Il giorno che cambiò per sempre l’animazione giapponese fu il 16 aprile 1988, esattamente 30 anni fa. Nei cinema nipponici apparvero contemporaneamente due film destinati a lasciare il segno, anche se per motivi diversi: Il mio amico Totoro di Hayao Miyazaki e Una Tomba per le lucciole di Isao Takahata (RIP), forse le opere più rappresentative dei rispettivi registi, che pochi anni prima avevano fondato il celeberrimo (ma che ai tempi ancora non lo era o almeno non quanto lo sarebbe diventato negli anni a venire) Studio Ghibli. Con lo stesso biglietto, il pubblico locale potè assistere ai due spettacoli, uno dopo l’altro, prima (saggiamente) Totoro e poi Una Tomba per le lucciole.

Ovviamente noi italiani non avemmo il benchè minimo sentore di tutto ciò, visto che nessuno dei soggetti coinvolti era minimamente famoso o forse nemmeno conosciuto nel nostro Paese e i pochissimi appassionati di tutto ciò che riguardava il Giappone “animato”, erano considerati (e si consideravano!) alla stregua di carbonari sempre pronti a nascondersi presso luoghi sicuri e appartati, lontani dalla pazza folla, come Yamato o La Borsa del fumetto, favoleggiando di pellicole mitiche e meravigliose, distribuite in quella terra lontana, magica e inaccessibile chiamata Giappone.

Trent’anni dopo, le cose sono cambiate parecchio. Studio Ghibli, recentemente rimesso in piedi da Miyazaki-san, che ha deciso di girare un altro film prima di chiudere definitivamente con l’animazione, oggi è conosciuto più o meno da tutti coloro che seguono il cinema, anche distrattamente. Multiple partecipazioni ai Festival di tutto il mondo e lo (scusate) “sdoganamento” ricevuto dal regista quando vinse il Premio Oscar, che costrinse anche i critici tromboni del Bel Paese a fare ricerche su chi fosse quel buffo ometto con occhi a mandorla che aveva sconfitto le corazzate americane con il denso e difficile La Città Incantata (già Orso d’oro a Berlino pochi mesi prima) hanno elevato (almeno) Miyazaki-san a rango di “genio visionario”, anche in Italia. Gli appassionati del tempo sono cresciuti, hanno lasciato la carboneria e oggi dissertano amabilmente e con un po’ di nostalgia su quanto fosse pioneristico quel periodo su blog, forum e, i più fortunati, riviste e televisione.

Totoro e Una Tomba per le Lucciole, quindi.
Così diversi, in apparenza, così simili, in realtà. Certo, visivamente siamo agli antipodi: da un lato il verdeggiante e colorato mondo di Totoro, quella campagna giapponese teatro di quasi tutte le pellicole di Miyazaki e da lui stesso favoleggiata e raccontata come l’Arcadia della Giovinezza, unico luogo di redenzione e salvezza per le persone distratte dalla tecnologia e dalla frenesia del Presente. Dall’altro, i cupi grigi e marroni della Guerra, il buio della fame e delle privazioni, il nero della speranza che muore, ogni giorno. Eppure, osservando meglio film e rispettivi autori, i punti di contatto non mancano di certo. Entrambi i registi vennero colpiti negli affetti dalla Guerra, in entrambi i film i protagonisti sono una coppia di bambini (due sorelle in Totoro, un fratello con la sorellina in Una Tomba per le Lucciole), circondate da adulti che non sanno (o non vogliono) rendersi conto della loro condizione. Dolore, perdita, lontananza, malattia, anche se in misura diversa, sono temi affrontati e presenti in entrambe le opere. L’infanzia, analizzata, e decodificata come raramente altri autori hanno dimostrato di saper fare, viene mostrata finalmente per quello che è: non solo svago e disimpegno, ma anche crescita, dipendenza dagli adulti, formazione del carattere che una persona avrà per tutta la vita. Un periodo breve e intenso che, come scriveva Dino Buzzati ne Il Deserto dei Tartari, scorre così velocemente che ci si accorge della sua esistenza solo quando è finito.

Il destino ha premiato Totoro, divenuto simbolo e logo di Ghibli, e onnipresente in qualsiasi classifica di merito inerente le pellicole animate e forse bastonato un po’ troppo l’opera di Takahata, rimasta quasi nascosta, “per eletti” o fini conoscitori del mondo dell’animazione giapponese, un film oggettivamente crudo e spaventoso che racconta in molto fin troppo efficace una semplice verità: che l’uomo è orribile e che anche i bambini muoiono. Non sempre quando si è in difficoltà c’è un gatto bus che ti viene a prendere in mezzo alla campagna.

Ghibli, in quel giorno magico, diede una carezza e un ceffone al pubblico giapponese e, almeno idealmente, a quello di tutto il mondo. Miyazaki e Takahata hanno provato, qualche tempo fa, a riproporre la “doppietta” con Si alza il vento e La storia della principessa splendente, senza però riuscirci, a causa degli abituali problemi che hanno caratterizzato praticamente qualsiasi produzione Ghibli dal giorno della sua nascita.
Oggi che quei capolavori sono stati esaminati, studiati, recensiti, proiettati, resi disponibili per l’home video in edizioni extralusso e fatti oggetto di ogni analisi critica possibile, noi ci limitiamo a celebrarli e ricordarli, con un po’ di nostalgia per il passato e con l’inevitabile rimpianto di chi, quel giorno, avrebbe voluto essere in una sala cinematografica giapponese.



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Andrea Chirichelli

Classe '73. Giornalista da tre anni, ha offerto il suo talento a riviste quali Wired, Metro, Capital, Traveller, Jack, Colonne Sonore, Game Republic e a decine di siti che ovviamente lo hanno evitato con anguillesca agilità. Ha in forte antipatia i fancazzisti, i politici, i medici, i giornalisti e soprattutto quelli che gli chiedono foto.

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