The Missing: la migliore serie tv, tra quelle che (forse) non avete mai sentito nominare

Prodotta da un network di società indipendenti (le britanniche New Pictures, Two Brothers Pictures e Company Pictures, l’americana Playground e altre europee) per il canale britannico BBC One e per il canale statunitense Starz, The Missing fa il suo esordio nell’ottobre del 2014 sul canale BBC One. Che si tratti di qualcosa di unico e potenzialmente irripetibile, critici e appassionati di polizieschi se ne accorgono subito perché fin dai primi episodi la serie sfodera tutti i suoi punti di forza: una trama avvincente, performance incredibili da parte di tutto il cast, colpi di scena ben dosati e una scrittura e definizione dei personaggi nettamente superiore alla concorrenza.
Un capolavoro, insomma.

La prima stagione

La prima stagione di The Missing racconta l’odissea dei coniugi Hughes, alle prese con la scomparsa del figlioletto Oliver, di 5 anni, avvenuta nel 2006 in una cittadina del nord della Francia. Otto anni dopo, un piccolo indizio porta la coppia, che intanto ha divorziato, non essendo riuscita a reggere l’impatto della disgrazia, a chiedere l’aiuto del brillante detective Baptiste, da poco andato in pensione e unico punto di contatto tra le due stagioni.

La seconda stagione

Con un cambio di direzione inaspettato clamoroso, la stagione non inizia con una sparizione ma con un ritorno: quello di una ragazza sequestrata anni prima, Alice Webster, che però fa il nome di un altro ostaggio dell’ignoto rapitore, Sophie Giroux, che Baptiste non era riuscito a ritrovare ai tempi della sua scomparsa. Ovviamente il detective, stavolta decisamente malmesso, torna in scena per scoprire che nulla è come sembra…

Perché The Missing sta una spanna sopra a ogni altra serie simile (e non solo)

A lasciare interdetti è l’assoluta perfezione con la quale si incastrano enigmi e piani temporali sfasati che, inizialmente ed in apparenza confusionari, nelle ultime puntate si rivelano essere tessere di un puzzle tanto ampio quanto perfetto: The Missing non ha bisogno di irretire lo spettatore con giochi di prestigio, artifici stilistici e deliri “da genio visionario” fini a sé stessi. La compattezza granitica della narrazione, il fatto che allo spettatore vengano forniti puntata dopo puntata tutti gli indizi utili per risolvere il mistero e che il finale, croce e delizia di quasi ogni serie recente, sia assolutamente coerente ed appagante, permettono a The Missing di elevarsi a livelli impensabili, anche al di sopra delle serie più celebri e celebrate.

Là dove le risposte sono mancanti o restano sospese è perché la storia e il personaggio lo richiedono. The Missing non è infatti “solo” un giallo perfettamente architettato, a anche (e soprattutto) un’acuta analisi sull’animo umano e sui rapporti che intercorrono tra le persone. La deflagrazione della famiglia e dei suoi componenti è un tema ricorrente durante tutta la serie: nella prima stagione la scomparsa di Oliver fa divorziare i genitori Tony ed Emily, e i due scelgono strade diverse ed opposte per elaborare la scomparsa: un’esasperata follia il primo, una rassegnata e forzata serenità la seconda. In pezzi va anche la famiglia Webster, proprio quando la figlia tanto cercata si rifà viva dal nulla. La “buona notizia” diventa elemento scatenante per distruggere la barriera e le corazze che padre, madre e fratello si erano creati nel corso degli anni.

The Missing è anche il teatro per performance attoriali fuori dal comune. Nella prima stagione James Nesbitt, padre amorevole ma risoluto e capace di infrangere ogni legge umana e morale pur di scoprire la verità sul proprio figlio, brilla luminoso come un sole attorno al quale si muovono ordinati ottimi caratteristi. Nella seconda stagione è Tchéky Karyo/Baptiste a prendere in mano le sorti della storia e guidare un cast indovinato e funzionale ai mille intrecci che si dipanano su diversi piani temporali.

Parole Chiave

La prima parola chiave di The Missing è però “verosimiglianza”: nessuna scena che non sia credibile, nessun colpo di scena calato dall’alto, dialoghi meravigliosi e personaggi umani, umanissimi, calati in una “realtà reale”, dove a persone normali capitano eventi incredibili, angoscianti e destabilizzanti. Nessuna loggia, nessun supereroe, nessun filosofo trasformato in detective e/o viceversa.
La seconda parola chiave è “compattezza”. Otto puntate a stagione, zero filler, zero tempi morti, nessuna ridondanza, nessuno spazio per esercizi stilistici fini a sé stessi. Non c’è dialogo o sequenza che non sia funzionale allo sviluppo della storia e alla crescita ed evoluzione dei personaggi. Un viaggio breve ma intenso.

The Missing richiede molta attenzione e non può essere guardata distrattamente. Ogni inquadratura, ogni sguardo, ogni dettaglio, a cominciare da quelli forniti durante la sigla iniziale (bellissima, come tutto il resto) sono funzionali a mettere lo spettatore in grado di formulare ipotesi e chiedersi, fin dai primi minuti “cosa accadrà?”. Perché in The Missing si finisce per affezionarsi a tutti i personaggi, anche quelli secondari o negativi.

E chi l’ha scritta, questa serie meravigliosa?

Due fratelli inglesi, Harry e Jack Williams, che, giusto per confermare il proprio talento e versatilità, stanno dietro anche a quel piccolo capolavoro di comicità nera e “slice of life” (come direbbero i giapponesi) che è Fleabag, una miniserie al femminile, di cui prima o poi dovremo parlare anche noi (intanto cercatevela e non ve ne pentirete). Purtroppo non è prevista, per ora, una terza stagione, ma il duo sta già lavorando ad una serie nuova di zecca, un altro mistery, The Widow che andrà in onda nel 2018 inoltrato, mentre tra poco dovrebbe esordire Liar, una mini-serie di sei episodi con Joanne Froggatt e Ioan Gruffud.

Ultimo consiglio: se potete, come al solito, come sempre, cercate di guardarvela in originale: il mix anglo-franco-tedesco è irresistibile.



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