“Il sistema andò online il 4 agosto 1997. Skynet cominciò a imparare a ritmo esponenziale. Divenne autocosciente alle 2:14 del mattino, ora dell’Atlantico, del 29 agosto.”

Non è facile calcolare la risonanza culturale che The Terminator ebbe sul processo di scrittura della moderna fantascienza. Un film potente, cinetico e senza dubbio colmo di stile. La grande mano del suo creatore, James Cameron, consegnò ai posteri uno dei volti più iconografici della storia non solo della pop-culture, ma del cinema tutto: il Terminator, più specificatamente il modello 800, interpretato egregiamente da un laconico Arnold Schwarzenegger.

Non starò qui a rivangare quanto già noto, il setting del franchise è stato abbondantemente declinato negli anni attraverso ogni medium, nona arte compresa. Proprio al fumetto, per altro, dobbiamo alcune delle migliori side stories legate al brand, che hanno saputo riprendere elementi centrali delle pellicole introducendone al contempo di nuove, favorendo così l’elevato contenuto di originalità della serie. Una produzione ultra-trentennale di buon livello celebrata da Terminator 35° Anniversario, cartonato celebrativo edito da Dark Horse Comics e pubblicato in Italia da Saldapress, in cui ci vengono proposti due ben distinti archi narranti. Si tratta di due storie, Tempest e One Shot messe in scena da nomi tutt’altro che leggeri: John Acurdi (The Mask, Major Bummer, B.P.R.D.), Chris Warner (Moon Knight, Doctor Strange, Batman), James Robinson (Superman, Fantastici Quattro) e Matt Wagner (Grendel, Mage, Batman).

 

La prima storia narrata si apre nel consueto 2029, in una Los Angeles martoriata dalla guerra di resistenza contro le macchine plasmate da Skynet. In questo scenario un’unità di soldati riesce a infiltrarsi all’interno di un complesso nemico, che in seguito rivelerà contenere nientemeno che una camera di dislocazione temporale, una la macchina del tempo che rende possibile l’invio dei cyborg nel passato. Per altro, è doveroso specificare che l’esatta ubicazione cronistorica di questa storia è da collocarsi sei anni esatti dopo l’arrivo di Kyle Reese nella metropoli Losangelina, il che rende Tempest coerente con la continuity del film di Cameron.

Ciò che salta subito allo sguardo è la composizione della squadra; un team di sei elementi (caduti esclusi) capitanati dalla bellissima e imponente Colonnello Randall, una donna forte e autoritaria, non troppo distante dalle fattezze che Linda Hamilton assumerà nel meraviglioso Terminator 2. Ancora una volta abbiamo a che fare con una tipica espressione di esaltazione muscolare figlia di un retaggio Reaganiano, fin troppo persistente, che non si accompagna tuttavia all’abituale fastidio che questo tipo di approccio di solito genera: manca infatti quella classica retorica repubblicana assai propagandata ai tempi, lasciando semplicemente spazio a un pugno di uomini e donne, consapevoli della responsabilità che grava sulle loro spalle.

Avendo preceduto T2, l’obiettivo della squadra potrà ricordare vagamente le fasi finali del film: impedire che la Cyberdyne Systems raggiunta la concretizzazione tecnologica che fungerà da genesi per Skynet. L’unità approda in una Los Angeles profondamente differente dal rudere a cui eravamo abituati: le matite di Warner tratteggiano una metropoli viva, forte di colori sgargianti profondamente distanti dai toni scuri e carichi di morte della stessa post-atomica. Lo stupore dettato dalla visione sovrasta i sei, naturalmente mai stati consapevoli del mondo che fu, ma nati e cresciuti nella costante dell’autoconservazione violenta.

Parallelamente, qualcosa sta percorrendo la stessa direttrice che li ha condotti sino al 1990; di fatto prima della loro partenza, un Terminator molto singolare aveva riattivato tre macchine – non è ben chiaro a quale modello appartengano, ma a giudicare dalla forma degli endoscheletri potremmo supporre si trattino di T-800/101 – che consapevoli della minaccia che la squadra di Randall costituisce per la loro conservazione si trasportano nel passato per l’obiettivo contrario: proteggere l’uomo chiave per la creazione di Skynet (e nel frattempo dare la caccia ai sei).

La successiva costruzione narrativa proporrà al lettore momenti di pura dinamica d’azione, intersecando le vicissitudini delle due squadre attraverso dei radicali cambi di prospettiva, dando così eguale rilevanza ai due emisferi. Come accennavo sopra, lo stile grafico adottato da Warner è sgargiante, geometrico, quasi lisergico. Ogni forma osservata risponde a un chiaro archetipo, inclusa la definizione dei corpi, sia maschili che femminili: muscolosi, prorompenti, ma anche sensuali, mostrano quanto in realtà i codici etici del tempo fossero più interessati al contenuto morale piuttosto che a quello carnale. La freddezza distintiva delle macchine è invece perfettamente incarnata da una convincente inespressività dei volti, costantemente assorti in una smorfia di indifferenza verso il genere umano e la sua fragilità. Uno stile grafico assolutamente figlio degli ’80, coadiuvato da uno script non criptico, ma al contempo non certamente banale, fanno di Tempest una perfetta opera espansa che oggi potrebbe risultare con ogni probabilità più apprezzabile delle ultime incarnazioni cinematografiche.

La seconda e ultima storia, One Shot è la vera perla dell’opera in discussione, una storia che non rifugge gli stilemi del genere action, ma al contempo osa proporre un’idea davvero sorprendente. Nella pellicola del ’84, osserviamo come il T-800 dia la caccia a tutte le Sarah Connor della città nel tentativo di scovare colei che darà alla luce il futuro leader della resistenza, John. In questo albo, James Robinson riprende proprio questa particolarità, la premeditata caccia a Sarah Connor, ma quale per l’esattezza? Infatti non sarà “quella” Sarah a dover fuggire dal cyborg, ma una semplice omonima, la cui sfortuna è proprio possedere le stesse credenziali anagrafiche della preda designata.

Una storia tanto bizzarra quanto ben scritta, forte non solo di un peculiare stile grafico a cura di Matt Wagner (autore anche della cover di questo cartonato), ma di un’espediente narrativo che tocca solo tangenzialmente gli schemi tipi della narrazione che associamo al franchise. Le prime vignette scivolano via lasciandosi alle spalle un certo stato di confusione nel lettore: abbondano dettagli che non coincidono con l’originale filologia del film, nomi e location non coincidenti, e il più radicale fra i dettagli, il Terminator, è qui rappresentato da un’inarrestabile donna dai lunghi capelli marroni e da un forte look Hells Angels. Si potrebbe immediatamente pensare a un’ucronia, una visione alternativa della data realtà narrativa, eppure così non è.

Qui la nostra Sarah è un donna piuttosto spregevole, persino incline all’omicidio purché questo comporti mettersi in tasca del vile denaro; inoltre c’è l’inconfondibile certezza che la donna qui mostrata sia esteriormente diversa dalla Hamilton (nonostante questo non sia imprescindibile in una visualizzazione fumettistica), eppure non sembra placare la furia cacciatrice della macchina, che non esita a falciare chiunque abbia la sfortuna di ergersi fra lei e la preda. È proprio qui che il lettore comprende. Tornando infatti alla domanda: quale Sarah Connor? E se fosse un’altra? E se Skynet abbia mandato indietro oltre al noto T-800, altri cyborg per aumentare il range di ricerca?

Sopra accennavo allo stile peculiare adottato da Wagner per il comparto grafico della storia, e chi ha goduto delle meraviglie visive di Sandman Mystery Theatre sa perfettamente di cosa si sta parlando. Un lavoro profondamente distante dalle matite marmoree di Warner viste nella storia precedente (decisamente più ancorate ai canoni fumettistici tipici della bronze age), che lascia invece spazio alla sfumatura e all’astrazione. Una kermesse di tavole distinte da proporzioni anatomiche bizzarre, ma al contempo armoniche, che concorrono alla formazione di una giusta coerenza degli spazi. I tratti sono forti, oserei dire pesanti; spessi tratti neri sono osservabili nei lineamenti del volto, un calco evidente che l’autore imprime per marcare una certa reazione espressiva, sia questa di stupore o di terrore. Un insieme di virtuosismi stilistici corroborati da una colorazione incalzante, in simbiosi sia con l’atmosfera insita nell’anima underground di questa storia, sia con l’ascendente stilistico tipico di Matt Wagner.

Il Terminator è indubbiamente una delle icone popolari più forti che siano mai esistite, e nell’affermare ciò non mi sto facendo trasportare dal fatto che in sottofondo, nel mentre sto scrivendo queste righe, ho il tema di Brad Fiedel, ma da una semplice quanto innegabile costatazione. Al di là di questo, consiglio vivamente di affrontare queste letture corollari, sia per godere di buon fumetto, sia per ribadire quanto la nona arte riesca il più delle volte a eguagliare e superare il grande schermo in termini di pura scrittura.



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