usare i comandi PEEK e POKE per leggere o scrivere nei registri dei chip audio e video. Si imparavano così i rudimenti della programmazione come se fosse un gioco. Presto si moltiplicarono sulla stampa le rubriche che insegnavano a programmare, pubblicando listati che poi venivano fedelmente digitati.

Nasce la pirateria

Non c’era alcun disco, perciò, quando si spegneva il computer, tutto quanto era stato programmato andava perduto. La Commodore produceva un lettore di floppy disk, ma era ingombrante, costoso e lento, e pochi lo utilizzavano. Fortunatamente, c’era una soluzione molto più economica: un registratore a cassette con apposita interfaccia che permetteva di salvare e ricaricare software dal nastro magnetico. Molto più che le cartucce hardware, l’audiocassetta divenne il formato principe di diffusione di software per il C64. E, dato che un’audiocassetta si poteva molto facilmente copiare, le copie pirata si diffusero a macchia d’olio, spesso distribuite anche dagli stessi negozianti. Vale il discorso di sempre: avrebbe potuto il C64 avere tanto successo, se copiare il software fosse stato impossibile?

Sognando un mondo di programmatori

Ricordare oggi il C64 ci fa ripensare a un’epoca in cui l’avvento dell’informatica aveva destato aspettative grandissime, anche se ancora non ben definite. I computer di oggi sono andati forse addirittura al di là di quanto ci si potesse attendere per quanto riguarda la crescita delle prestazioni e, soprattutto, la vastità dei campi dell’esperienza quotidiana in cui possono intervenire. Ciò che è andato perduto, invece, è quell’intima conoscenza della macchina da parte dell’uomo che allora era necessaria per poterla sfruttare. Non solo i programmatori compivano imprese incredibili per ottenere il massimo da un hardware limitato, ma anche l’utente medio vedeva il computer come un universo da esplorare. All’epoca si immaginava un futuro in cui ciascuno avrebbe saputo programmare il proprio computer per ottenere ciò che voleva. La facilità con cui oggi scarichiamo un’app dalla cloud per ottenere una nuova funzione è indubbiamente molto più comoda, ma anche un po’ meno affascinante rispetto a quell’immaginario universo di programmatori.

Eredità e discendenti del C64

Dopo il C64 la Commodore produsse altri computer, ma ripetere il successo ottenuto non si dimostrò facile, e gran parte delle nuove proposte furono presto espulse dal mercato. Qualche risultato fu ottenuto dal Commodore 128, un computer simile al C64 ma con caratteristiche più professionali, dotato di una “modalità 64” in grado di emulare alla perfezione il predecessore. Le vendite però non furono lontanamente paragonabili. Il vero successore del C64 fu invece il Commodore Amiga, un computer con processore a 32 bit e un’interfaccia grafica “point and click” semplice ed efficace quanto quella dell’Apple Macintosh, ma a colori.

Purtroppo scelte sbagliate di marketing fecero naufragare l’Amiga nonostante il successo iniziale, portando la Commodore alla bancarotta.
Il C64 è comunque rimasto sotto la tutela di una folta comunità di appassionati, che ha continuato a produrre non solo software, ma persino hardware per consentire agli appassionati di dotare il loro computer d’antiquariato di prestazioni moderne: maggiore frequenza di clock, espansioni di memoria, possibilità di connettersi a una rete Ethernet o di leggere schede di memoria.

Chi invece si accontenta di fare ogni tanto un tuffo nel passato riutilizzando i vecchi software ha la possibilità di farlo per poco più di dieci euro installando sul proprio PC il programma C64 Forever, in grado di emulare alla perfezione il C64 su Windows, con una biblioteca di centinaia di giochi a disposizione.



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Marco Passarello

Ingegnere non praticante, lettore (e occasionalmente scrittore) di fantascienza, noto anche con lo pseudonimo di Vanamonde (rubato ad Arthur C. Clarke). Per vivere esercita la dubbia professione del giornalista. Scrive su Nova 24, Pagina 99 e varie testate di settore, Ha fatto parte delle redazioni di Computer Idea e Computer Bild. Blog: (<a href="http://vanamonde.net/blog">vanamonde.net/blog</a>).

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1 Comment

  1. Grazie, ottimo articolo, da lacrimuccia per chi come me lo ha avuto per le mani da bambino (così come il mitico Amiga 500). Però imho, anche il più basilare dei telefoni oggi ha mooooolto più del quadruplo di quei 64Kb di RAM! Sei stato fin troppo prudente nell’affermazione XD

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