Downsizing: micro-ecologia per gioco

Il tema della miniaturizzazione umana non è nuovo al cinema, che l’ha sfruttato più volte e soprattutto in chiave comedy. Alexander Payne riprende il topic ammantandolo di apparente veste eco-ambientalista e lo mescola in salsa di commedia surreale. E il film di apertura della settantaquattresima Mostra di Venezia è servito.

Nonostante i pareri tiepidi dopo le anteprime in Laguna, Downsizing può essere considerata la scelta più interessante e (forse) coraggiosa fra le aperture della seconda era Barbera. Il pur interessante Birdman e il simpatico ma sopravvalutato La La Land (dal Guardian all’Observer, in molti si meravigliarono del suo successo) furono scelte a modo loro più convenzionali, due film diretti con troppa self-confidence e troppo preoccupati delle proprie implicazioni stilistiche.
Downsizing è una commedia, per quanto raffinata e a tratti agrodolce, e non vuole nasconderlo. Una scelta originale per tagliare il nastro del più importante festival europeo.

La sceneggiatura scritta da Payne a quattro mani con Jim Taylor, poi, riesce a declinarne l’umore comico sfumando i toni senza contrasti. Perché è chiaro fin da (quasi) subito che l’istanza ecologista è un pretesto, uno spunto di riflessione sfruttato dal film, non sostenuto dal film. A Downsizing interrogarsi sulla sostenibilità interessa relativamente. Se Paul Safranek (Matt Damon) accetta di farsi rimpicciolire usando una rivoluzionaria tecnica scoperta in Norvegia per miniaturizzare gli umani, in fondo, è per poter vivere da nababbo, perché la vita, quando si è alti poco più di un bocciolo di rosa, è molto meno costosa. Non certo per produrre meno rifiuti.
Le cose, ovviamente, non andranno come si era immaginato lui, né come immaginiamo noi. Ma il film non si crogiola nel sarcastico pessimismo che più volte ha segnato la filmografia di Payne, inclusa la sua punta di diamante, Nebraska.

Downsizing si trasforma presto in una favola, qua e là lievemente allucinata, da cui le disuguaglianze sociali e il catastrofismo non possono essere eliminati. Forse è qui che il regista fatica a dribblare il convenzionale. Dopo che la vita di Paul ha preso una piega completamente inattesa, il film si adagia sui gradini di un umorismo a tratti caustico che si permette di giocare con qualche stereotipo in maniera non sempre originale. La diegesi, così, scricchiola e non viaggia a ritmo regolare.

Il risultato però, fortunatamente, sa giocare con se stesso. Alexander Payne piace molto ad Alexander Payne, si sa, ma con Downsizing riesce a giocare con la sua idea e la sua regia. E, anche se non tutti a Venezia si dicono d’accordo, mette da parte l’umore pessimista, credendo davvero nella love story fra il suo protagonista e l’ex-attivista del Vietnam rimpicciolita contro la sua volontà, splendidamente interpretata dall’americana di origine vietnamita Hong Chau, per cui già le prime voci reclamano una nomination all’Oscar come attrice non protagonista.

Matt Damon regge il gioco con spontaneo mimetismo, notevole anche nell’apparente rassegnazione di chi il treno del successo sembra averlo perso. Ma cosa determina il successo nella vita? La scoperta senza precedenti di una tecnica per rimpicciolire l’uomo, dopotutto, non si rivela senza controindicazioni: non salva il genere umano dall’avidità, dalla corruzione e dalle sue conseguenze (ogni villaggio per miniaturizzati è un far west, come spiega il vicino di casa interpretato da Christoph Waltz, uno che porta anche in quel mondo in apparenza perfetto il germe del contrabbando e dell’illegalità sotterranea).
Downsizing rilancia la domanda. Restando, fino alla fine, una commedia ricca di nuance. A conti fatti, l’originalità – mixata a una punta di sano romanticismo – paga.



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