Il 2017 si avvia a conclusione ed è tempo di bilanci e recuperi, anche nel mondo letterario. Qui su Players vi segnaliamo i titoli che hanno fatto la differenza nel 2017 – raccontando il nostro presente e interpretando al meglio la contemporaneità. In attesa di scoprire se supereranno anche la prova del tempo. 
Siete pronti ai classificoni di fine anno con la quota rosa per sgravarsi la coscienza, quell’unico titolo a firma femminile incluso da inserti culturali, letterati, giornalisti e blogger più o meno influenti per sgravarsi la coscienza ed evitare la polemica? Per la odiosissima quota della supposta categoria “letteratura femminile” (perché la letteratura e basta è chiaramente quella degli uomini), sono pronta a scommettere che in molti quest’anno tireranno fuori dal cappello Le Ragazze di Emma Cline.
Non è una scelta campata per aria: grazie all’ottimo lancio di Einaudi, al successo statunitense e alla capacità della Cline di rassicurare e coinvolgere un certo tipo di pubblico, è stato uno dei romanzi “al femminile” (bare with me, my friends) più di successo dell’annata, sdoganato persino da qualche recensore alpha.
No, Le Ragazze non è un libro importante del 2017. O meglio, lo è di certo per fama e impatto, ma se badiamo alla sostanza Naomi Alderman annichilisce Emma Cline (e si porta a casa il Bailey’s Women’s Prize for Fiction).
Nottetempo conosce i suoi polli e ha prontamente proposto l’edizione italiana con il titolo di Ragazze Elettriche. Se questa scelta può portare più lettori a leggere e amare un libro importante del 2017 e chiaramente fantascientifico*, ben venga. Peccato però, perché il titolo originale, The Power, sia una summa perfetta della maestria con cui Alderman coniuga l’immediatezza di un racconto avvincente con una riflessione sociale potente nell’anno dello scandalo Weinstein, delle leggi antiabortiste polacche e di una serie di piccoli e grandi tentativi di ribassare l’asticella dell’uguaglianza tra generi in tutto il mondo.
Il potere a un primo livello è quello che iniziano a manifestare improvvisamente le adolescenti di tutto il mondo. Lo sviluppo di un muscolo posto alla base della clavicola le rende capaci di rilasciare impulsi elettrici dai palmi delle mani. Ben presto si scopre che non solo tutte le nuove nate ne sono dotate, ma anche le adulte e le anziane possono usufruire del potere, a patto che una giovane “lo attivi” anche in loro.
A livello metaforico, il potere e il suo controllo sono i temi centrali del romanzo, che racconta il repentino e drammatico rovesciamento della situazione a livello globale, mentre il mondo prende consapevolezza che le donne non sono più il sesso debole. Certo ci sono donne con più o meno potere e con una maggiore o minore capacità di controllo, ma ora è come se ogni donna girasse armata di un potere che gli uomini cominciano via via a temere.
Il progetto di Naomi Alderman è in realtà ben più ambizioso di quanto lo spunto lascerebbe pensare e, nascondendosi astutamente nella struttura del romanzo dentro il romanzo, riserva al lettore una serie di rilanci e colpi di scena riuscitissimi. Solo un ingenuo può arrivare a fine del volume e pensare che il messaggio volesse essere banalmente quello che “se le donne avessero il potere, sarebbero loro a prevaricare gli uomini”, come purtroppo si è letto in tante recensioni. No, The Power quel ribaltamento di potere fisico e sociale lo opera uguale e contrario proprio per mostrare come questo squilibrio sia tutt’altro che una naturale conseguenza dello stato delle cose. L’effetto è tanto più forte quando nel romanzo attributi tipici della femminilità (la docilità, la predisposizione alla cura dei figli, la lascivia, la mancanza di ambizione, fino al “se l’è andata a cercare”) via via diventano connotati maschili.
Persino le voci narranti sono un sapiente ribaltamento dello status quo: il politico carrierista, il boss della mala e il caposetta carismatico in genere non sono certo ruoli appannaggio femminile come avviene in questa storia, mentre il protagonista maschile (il più riuscito) vive la terribile parabola di un ragazzo a cui la società ha donato un senso innato di sicurezza e che scopre il timore dell’essere l’anello debole in una società prevaricante.
Anche il lettore più scafato e social justice nel 2017 non può che ricavare una riflessione su quanto suonino dissonanti questi concetti, fino a quello di “letteratura maschile”. Naomi Alderman gioca a stupire e sconvolgere il lettore fino all’ultimo rigo dell’ultima pagina e ci riesce alla grande. The Power non è certo il primo libro di fantascienza che compia il passo successivo a quello incarnato da I Racconti dell’Ancella (che i suoi anni li ha, pur essendo stato riscoperto solo quest’anno a livello globale). Ormai da anni i romanzi che riflettono sulla condizione femminili hanno smesso di farlo sfruttando un ambiente peggiorativo, aggravando la drammatica disparità sociale tra uomo e donna per denunciare il nostro tempo. Quello di Naomi Alderman è semplicemente il primo romanzo di genere che rende “attiva”, combattente e non succube la sua componente femminile a sfondare le barriere del fandom fantascientifico, raggiungendo con enorme successo in grande pubblico.
Nel frattempo nella nicchia dei lettori di fantascienza è stato l’anno delle lesbiche nello spazio perché nessuno sa divertirsi come dalle nostre parti. Il libro importante dell’ultima annata a firma Kameron Hurley è però The Geek Feminist Revolution, la raccolta di pezzi di saggistica, editoriali su Tor.com, post del blog personale e essay a firma di una delle voci più sferzanti e incisive della fantascienza contemporanea.
Sono io la prima ad essere sorpresa di quante volte mi sia già capitato di consigliare a lettori “fuori dal giro” questo splendido volume, che vorrebbe essere un’antologia di saggi critici riguardanti argomenti più o meno geek (il Gamergate, i film con l’eroe solitario degli anni ’80, Furiosa di Mad Max, gli Stati Uniti della prima stagione di True Detective)  ma si legge come un’autobiografia o un memoir. L’amara verità – di cui Kameron Hurley è drammaticamente consapevole – è che quello stile tanto brutale e talvolta rozzo che azzoppa i suoi romanzi rende molto potenti i suoi pezzi di non-fiction, diretti senza essere banali, comprensibili senza essere semplicistici.
S’impara più della vita e lotta quotidiana di uno scrittore dalla Hurley – un Hugo Award in tasca, 6 romanzi pubblicati e un lavoro diurno e “normale” per mantenersi – che dal manuale per scrittori che nella sua infinita piaggeria Haruki Murakami ha voluto donarci. S’impara di più su quanto l’Obamacare (e la sua imminente cancellazione) incida nella carne viva degli statunitensi dal racconto delle vicende personali della Hurley che dagli editoriali italiani ed esteri scritti negli anni. Si conosce da vicino il vero cuore dell’America dai racconti degli anni adolescenziali dell’autrice (vissuta in un quartiere dove per anni non vide mai un afroamericano) e dai suoi primi amori (con un paio di tipi rancorosi e distruttivi che paiono usciti dalla cronaca nera italiana) che dai tanti Grandi Romanzi Americani che guardano lo squallore negli occhi come esercizio di stile.
Certo poi sentirete molto parlare di scrittrici come Joanna Russ e Octavia Butler, di Asimov che dava pizzicotti sul sedere alle povere editor di Astounding, del famigerato gruppo dei Sad Puppies che sabotò gli Hugo, ma potreste ritrovarvi a pensare che in fondo non vi dispiace e anzi, volete sapere molto, molto di più.
The Geek Feminist Revolution – sospeso a metà tra il memoir e la raccolta di saggi – è la storia di una donna, di una scrittrice e di un’americana in perenne lotta per la sopravvivenza del suo fisico e della sua voce, addolcita dalla saggezza che una decennale carriera da scrittrice e da commentatrice online le ha donato. Da lettrice della Hurley mi ha stupito soprattutto la speranza di cui pervade le sue pagine: non quella frutto di un insensato ottimismo, bensì quella figlia di tante lotte che non sono riuscite ad abbatterti.
The Geek Feminist Revolution non è ancora stato tradotto in Italia. Trovate però buona parte del materiale in esso contenuto sul blog di Kameron Hurley, compreso il bellissimo saggio vincitore dello Hugo Award We Have Always Fought, che vi consiglio caldamente di leggere.
*Nell’abissale analfabetismo fantascientifico volontario in cui buona parte dei recensori/lettori italiani vive, in molti hanno definito questo romanzo come literary fiction o al massimo distopico. A meno di non voler fare quelli che “il nostro presente è distopia!”, The Power di Naomi Alderman è un libro che – da manuale – applica un’evoluzione avveniristica (fanta-) ma coerente e plausibile con le leggi scientifiche del nostro tempo (-scienza) a un contesto simile a quello presente. Alderman – che in passato ha scritto literary fiction e romanzi del Doctor Who, per intenderci – si preoccupa di dare risalto e un background scientifico alla “nascita del potere”, che non appare certo per magia (anzi), poi passa il resto del romanzo a indagare gli effetti sociali di questo cambiamento. Fantascienza da manuale (o da Wikipedia). Eppure è pieno l’internet di recensori che hanno amato il romanzo, ma che giurano e spergiurano di non leggere la tanto odiata e vituperata fantascienza. Gli stessi a che di fronte ai tre nomi di Margareth Atwood, Karen Joy Fowler e Ursula K. LeGuin che aprono i ringraziamenti non hanno avuto il benché minimo sospetto. Santa pazienza. 
Disclaimer: l’editore ha fornito una copia recensione di entrambi i romanzi recensiti in questo pezzo in cambio di un’onesta opinione, quella che avete appena letto. 


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