Ci vuole un coraggio enorme per andare a toccare Watchmen: 1. Lo sa Zack Snyder che ci ha quasi rimesso la carriera nel tentativo di portarlo sul grande schermo. (E diciamocelo, la sua pellicola non era per nulla male in rapporto alla difficoltà del compito; sono curioso di vedere se Lindelof riuscirà a fare di meglio con la più flessibile struttura della serie TV a disposizione.) Lo sa bene anche la DC Comics, che si è già scottata una volta azzardando una serie di prequel, Before Watchmen, in cui diversi autori di spicco della casa editrice hanno raccontato i trascorsi dei personaggi resi immortali da Alan Moore & Dave Gibson.

Watchmen è il libro sacro del fumetto, almeno per chi legge soprattutto Marvel & DC Comics. E non solo per il suo ruolo nella definizione moderna del supereroe. Ma anche perchè rappresenta(va) l’ultimo baluardo inviolabile. Un monumento alla proprietà intellettuale di Moore rimasto per anni inattaccato quantomeno sulla carta degli albi a fumetti non per obbligo di un tribunale, ma per una tacita forma di rispetto misto a timore reverenziale. Chi sarebbe così folle da mettersi in competizione diretta con Alan Moore? E chi sarebbe così folle da farlo oggi, dopo il flop di Snyder e l’ondata di sdegnosa indifferenza da cui è stata travolta l’operazione Before Watchmen?

Geoff Johns, questa è la risposta. Johns, da anni ormai architetto dell’universo narrativo DC Comics, non solo ha accettato di misurarsi col peso dell’eredità di Watchmen, ma per farlo ha scelto la via più azzardata possibile. Non un “semplice” sequel, ma una storyline lunga anni, costellata di indizi sparsi in decine di albi. Il più improbabile dei crossover, la contaminazione tra l’universo di Watchmen e quello canonico della DC Comics, quest’ultimo manipolato per motivi ignoti da un’entità superiore che, nel clamoroso colpo di scena svelato in DC Rebirth #1, si è rivelato essere il Dr. Manhattan.

Un piano editoriale gestito in maniera impeccabile, sul lungo periodo, realizzato attraverso storie di buona qualità, capaci di parlare al cuore dell’appassionato di DC Comics, con un duplice obiettivo: un generale ammorbidimento sul concetto di intoccabilità che da sempre ammanta Watchmen e una contestuale crescita del hype per Doomsday Clock, la conclusione di questa lunghissima storyline nonchè seguito della saga realizzato senza il coinvolgimento diretto dei suoi creatori. A giudicare dalle reazioni, entrambi i risultati si possono dire raggiunti, quanto meno a giudicare dai resoconti provenienti dalle fumetterie d’oltre oceano dove Doomsday Clock #01 è sparito dagli scaffali a tempo record, spesso già durante le aperture speciali di mezzanotte organizzate per celebrarne l’uscita.

Se il reparto marketing ha fatto il suo, trasformando un’operazione potenzialmente disastrosa nell’evento fumettistico del 2017 a mani basse, ora il grosso del lavoro tocca a Johns. Questo primo numero, uscito giovedì scorso in USA e disponibile tramite ComiXology anche dalle nostre parti in contemporanea, prende una strada un po’ diversa da quanto forse ci si poteva immaginare, decisamente più azzardata, ma anche stimolante. In effetti negli ultimi giorni dalla DC erano arrivati diversi avvisi: Doomsday Clock è il seguito di Watchmen, non (solo, aggiungo io) la storia dello scontro tra i personaggi di due universi. E lo è davvero. Fin dalla prima tavola, un incipit affidato a un monologo interiore incentrato sulle colpe dei cittadini americani ripartito in una gabbia da nove vignette, in cui l’inquadratura parte da un dettaglio per poi allargarsi sempre più. Ricorda qualcosa?


Disclaimer: da qui in po’ trovate qualche lieve spoiler. Cercherò di evitare di rilvelare troppo, ma se non volete sapere proprio nessun dettaglio meglio fermarsi qui (e tornare dopo aver letto l’albo).

Ci vorrà un anno per vedere la fine della mini-serie, confidando nella regolarità dell’ottimo Gary Frank, che ha saputo piegare il suo stile per offrire una continuità estetica con il tratto di Dave Gibbons, senza il quale Watchmen non sarebbe stato lo stesso. E si arriverà necessariamente allo scontro, al momento in cui Superman e il Dr. Manhattan si fronteggeranno per ristabilire lo status quo. O forse no, per quanto è dato sapere al momento la nuova crisi del multiverso potrebbe risolversi senza un solo cazzotto.

Più che sugli sviluppi futuri delle trame questo primo numero dice molto sulla cura e l’accortezza con cui è stato confezionato, nel tentativo rispettare quanto più a fondo possibile il materiale originale a cui si ispira. Secondo qualcuno Doomsday Clock non dovrebbe esistere: è un posizione che non condivido in pieno, ma ne riconosco le ragioni. Posto tuttavia che un sequel di Watchmen è entrato ormai nella dimensione del reale, la storia di Johns & Frank appare per il momento un modo più che buon per trasformarlo dalla teoria alla pratica.

Il racconto riprende qualche anno dopo la conclusione dell’opera di Moore. Negli ultimi tempi le cose non sono andate granchè bene anche da quelle parti. Robert Redford è il nuovo presidente degli Stati Uniti, mentre la Russia ha invaso la Polonia come reazione al disfacimento dell’Unione Europea, spostando un po’ più avanti le lancette dell’orologio del giudizio universale. L’opinione pubblica però è distratta dalla caccia all’uomo scatenatasi nei confronti di Adrian Veidt, ovvero Ozymandias, il cui ruolo nel massacro di New York è diventato di pubblico dominio. Come Moore negli anni ’80 anche Johns immerge le atmosfere del “suo Watchmen” nel contemporaneo, o almeno il contemporaneo di qualche mese fa quando la sceneggiatura di quest’albo è stata scritta perchè Moore non doveva fare i conti con un presente che si evolve alla velocità attuale.

Questo primo numero dunque serve a creare un atmosfera e impostare un tono. Johns non è Moore e la differenza nella prosa si nota. Non c’è però volontà di scimmiottare: il registro utilizzato è quello alto, perchè l’opera lo richiede, senza forzature. Anche il ritmo è scandito dallo stesso metronomo di Moore, la gabbia a nove vignette con rare eccezioni. Non tutti i personaggi però sono gli stessi: prima di accompagnare il lettore al cospetto delle figure che è lecito attendersi in un seguito, Johns recupera un paio di personaggi della defunta Charlton, la stessa etichetta da cui Moore aveva attinto per per creare il suo gruppo di eroi al crepuscolo. E a proposito, nel corso dell’albo appare un personaggio – la cui presenza è stata anticipata dalla DC nelle preview diffuse prima dell’uscita – che probabilmente non è chi crediamo: in effetti l’ultima volta che l’avevamo visto era morto.

La differenza più sostanziale tra Watchmen e Doomsday Clock sta nell’assenza di quella disperazione palpabile che attraversava le pagine di Moore. Jonhs non si appresta a raccontare il tramonto del supereroe, non ha intenzione di dimostrare quanto Superman e Batman siano figure patetiche, anzi, con ogni probabilità è in procinto di fare tutto il contrario. Se davvero questa miniserie servirà a rimettere in ordine la continuity dell’universo narrativo della DC Comics, ciò avverrà a scapito del Dr. Manhattan, entità che da mesi per qualche ragione trama nell’ombra alterando la realtà in cui Superman e Batman si trovano a vivere. Il preludio a questo ribaltamento si può già leggere negli spazi bianchi tra le vignette, nella sporadica comparsa di sprazzi di ironia che non hanno mai trovato posto in Watchmen, scintille che oscillano tra la satira – lo schermo tv che mostra una sacca da golf la prima volta che viene citato il presidente degli Stati Uniti –  piccole situazioni volontariamente comiche in cui in cui Johns immerge i suoi personaggi.

Contrapporre la speranza al cinismo è un ribaltamento radicale di prospettiva rispetto alla cinica visione degli anni ’80 di cui il mondo di Watchmen era uno specchio fedele; farlo nel 2017 è un gesto che richiede un coraggio folle, forse più di quanto ne serva per sfidare Alan Moore sul suo terreno.



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Claudio Magistrelli

Pessimista di stampo leopardiano, si fa pervadere da incauto ottimismo al momento di acquistare libri, film e videogiochi che non avrà il tempo di leggere, vedere e giocare. Quando l'ottimismo si rivela ben riposto ne scrive su Players.

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