Qualche anno fa mi ero fatto risucchiare dalla spirale di Ogame. Si tratta, per farla breve, di un gioco di strategia spaziale, giocabile via browser, che fa leva sulla dipendenza del giocatore. Il meccanismo di fondo prevede che le tue armate siano inattaccabili quando sono in movimento, mentre possono essere spazzate via dai nemici se colte durante una sosta su un pianeta. Ogni traversata richiede un tot di tempo e una volta partita la spedizione non si può invertire la rotta. Se non sei pronto a ripartire appena la flotta è a terra, la possibilità che una squadriglia della morte arrivi a raderla al suolo rubandoti tutti i tuoi crediti aumenta ogni secondo.

Ogame si trasforma in un lavoro prima che tu possa rendertene conto: valutazioni costi/benefici sulle rotte più convenienti, studio della durata dei tragitti per far combaciare l’arrivo/partenza con la pausa pranzo e infine, l’ultimo stadio, sveglia puntata alle 4 di notte per sventare un attacco. Se tutto va bene, a quel punto scatta il meccanismo di autodifesa, la password dell’account finisce in recondito cassetto della memoria e Ogame diventa una  di quelle esperienze di cui ci si vergogna di parlare in pubblico al punto da sotterrarla per un decennio e riesumarla solo per ricavarci l’incipit di un articolo.

Flashforward: 2017. Nella casella di Andrea piove un codice di un gioco indie in uscita. Mi chiama: “Ci hanno mandato Vostok Inc., ce la fai ad occupartene tu?”. Perchè no?!, è agosto e non ho vacanze in programma. Mi ritrovo così a vagare su una mappa piatta del nostro sistema solare nei panni di un capitalista cosmico, assistito fin troppo spesso dalla gracchiante voce del mio assistente che dispensa consigli e battute sul nostro tanto caro sistema economico dominante. All’apparenza, una versione colorata di Asteroids in cui distruggendo asteroidi e blastando le navi nemiche accumulo Moolah, una strana valuta di cui mi chiedo la funzione fino al primo atterraggio su un pianeta. In quel momento tutto cambia e subentra la paura.

Su ciascuna roccia orbitante nei sei sistemi solari visitabili posso costruire delle strutture estrattive, investimenti raffigurati dalla quantità di Moolah che mi fruttano al secondo. L’impiccio è che per raccogliere i soldoni devo andare di persona a riscuotere su ciascun pianeta, a meno di installare un comodo satellite che trasmette all’istante la pioggia di Moolah sul mio conto corrente: la differenza che passa tra il capitalismo di una volta e il turbo capitalismo.

Per quanto futuribile, ogni tipo di capitalismo teme la sua minaccia: una capitalista più cazzuto pronto a portarti via tutto. I dominatori della galassia non sembrano essere poi così contenti di avere un terrestre  che ramazza Moolah nel loro giardino, perciò mi hanno sguinzagliato contro tutte le loro truppe. E un capitalista con un grosso portafoglio in tasca è un bersaglio ghiotto. E per di più, terrorizzato. Se la mia navicella viene distrutta perdo metà di tutti i Moolah faticosamente accumulati facendo lavorare alieni proletari e non ancora reinvestiti in nuove strutture di sfruttamento più efficienti.

Ma l’economia della galassia sta schizzando verso vette inesplorate: ogni nuova struttura, ogni nuova arma, ogni nuovo upgrade, insomma ogni nuovo acquisto richiede un esborso esponenzialmente più alto rispetto alla sua versione precedente. Ciò significa che per continuare a guadagnare mi servono capitali sempre maggiori, milioni di Moolah, miliardi di Moolah, centinaia di migliaia di trilioni di Moolah che io, povero capitalista, mi devo portare in tasca vagando per lo spazio rischiando l’osso del collo. Il problema dello spazio non è che nessuno può sentirti urlare, quanto l’assenza di qualcuno su cui far ricadere il rischio di impresa.

Mentre continuo a fare calcoli su quanto tempo devo ancora io debba resistere, vagando alla deriva in un sistema solare che da Asteroids si sta trasformando in uno SHUMP con forti derive bullet hell, per permettermi una nuova quarantina di centri commerciali su Bloobus Majoris con i cui ricavi conto di upgradare radar e missili… ecco, quello è l’esatto istante in cui mi accorgo che la partita è iniziata sei ore fa ed è grosso modo da cinque ore che mi ripeto che è pericoloso girare con tutti quei soldi sulla nave, perciò ancora due minuti massimo, me lo prometto, poi atterro, costruisco, salvo e spengo.

Sono le quattro di mattina, nessuna sveglia mi ha trascinato di scatto davanti al monitor, eppure sono impegnato a spostare la mia flotta composta da una singola navicella da un pianeta all’altro per non perdere i miei preziosissimi Moolah. Ogame mi ha trovato. Ci ha messo un decennio, ha dovuto cambiare forma, si è incrociato con gli sparatutto spaziali per colmare i momenti di inattività, ha abbandonato la seriosità e le interfacce grigie per abbracciare la colorata e irriverente carica satirica di Vostok Inc., ma alla fine ce l’ha fatta. Ciao, mi eri mancato.



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  • Andrea Marino

    bella recensione, anche io ai tempi dell’università cascai nella spirale di ogame