Malloy, gabelliere spaziale (de La Mancha)

Anubi è stato l’equivalente di una sassata sulla finestra durante il pranzo di natale per il fumetto italiano. Un dio egizio – e non uno caso – che ha portato i Campari pomeridiani e la noiosa mediocrità della provincia tra le vette dei migliori fumetti del 2015, rovesciando il suo successo su tutto 2016, con la GRRRComic Art Books ben felice di mandare alle stampe nuove edizioni ad ogni esaurimento delle copie in magazzino. Come una finestra in frantumi, il segno grafico primordiale di Angelini e la ricerca testuale di Taddei hanno fatto un grande, meraviglioso casino.

Il problema delle sassate sui vetri è che la prima ti coglie di sorpresa, ti spaventa, ti spiazza, ti lascia istupidito ad osservare le schegge di vetro nel centro della sala e il sasso bitorzoluto sul pavimento e chiederti il perchè di quella pioggia al coperto. La seconda invece quasi te l’aspetti e se centra lo stesso varco attraverso cui si è fatta strada la prima non si accompagna nemmeno a quel bel rumore esplosivo, ma produce solo un tonfo sordo, deludente. Il segreto allora è spostare la mira, non necessariamente più in alto o più in basso, ma colpire altrove.

E allora se proprio bisogna trovare un nuovo bersaglio, tanto vale tirarla oltre l’orbita terrestre quella pietra. Metaforicamente, con l’ingresso nella scuderia Panini sotto l’etichetta 9L, ramo creato dall’editore modenese per portare le graphic novel fuori dalle fumetterie e liberarle tra gli scaffali delle librerie di varia. Ma anche contenutisticamente con il recupero di quel Malloy, nato sulle pagine di un racconto breve pubblicato nel 2014, che di lavoro fa il Malloy gabelliere spaziale, ovvero l’esattore della tasse ai servizi dell’imperatore, con una mano sempre pronta a frugare nella sua copiosa armeria interdimensionale.

Lo spazio, in teoria, dovrebbe essere un luogo privo di rumori, ma se centrato per bene con un sasso anche lì si può scatenare un casino meravigliosamente rumoroso – o rumorosamente meraviglioso. In ogni caso, Malloy non è certo il tipo che si curi molto del rumore quando fa il suo lavoro. La sola cosa importante sono le tasse. Il pilastro su cui poggia il Paravatz, l’Impero che Malloy ama più di sé stesso. Un flusso costante di denaro che l’Imperatore, mediocre burocrate la cui sala del trono è un grigio ufficio decorato solo da faldoni gialli, incessantemente registra e controlla con la sua calcolatrice a nastro.

L’opening è da space opera. Malloy e l’Imperatore hanno programmato di trasformare la cerimonia per il gabelliere dell’anno in una notte dei lunghi coltelli, ma ignorano che alle loro spalle si stanno annodando le trame di un golpe guidato da Monroe, ex fiamma dello stesso Malloy e gabelliere altrettanto spietato e letale. Fino a qui è puro sci-fi con una vena di ultra-violence a cui il tratto spesso e feroce di Angelini colmato da tinte piante con rare ombreggiature regala un look pop e straniante.

L’abbondante dose di fantasia già dispensata nelle prime pagine, dalla tuta automodellante di Malloy al profilattico da mano che il gabelliere usa per tagliare un varco nella nostra realtà ed accedere alla sua scorta di armamenti, contribuisce a delineare l’atmosfera avventurosa e fantascientifica che caratterizzerà l’intero volume. Ma è solo il preludio del folle viaggio che aspetta Malloy, gabelliere destinato a trovare sé stesso – letteralmente. Il crescendo è costante e basta poco a Malloy per decollare dalla fanta-sociologia di Futurama  – meraviglioso in questo senso il Reparto Monopolio della Violenza – per solcare territori inesplorati dal nostro fumetto, vicini allo slancio gioiosamente entusiasta di un Adventure Time o alla cinica stramberia di Rick & Morty.

Sopra questa struttura di sfolgorante ecletticità visuale e linguistica, Taddei & Angelini poggiano altri due atti che fanno prendere alla storia una piega largamente inattesa. Finito suo malgrado nelle trame oscure del golpe, Malloy deve raggiungere la Terra per riscuotere secoli di tasse non pagate dall’ultima democrazia rimasta nell’universo. L’arido pianeta che raggiungerà dopo aver clandestinamente sorpassato l’ologramma che racconta al resto dello spazio di un corpo celeste verde e rigoglioso tuttavia avrà ben altri programmi in serbo per il gabelliere.

L’utopica democrazia terrestre è una copertura, ovviamente, necessaria a produrre la ricchezza consumata dall’intera galassia. Al centro dell’ingranaggio troviamo gli inermi terrestri, a cui il governo assicura l’abolizione del lavoro e la consegna a domicilio tramite droni di qualunque bene o servizio facciano domanda, in cambio di un piccolo sforzo personale. Se l’allegoria a questo punto non vi sembra ancora abbastanza esplicita, ci aggiungo che il giogo al collo del genere umano serve a raccogliere – letteralmente – tutta la merda prodotta sul pianeta per darla in pasto a un gigantesco verme alieno che se ne ciba cagando oro. E questo è solo l’inizio. La realtà è altrove, ma per raggiungerla bisogna imbarcarsi in un viaggio a tratti destabilizzante per la frequenza con cui il secondo atto accumula colpi di scena sempre più ravvicinati, fino al ribaltamento prospettico che apre le porte a una terza parte quasi metafisica.

Prima però Malloy deve fare i conti con la resistenza terrestre, l’ultimo manipolo di dissidenti rimasti a combattere la logistica al potere. Per essere più precisi, i figli degli ultimi dissidenti, rimasti esclusi dalla vita priva di pensieri e colma di agi che la plutocrazia di vecchi al potere sulla Terra garantisce al popolo assuefatto. Un manipolo di giovani disillusi che ha abbandonato ogni illusione rivoluzionaria e il cui solo esplicito obiettivo è farsi notare nella speranza di essere assorbiti. Monsanto, Viagra, Facebook e Donald Trump – questi i nomi scelti dai loro padri per celebrare le grandi casate del passato (sulle orme di David Foster Wallace) – sono per Malloy scudieri tanto improbabili, quanto infidi e realisti.

Il gabelliere spaziale, novello Don Quixote, procede a testa bassa nella sua missione: la ricerca dell’oro che i terrestri hanno sottratto alle casse imperiali, incurante di ciò che succede intorno a lui. E proprio come il cavaliere di Cervantes, Malloy procede indomito, senza farsi condizionare più di tanto da ciò che gli accade intorno. La realtà ariva a sgretolarsi, eppure Malloy non batte ciglio, mai, di fronte ad ogni nuova assurdità, né pare notare le lucide considerazione dei suoi improvvisati compagni di golpe, continuando a dispensare nuovi fori intracranici col suo arsenale a chiunque si frapponga fra lui e l’oro dell’Imperatore. Una forza di volontà indomabile quella di Malloy, uno stoicismo degno di un vero personaggio letterario (ehm).

Il paragone col nobile cavaliere de La Mancha è ulteriormente rafforzato dalla ricerca linguistica di Taddei che mette in bocca a Malloy un vocabolario ricco di termini ricercati e desueti, che mischiano italiano alto e basso generando un effetto straniante, ma divertente e soprattutto riconoscibile. Malloy si riconosce appena apre bocca ed è un risultato notevole per un personaggio alla sua seconda apparizione ufficiale. Ma non è il solo, quasi ogni altra figura in scena sfoggia almeno una caratteristica verbale che contribuisce a costruirne la personalità e a distinguerla di quella degli altri con cui condivide le pagine. È raro trovare in una produzione fumettistica una simile attenzione alla lingua in cui si può avvertire come ogni parola sia stata scelta con cura, non solo per il suo significato, ma anche per il suono e l’effetto scenico che la sua presenza sulla tavola concorre a creare.

Forse a un primo sguardo Malloy può sembrare meno dirompente o meno di rottura rispetto ad Anubi, quasi che l’esplosione di colore pop possa sia da intendersi come una presa di distanza dal bianco e nero minimalista con cui Taddei & Angelini hanno raccontato la noia, la provincia, la miseria e la mediocrità, insomma la vita. Invece con Malloy – Gabelliere spaziale l’indagine nell’incubo quotidiano a cui tutti siamo condannati continua, ma a bordo di una navicella spaziale che ha superato di slancio il casello autostradale della provincia per abbracciare col suo sguardo l’intero pianeta.

Vecchi banchieri che giocano a ping pong, giovani che non desiderano altro che essere mantenuti, merda che genera oro (e viceversa). Se le risposte ti appaiono fin troppo esplicite è perchè mentre Taddei & Angelini tirano il sasso tu stai guardando la mano, invece della traiettoria imponderabile a tratti disturbante di Malloy. Brutto errore, perchè questa volta la finestra destinata ad andare in pezzi è quella della tua identità. Per tutti i santi ritorti, che scherzo è questo?!



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