Ottobre, 1983: Tami Oldham Ashcraft e Richard Sharp, due appassionati velisti, spostano barche da un porto a un altro per conto di ricchi committenti. Un giorno, durante un viaggio da Tahiti a San Diego, vengono sorpresi dall’uragano Raymond. Durante la tempesta Sharp resta gravemente ferito e tocca quindi alla giovanissima Tami il compito di sopravvivere, salvarlo e trovare un modo per raggiungere la costa…

Resta con me (Adrift in originale, titolo peraltro già utilizzato per una manciata di film per cui per una volta ben venga il cambiamento anche se tende a snaturare leggermente il senso della storia) ibrida due generi piuttosto frequentati dal cinema hollywoodiano contemporaneo: quello del “ispirato ad una storia vera” e quello che vede un personaggio (di sesso femminile, specie negli ultimi anni), alle prese con un’impresa soverchiante e apparentemente impossibile.

Resta con me racconta un fatto storicamente avvenuto e quindi l’esito della storia può essere spoilerato anche prima di sedersi al cinema, ma la ricostruzione, che parte da un lungo articolo giornalistico, riesce a non romanzare troppo la vicenda, concentrandosi sulle difficoltà vissute dalla protagonista in mezzo al mare e utilizzando la nascita della storia sentimentale con il proprio partner solo come mezzo per alleggerire i momenti più drammatici.

Il film è retto quasi esclusivamente dalla efficace performance di Shailene Woodley, che qui, nonostante la sua partecipazione a pessimi film di genere young adult (che per fortuna stanno rapidamente passando di moda), amiamo incondizionatamente dai tempi del capolavorissimo Paradiso Amaro, che oltre a essere uno dei migliori film del nuovo millennio, ebbe il gran pregio di rivelarla al mondo. La sua Tami, che alterna momenti di comprensibile terrore ad altri di grande coraggio, è un bel personaggio e riesce a risultare allo stesso tempo risoluta e fragile, sensibile e audace. Piuttosto anonimo invece appare Sam Clafin, che ha preso il posto all’ultimo momento di Miles “Whiplash” Teller nei panni dello sfortunato Richard Sharp.

Baltasar Kormákur non è un gran regista ed il suo mediocre curriculum (Contraband, Cani sciolti ed Everest) parla per lui, ma dimostra una certa dimestichezza nel trattare il tema “Uomo vs Natura” e un po’ grazie al montaggio, che alterna diversi piani temporali pre/durante/post tempesta e un po’ grazie ad un twist finale azzeccato (escamotage già visto di recente in Tully, a ben vedere) riesce a salvare Resta con me dalla noia, dal melodramma e dalla retorica.

Purtroppo al film manca sia il pathos di Paradise Beach – Dentro l’incubo (The Shallows) (sempre per restare sul fronte “donna sola & in difficoltà ma tesa a cavarsela e uscirne viva“) che l’originalità di All Is Lost – Tutto è perduto o La Tempesta Perfetta (per restare in tema “problemi in mare aperto”). Così com’è Resta con me si ferma al grado di godibile pellicola estiva o di inizio stagione (per il pubblico italiano), ma nulla di più. Peccato, perchè con un regista più coraggioso e creativo, da una storia del genere sarebbe potuta venire fuori una pellicola decisamente più memorabile.



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Andrea Chirichelli

Classe '73. Giornalista da tre anni, ha offerto il suo talento a riviste quali Wired, Metro, Capital, Traveller, Jack, Colonne Sonore, Game Republic e a decine di siti che ovviamente lo hanno evitato con anguillesca agilità. Ha in forte antipatia i fancazzisti, i politici, i medici, i giornalisti e soprattutto quelli che gli chiedono foto.

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