Foxtrot: Le Assurde Coincidenze Della Vita

Il regista di Lebanon Samuel Maoz spiazza la Mostra di Venezia con un dramma atipico, spesso caricaturale. Due genitori apprendono della morte del figlio Jonathan al fronte, in Israele. La tragedia esplode nei primi minuti: il fatale bussare alla porta, lo svenimento della madre, la trance allucinata del padre.

Il dolore è ritratto con stile duro, la camera ferma, le zenitali che schiacciano i personaggi. Poi, un sadico scherzo del destino, un caso di omonimia, la gioia e la speranza che prendono il sopravvento. Ma nell’amara rappresentazione di Maoz i minuti per tornare a sorridere sono contati.

Foxtrot è diviso in tre atti, e i prestiti teatrali non restano nascosti. Dopo aver assistito allo strazio dei genitori, il film si sposta al fronte: dal tetro appartamento, quasi il set per un film di Bergman, al paesaggio arido di un deserto che rischia di sembrare un altro pianeta, dove un cammello può attraversare la strada (e l’inquadratura) quando meno te l’aspetti e un militare, in un attacco di noia o di nostalgia, inizia a muoversi sulle note di un foxtrot.

Sembra di essere saltati in un film diverso. Finché la crudezza della vita al fronte non bussa alla porta, sardonica in modo quasi caustico. L’isolamento da incubo dei ragazzi che sorvegliano una frontiera, le giornate squallide e ripetitive, e un eccesso di tensione e di paura che causa un incidente imprevisto, assurdo. Finché non si torna in città per un epilogo straziante, di cui si aveva presagio: una terza parte chiamata a chiudere il cerchio.

Incubo visionario sulle imprevedibili svolte della vita, Foxtrot è una variazione sul tema della disgrazia familiare – uno spiedino cui Maoz aggiunge bocconi di politica e di esistenzialismo, a modo suo.

Il messaggio, ancor prima della fine, arriva come uno schiaffo: l’imprevedibilità cui è soggetta la condizione umana fa paura, anche perché – o forse perché – poco abbiamo imparato dagli errori del passato.

Questo Samuel Maoz ce lo racconta con efficacia indiscussa. Del resto, come dichiara il sergente che insabbia (letteralmente) il crimine involontariamente commesso dai giovani militari, in guerra: “shit happens”. E nessuno può permettersi il lusso di andare troppo per il sottile. Di nuovo, il conflitto israeliano-palestinese si staglia all’orizzonte in tutta la sua crudezza. E Foxtrot lo trasforma in un brutto sogno, nella traversata di un mondo onirico tutt’altro che rassicurante.

La regia è meticolosa, attenta, calibrata. Le tre parti del film si distinguono fra loro anche per tonalità cromatiche e l’intera pellicola è visivamente inappuntabile, soprattutto in molte sequenze nel deserto.

Un racconto di pregio che, nonostante la sua solenne importanza, fallisce solo nell’agganciare emotivamente lo spettatore. La frammentarietà (pur solo apparente) della narrazione e il suo voluto non articolarsi in un flusso organico finiscono per mettere una distanza fra la pellicola stessa e la sua platea: così Foxtrot si ritrova a incedere con inaspettata flemma, fra qualche lungaggine e brusche virate di tono. È la vicenda del padre e di una madre che soffrono per il figlio al fronte tanto quanto lui fatica a generare vera empatia: l’adesione al tragico destino familiare è razionale, non emotiva.

Un film da apprezzare con raziocino. Ostico per gli approcci più sanguigni, più viscerali.

 



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