E’ il ventiseiesimo secolo, e una catastrofica guerra ha devastato la Terra. Nella città di Iron City, popolata da poveri e reietti e sovrastata dalla ricca metropoli di Zalem, che fluttua nel cielo, un giorno la scienziato Dyson Ito scova un corpo cyborg dalle fattezze femminili completamente smembrato. Dopo averlo riparato, gli dà il nome della figlia, scomparsa da tempo: Alita. Il cyborg non ha memoria della sua vita passata e inizia ad esplorare la città-discarica, scoprendo di possedere particolari abilità nel combattimento…

Forse, in un prossimo futuro, le licenze relative ai fumetti, libri, manga, anime e videogiochi verranno accompagnate da una data di scadenza, un “da consumarsi preferibilmente entro” che metta al riparo investitori e artisti dal farsi coinvolgere da produzioni troppo tirate per le lunghe. E’ un’idea, questa, che avrebbe salvato James Cameron e Robert Rodriguez, altrove eccelsi intrattenitori, da questo progetto che, molto affascinante sulla carta, all’atto pratico si è trasformato nel classico topolino partorito dalla montagna.

Il film di Rodriguez si limita, come spesso capita ai porting cinematografici di manga e anime giapponesi, a scalfire la superficie, senza trovare il modo di comunicare e trasferire al pubblico le specificità dell’opera originale. La messa in scena è prettamente hollywoodiana, ricchissima di splendidi effetti speciali e visivamente spettacolare, certo, ma assai carente di empatia e simpatia. E’ curioso e un po’ paradossale che questo approccio funzioni meglio quando vengono raccontate storie nuove e “originali” (si pensi al Marvel Cinematic Universe) che nei casi in cui si ha già pronta e disponibile un’opera completa e affascinante. Era successo con Ghost in the Shell (nemmeno riuscito malissimo) ed è capitato anche in Alita – Battle Angel.

I punti forti di Alita – Battle Angel sono (prevedibilmente) le sequenze action, peraltro fin troppo parche, considerato il minutaggio, e vagamente slegate dal contesto narrativo, mentre troppo spazio è dato al “romance” tra la protagonista e uno dei personaggi (il che non sarebbe un male di per sè, ma lo diventa se viene gestito e raccontato come se fosse un teen movie qualsiasi) e alle chiacchiere padre/figlia (di matrice collodiana, i riferimenti a Pinocchio non sono pochi), che risultano spesso piuttosto piatte e banali, anche se non confrontate con l’originale. I villain sono eccessivamente manichei e scarsamente carismatici (Alita – Battle Angel conferma che da questo punto di vista il Thanos di Marvel è stato DAVVERO un mezzo miracolo di sceneggiatura) ma nonostante il tutto il film si lascia guardare, senza troppi entusiasmi. Alita – Battle Angel è oggettivamente ben fatto (valido il cast, i soldi spesi si vedono, la confezione è curatissima), ma è il classico blockbuster ad alto budget che passa senza lasciare traccia.

La sensazione è che Alita – Battle Angel sia un progetto nato vecchio e non solo perchè la produzione è durata quasi vent’anni, tra cambi di registi e produttori. L’opera originale, comparsa sulla rivista giapponese Business Jump, di Shueisha, alla fine del 1990, era figlia dell’era pre-internet e della cultura cyberpunk, che ai tempi andava per la maggiore. L’autore, Yukito Kishiro, appassionato di mech e fantascienza, aveva confezionato un prodotto fruibile a più livelli: se da un lato c’erano strepitose sequenze di combattimento (il Panzer Kunst, l’arte marziale dei cyborg di Marte) e puramente action (il Motorball), dall’altro ampio spazio era dato alle riflessioni della protagonista, alla sua crescita come “persona”, ai suoi dubbi esistenziali e alla creazione di un contesto urbano ricchissimo di sfumature politico/sociali, tutto materiale irrimediabilmente perso o stravolto in questa versione cinematografica.

Insomma: Alita – Battle Angel è un’altra cosa rispetto all’originale (e ci sta, ovviamente), ma francamente non si capisce il senso di stare a brigare per vent’anni dietro a questa licenza, se poi il risultato finale non è dissimile da quello che un qualsiasi scribacchino di teen/action/Sci-fi/yankee avrebbe potuto produrre in una manciata di giorni. Non è un brutto film, ma è clamorosamente inutile.



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Andrea Chirichelli

Classe '73. Giornalista da tre anni, ha offerto il suo talento a riviste quali Wired, Metro, Capital, Traveller, Jack, Colonne Sonore, Game Republic e a decine di siti che ovviamente lo hanno evitato con anguillesca agilità. Ha in forte antipatia i fancazzisti, i politici, i medici, i giornalisti e soprattutto quelli che gli chiedono foto.

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