Three Billboards Outside Ebbing, Missouri: Il Far West Della Giustizia

C’è poco da sentirsi al sicuro nella provincia del Missouri in cui vive Mildred Hayes. Almeno da un certo punto di vista. Qua e là, l’odore di omertà e di rigidità conservatrice aleggia ancora. Uno degli agenti del comando locale è anche un razzista un po’ troppo violento. Ma soprattutto Mildred aspetta da un anno una giustizia che sembra non arrivare mai: quella per sua figlia, violentata mentre veniva uccisa. Ma la polizia non ha nulla – non ha indiziati, né piste, né il DNA di un pregiudicato che combaci con quello trovato sul corpo della vittima.

Così Mildred decide di noleggiare per un anno tre giganteschi cartelloni pubblicitari su una strada secondaria che porta al paese in cui vive, Ebbing. Tre messaggi duri e diretti rivolti al capo della polizia del posto, chiedendo spiegazioni per un silenzio che è stato fin troppo lungo. Uno schiaffo alle autorità che avrà l’effetto del sale su una ferita.

Uno dei film più applauditi del concorso di Venezia 2017, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è viscerale, acuto, efficace come una bomba a orologeria. Sceneggiatura e regia, entrambe opera del premio Oscar Martin McDonagh, costruiscono un marchingegno narrativo di precisione pressoché infallibile. Perché il film procede solido e robusto del disegnare il dramma e gioca, allo stesso tempo e da subito, anche con l’emotività dello spettatore, creando, senza nasconderlo, empatia, ripulsa, sdegno, senso di solidarietà. Nessuno, del resto, può non simpatizzare per la ruvida Mildred, messa alla prova dalla morte della figlia ma anche da un matrimonio finito (il marito se n’è andato con un’oca diciannovenne che lavora allo zoo). E nessuno può non provare istintiva ostilità nei confronti del disadattato Jason Dixon, il poliziotto che vive con l’anziana madre e che alza le mani se gli saltano i nervi.

Ma dobbiamo aspettarcelo, un assassino? Sarà un volto conosciuto? Il paese, in realtà, sembra più preoccupato di stringersi intorno allo sceriffo vilipeso da Mildred (forse perché malato terminale) piuttosto che di vedere un omicida dietro le sbarre. Perché, nella cruda sciarada della vita lontana dalle grandi metropoli americane, l’ipocrisia e l’immobilismo restano in fondo regole di vita. E la protagonista dovrà scontrarcisi a viso duro.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri non lascia tregua, nel raccontarlo: è una miccia accesa di cui è impossibile prevedere i tempi dell’esplosione, ma la sensazione di suspense latente funziona benissimo. Per certi versi in modo convenzionale, è vero. E l’intera pellicola non si impone per eccessi di brillantezza stilistica. Ma c’è un senso di completezza, nel procedere della storia sullo schermo, che cattura e che permette di riscoprire il piacere del racconto cinematografico: McDonagh ha tanto da dire e sa come dirlo, e gira pensando al suo pubblico, non a se stesso.

In un’epoca di opere estetizzanti o di sperimentalità monocorde, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri ci ricorda che un film deve essere fruibile e fruito. E che la voglia di raccontare una storia è il primo motore di ogni forma narrativa.
A metà strada tra il dramma familiare e il moderno western, il film chiude poi con un finale alternativo, che spiazza le attese dando (a noi e ai suoi personaggi) risposte diverse da quelle che ci si aspetta. E a reggere il gioco di McDonagh, non va dimenticato, c’è un cast di prim’ordine. Frances McDormand è dura, dalla determinazione bruciante, mai patetica; la strada verso una nomination all’Oscar come miglior attrice potrebbe essere dritta e lineare. Eccellente ancora una volta Woody Harrelson, sceriffo di toccante umanità nonostante tutto. Sorprendente Sam Rockwell, che ben disegna la parabola emotiva di un cattivo solo in apparenza. Deluxe lo stuolo di comprimari, da Lucas Hedges (fresco di nomination per Manchester by the Sea) a John Hawkes.



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