È il verde il colore dominante, che tracima in ogni inquadratura debordando con la luce, brillante mix tra lo smeraldo e l’acquamarina. La scelta stilistica di Guillermo Del Toro è evidente, ma mai scontata.

Quel verde, ovviamente, è il tono cromatico dell’acqua. Perché, c’è da aspettarselo, in The Shape of Water è l’elemento che irrompe sullo schermo con maggiore frequenza, a partire dal prologo onirico: l’acqua in cui bollono le uova, l’acqua che riempie la vasca da bagno, l’acqua piovana, e quella (dalle tinte meno brillanti) della piccola piscina in cui, in un laboratorio governativo americano in piena guerra fredda, viene imprigionata una strana creatura catturata in un fiume del sud America dal sadico Michael Shannon. Antropomorfo ma dalle caratteristiche mostruosamente simili a quelle di un pesce – branchie e squame incluse – pare essere stato venerato come una divinità nel suo paese d’origine.

L’unica a intravedere qualcosa di diverso dietro la cortina spaventosamente aggressiva è l’addetta alle pulizie muta Sally Hawkins, sognatrice idealista i cui unici amici sono il malinconico vicino Richard Jenkins e la collega Octavia Spencer, tempra d’acciaio e cuore d’oro. Il “mostro” della laguna vivrà una love story che non può non far tornare in mente La bella e la bestia.

Del Toro torna alla cifra visiva dei suoi inizi con una storia d’amore malinconica, delicatamente sfumata di comedy e di spy story. Classicissima, e per questo ancora più intrigante. Accanto ai pochi prestiti dall’horror, The Shape of Water non teme di mostrare la verità della tenerezza, attribuendo la vera bestialità all’uomo campione di barbarie, pur senza muoversi dal contesto magico che solo il cinema sa creare – ce lo ricorda proprio la sala cinematografica sopra cui si trova il piccolo appartamento della protagonista.

L’uso del colore è notevole. Il verde domina addirittura a tavola: sono anni in cui il mercato richiede che addirittura la gelatina sia verde, e verde è il ripieno della torta al limone ordinata alla caffetteria in franchising gestita da un biondo omofobo e razzista. Verde acqua tendente all’azzurro è persino la vernice della carrozzeria della lussuosa Cadillac che il villain del film si concede.

Attraverso i colori, poi, comunicano anche i due personaggi principali, entrambi incapaci di parlare linguaggio umano. Lei, muta, inizia a indossare il rosso quando l’amore sboccia. Mentre la creatura, che emette solo suoni animaleschi, vibra di scosse blu elettrico al divampare della passione.

L’amore non ha bisogno di parole, del resto. Del Toro sembra ricordarcelo costantemente con la sua nuova favola dark che ci parla di tolleranza e di rispetto per qualsiasi forma di diversità – etnica o civile, sessuale o politica. A parlare troppo, alla fine, sono i palloni gonfiati dell’esercito americano, votati alla loro arida meschinità. O le spie russe con i loro ridicoli linguaggi in codice.

Strappa l’applauso Sally Hawkins, in una delle migliori (forse la migliore?) prova femminile vista finora alla Mostra di Venezia, dove il film è stato applaudito a lungo. Favolosa la fotografia di Dan Laustsen, a cui Del toro affida il dosaggio dei colori, come detto essenziali alla narrazione.

C’è spazio anche per una riflessione socio-politica, in The Shape of Water? C’è chi ama pensarlo, e il regista ha caldeggiato questa lettura: cercando, nella storia, una metafora della cruda durezza con cui l’America tratta gli immigrati clandestini. Soprattutto oggi, agli albori dell’era Trump, sembra fin troppo facile trovarne una.



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  • Visto il trailer, quest’ultimo film di Del Toro m’ispira moltissimo!