Attenzione! Da qui in poi troverete le entità più spaventose di tutte le creature mostruose di Halloween messe insieme: gli ɹǝlıods

Non chiamatela operazione nostalgia perché, come ci ha insegnato Don Draper, il termine nostalgia porta con sé una nozione di dolore e malinconia – “the pain from an old wound“, ricordate? – elementi lontanissimi dalla serie: i Duffer Brothers danno vita, con scaltra maestria, a un’autentica delizia seriale da consumare con lieta voracità, ma qui e ora.

Il fine di Stranger Things non è lo stimolare il rimpianto per un luogo della memoria a cui tornare, è ormai chiaro che gli anni ’80 sono assurti a una sorta di Paradiso Perduto (vedi San Junipero), ma piuttosto fornire un modo per godere nell’immediato, reiterandolo, il già conosciuto e vissuto.

La prima stagione è stata senza dubbio un successo inaspettato, ma è stato inaspettato soprattutto per noi spettatori. Avevamo dato una chance a una serie Netflix in una sera di giugno e improvvisamente ci siamo ritrovati a comunicare tra di noi a colpi di lucine natalizie. La furba, accattivante e delicata storia di amicizia, declinata tramite la rivisitazione degli elementi più pop e iconici legati agli anni ’80, a sorpresa aveva conquistato tutti. Ed è per questo motivo che la sfida per la seconda stagione può dirsi vinta anche se con qualche riserva.

Il ritorno di Stranger Things non poteva più giocare sull’elemento sorpresa, spiazzando lo spettatore che si era trovato per le mani una perla inaspettata. A questo punto le strade da prendere potevano essere due: deviare dal solco tracciato dalla prima stagione per tentare di stupire di nuovo, oppure stanziare un aumento di capitale per valorizzare gli elementi vincenti. I Duffer, saggiamente, scelgono quest’ultima strada riprendendo ed espandendo l’universo narrativo già amato e consolidato, anche se nel mentre hanno provato a derogare brevemente: mi riferisco al settimo episodio, accolto da reazioni ambivalenti.“It’s important for Ross and I to try stuff and not feel like we’re doing the same thing over and over again” dice bene uno dei fratelli, ma è evidente che la forza della serie è nell’approfondire il materiale di partenza più che nelle incursioni nel reame del “nuovo”.

Se Hopper, infatti, viene fuori da questa stagione con una caratura drammatica che ne aumenta il peso e l’impatto emotivo all’interno della narrazione, i due nuovi arrivati, Max e Billy, per quanto azzeccati come scelta di casting e ben inseriti nel contesto, sono solo due elementi a cui è affidata la funzione di innescare le stesse dinamiche già viste nella precedente stagione. A Max, in assenza di Eleven, spetta il compito di incarnare l’elemento nuovo e femminile che perturba le dinamiche di gruppo mentre Billy, causa maturazione di Steve, deve occupare il posto vacante di bullo.

Ecco, insieme al già citato Hopper e Eleven, Steve è uno dei personaggi che viene fuori meglio. Gli ultimi episodi della passata stagione lo avevano già moderatamente affrancato dal ruolo di figlio di papà, belloccio e inconsistente, adesso per necessità (si ritrova a supervisionare l’incolumità di Dustin&Co) e per virtù (lascia andare Nancy senza scene madri) è diventato il protettore dei ragazzi: il fatto che lo sia diventato suo malgrado, e che in ogni caso i ragazzi agiscano di testa propria, sono elementi che regalano a Steve una carica di gustosa ironia.

Nel reparto nuovi acquisti, Bob è apparentemente il più determinante ma, anche in questo caso, è un elemento di novità meramente funzionale allo spingere la storia nella direzione decisa. Per quanto sia adorabile, il personaggio interpretato da Sean Austin è poco più di un plot device: interpreta la mappa quando c’è bisogno che si capisca cosa sta cercando di comunicare Will, e muore quando c’è bisogno che qualcuno, alla fine, muoia.

Discorso diverso per Eleven. In ogni serie il cui focus è incentrato su un gruppo o una coppia di protagonisti arriva il momento in cui gli autori, per sopraggiunta stanchezza narrativa o per giusto senso dell’opportunità, decidono sia il momento di dividere il nucleo lasciando che i personaggi diano vita ad archi narrativi personali in attesa di vedere orchestrato il loro ricongiungimento. Eleven, la fuoriclasse del mazzo anche per una strepitosa Millie Bobby Brown già incredibilmente matura nelle doti attoriali, viene tenuta a parte dal gruppo per quello che possiamo definire il classico “viaggio dell’eroe” che culmina con la puntata numero sette menzionata qualche paragrafo sopra.

L’identità di Eleven, nella prima stagione, è stata filtrata e formata attraverso lo sguardo e le necessità di chi la circondava, l’amicizia romantica con Will è stata la sua prima emozione originaria, il primo sentimento spontaneo di lei come individuo. Adesso la ritroviamo tenuta al riparo dal resto del mondo da Hopper che la protegge, ma al tempo stesso la opprime, all’interno di un rapporto complesso in cui il surrugato della figura paterna diventa, suo malgrado, una sorta di carceriere per una ragazza in cui i turbamenti adolescenziali vengono survoltati da una rabbia latente e doti psicocinetiche. Queste sono le premesse che portano Eleven fuori da Hawkins nell’unica puntata in cui non c’è nulla dello Stranger Things che conosciamo, e all’interno della quale viene offerto un diverso take degli anni ’80. L’esperimento funziona solo in parte. Era necessario non sovraesporre Eleven e al tempo stesso dotarla di un percorso di crescita solo suo. Purtroppo, nell’economia di una fruizione con modalità di binge watching, la puntata interrompe fastidiosamente il flusso narrativo senza dare qualcosa di ugualmente accattivante come Hawkins e il suo Sottosopra. Probabilmente, in una serie trasmessa a cadenza settimanale, la puntata in questione sarebbe stata avvertita come giusta, collocata in modo appropriato all’interno dell’arco narrativo principale, ma non è questo il caso.

Sul fronte ragazzi, continuiamo a essere soggiogati dalla simpatia debordante di Dustin e dalla tenera amicizia che lega Mike e Will. Ecco, se dovessi scegliere un elemento di assoluta novità, per me sarebbe proprio questo. Troppo spesso le amicizie maschili sono condite con alto tasso di testosterone, è rigenerante vedere messo in scena un legame maschile amorevole e delicato. Per le prossime stagioni, però, mi auguro che Will venga definitivamente emancipato dal ruolo di “vittima”: Noah Schnapp è bravissimo e merita di brillare in un ruolo più attivo e meno strumentale.

La seconda stagione di Stranger Things è più cupa e oscura della prima. Il Sottosopra, di cui il demogorgon era solo un isolato, privo di arbitrio, emissario, è un universo ancora più imminente e minaccioso ma il punto di forza della serie coincide qui con il suo punto debole: la visione è piacevole perché sappiamo già che il nostro investimento emotivo verrà ripagato e non incorreremo in brutte sorprese. L’inquietudine e gli accenti horror sono funzionali non a turbare lo spettatore mettendolo in difficoltà, ma semplicemente a increspare la superficie della sua emotività senza reali e profondi scossoni. La morte di Bob è servita proprio a questo: a farci vivere un’esperienza tranquillamente alla nostra portata, ma mascherata da colpo di scena spaventoso. A me va benissimo così, però la seconda stagione di Stranger Things sembra già un revival di una serie finita tanto tempo fa. Felicissima se la sterza stagione spazzerà via questa sensazione.



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Mara Ricci

Serie tv, Joss Whedon, Jane Austen, Sherlock Holmes, Carl Sagan, BBC: unite i puntini e avrete la mia bio. Autore e redattore per Serialmente, per tenermi in esercizio ho dedicato un blog a The Good Wife.

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