Proprio non ne vogliono sapere di consegnare gli anni ’80 al giudizio della Storia che dovrebbe essere messa nella condizione di osservare quel periodo con distacco, da lontano. Ma questo non è possibile perché ormai gli anni ’80 sono assurti a un ideale paradiso perduto al quale cinema, tv e libri non fanno altro che tentare di riportare noi spettatori. A volte bene, a volte male, spesso premendo troppo sul pedale nostalgia.

Tra le infinite proposte più o meno riuscite arriva Cobra Kai e sale in cattedra a impartire lezioni un po’ a tutti, inclusi quei ragazzini con la bicicletta. Non colpisce per primo, arriva dopo un’ondata di revival, ma di sicuro colpisce forte e senza pietà, e il primo bersaglio che manda a terra è proprio il fattore nostalgia. Innanzitutto perché per i millennials e successivi Karate Kid non rientra per limiti d’età nella loro cultura, a questo pubblico bisogna parlare al presente e la serie funziona benissimo nel qui e ora. I flashback, numerosi e reiterati soprattutto nel pilot, sono lì proprio per fornire le coordinate narrative ai nuovi spettatori, con la sequenza d’apertura presa dal finale del film a funzionare da previously.

Cobra Kai, a dispetto di quello che poteva sembrare prima di vederlo, è un’operazione legittima e adesso che è disponibile possiamo dire anche necessaria: la storia di Danny e Johnny adulti doveva essere raccontata, tanto più che Ralph Macchio e Billy Zabka sono assolutamente strepitosi nel riprendere i loro ruoli, calarsi nel formato da comedy ma al contempo dare profondità ai loro personaggi. C’è da chiedersi perché non abbiano lavorato molto di più, e da sperare che la loro carriera riprenda quota anche indipendentemente dalla serie già rinnovata per una seconda stagione.

Ma arriviamo alla storia, un classico del genere: due adulti si rincontrano a distanza di anni e un episodio con esiti opposti per i due ha determinato per uno il successo, per l’altro il fallimento.

Daniel-san è diventato un uomo d’affari realizzato, ha sposato una donna in gamba ed è padre di due figli bravissimi nello svolgere il loro mestiere di adolescenti: la figlia lo fa sudare freddo a causa dei fidanzati, il figlio vive incollato ai videogiochi, ed entrambi snobbano il grande amore del padre, il karate.

Johnny Lawrence è finito vittima di sé stesso: dopo la sconfitta al torneo, e dopo aver visto il proprio sensei, mentore e punto di riferimento, rivelarsi un bullo violento e senza onore, Johnny si ritrova divorziato, con un figlio che lo odia, a vivere di lavoretti. La voglia di rivalsa arriva quando è costretto a incontrare Danny e il suo ego ne esce malconcio: dopo aver sistemato una banda di ragazzi a colpi di karate, Johnny non desidera altro che far rinascere il Cobra Kai cercando di rievocare quella spavalda sicurezza che lo aveva fatto sentire un vincente negli anni del liceo. Il primo, e per un po’ unico, allievo di Johnny è Miguel, il vicino di caso perseguitato dai bulli della scuola, ansioso di imparare a difendersi. La storia si ripete a parti invertite? Non proprio.

In Karate Kid era tutto molto chiaro, i buoni da una parte, i cattivi dall’altra. Danny era il bravo ragazzo, il signor Miyagi il maestro di vita che tutti vorrebbero incontrare. Johnny era il prepotente e viziato pupillo di un maestro di karate violento e senza onore. In Cobra Kai siamo nella scala dei grigi. Compatiamo Johnny e, complice la veste da comedy dello show, simpatizziamo addirittura per lui: è un uomo sopraffatto dai propri errori che cerca di ripartire dall’unico e ultimo luogo in cui si è sentito importante.

“Non esistono cattivi allievi ma solo cattivi maestri” insegna il signor Miyagi. Nel caso di Johnny, però, al cattivo maestro non è succeduto nessun altro: adesso è lui il maestro, ma l’unico modello al quale può rifarsi è quello tossico di Kreese. A questo si aggiunge il fatto che Johnny ha vissuto gli ultimi anni anestetizzato dall’alcool, ora è come se si fosse risvegliato dopo un ventennio per scoprire che esiste qualcosa come il political correct e che razzismo e sessismo sono banditi in ogni loro forma. L’intento – insegnare a ragazzi vessati a difendersi – è meritorio, ma è la realizzazione che lascia un po’ perplessi per quanto efficace sulla breve distanza.

Ma il nome Cobra Kai non può che rievocare in Danny i peggiori ricordi della sua vita accompagnati dal timore che la filosofia mefitica del vecchio dojo avveleni una nuova generazione di ragazzi. Lo scontro tra Danny e Johnny è inevitabile ma stavolta i due non hanno alle spalle un maestro che li segua e li prepari, sono loro a essere i punti di riferimento e modelli di vita per i nuovi allievi e per i propri rispettivi figli.

La durata della serie è quella abituale per una comedy, ma in trenta minuti per episodio gli autori riescono a dare profondità ai personaggi, trattare il tema del bullismo a scuola, e riflettere sulle esperienze e la loro percezione quali fattori determinanti per la realizzazione o meno di un individuo nell’età adulta.

La serie si è rivelata una vera e propria hit per la tv di youtube con numeri ben superiori alle serie Netflix e Hulu ed è stata già rinnovata per una seconda stagione.



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Mara Ricci

Serie tv, Joss Whedon, Jane Austen, Sherlock Holmes, Carl Sagan, BBC: unite i puntini e avrete la mia bio. Autore e redattore per Serialmente, per tenermi in esercizio ho dedicato un blog a The Good Wife.

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