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Black Swan: l’alienazione della ricerca

1 giugno 2011 |  by  |  recensione  |  No Comments

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2010 e accolto con uno scetticismo e una freddezza (da parte della critica) simili a quelli che avevano colpito un altro film di Aronofsky, The Fountain, Black Swan è il proseguire del regista sulla strada di una sua ricerca tutta personale, della speculazione sul senso dell’esistenza, sull’ineluttabilità della passione e sull’impossibilità di cambiare la propria natura.

Nina (Natalie Portman) è disciplinata, dotata ed eterea, l’archetipo della ballerina. Lily è una sua collega, spregiudicata e passionale, inferiore nella tecnica e tutta dedita all’istinto. È intorno a questo binomio di personaggi apollinei e dionisiaci che si svolge la vicenda: un demiurgico Vincent Cassel, nei panni di Thomas Leroy, il direttore del New York Ballet al lavoro sul Lago dei Cigni, cerca di trasformare Nina nella sua nuova prima ballerina per assegnarle, nel prestigioso balletto, sia la parte del Cigno Bianco che quella del Cigno Nero.

Il film è stato tacciato di prevedibilità: accusa capitale per una pellicola spesso classificata come “thriller”. I personaggi sembrano rispondere ai canoni dei loro ruoli, la vicenda si dipana con molta inquietudine ma con pochi veri colpi di scena, il mondo del balletto viene tratteggiato senza particolare originalità, piuttosto con spietata crudezza. In realtà, l’intenzione del regista non era quella di realizzare l’ennesimo film ricco di colpi di scena e tutta questa prevedibilità è uno strumento per aiutare lo spettatore a concentrarsi sugli elementi davvero importanti, come la profonda psicologia di Nina e la disperata ricerca di significato per la sua esistenza.

Mentre seguiamo Nina nel suo degenerare, nell’auto-mutilazione fisica, attraverso le terribili visioni di un destino incompiuto, veniamo accompagnati per mano da Aronofsky nell’esplorazione di una figura sinceramente tridimensionale, che va interpretata e giudicata in modo diverso rispetto alla sua apparenza, alla sua origine, alla sua occupazione: Nina è un personaggio immaturo rispetto ai protagonisti degli altri titoli di Aronofsky, ancora “sulla soglia”, che si dibatte in una lotta dolorosa per l’auto-affermazione. Come sarà chiaro nel finale, Nina non è affatto quello che sembra, lo sa e sta cercando di completarsi, di completare il proprio percorso.

I personaggi che affiancano Nina rivestono ruoli “inappropriati” e la loro funzione non è quella che ci si aspetta: è proprio grazie a loro che il percorso di consapevolezza della protagonista diventa ancora più frastagliato. La vera antagonista di Nina non è Lily, come si potrebbe intuire a un primo livello di lettura, né Nina stessa, che con i propri istinti di auto-distruzione sembra mettere a repentaglio la propria brillante carriera (e, a tratti, anche la propria vita): la vera antagonista è la madre iper-protettiva, che ha riversato tutte le proprie frustrate ambizioni giovanili su una figlia chiaramente più dotata di lei, ma destinata a una fine diversa da quella prevista. Questo personaggio confonde e distrae Nina e rallenta il suo processo di presa di coscienza sulla strada giusta da imboccare.

Thomas Leroy è invece il cattivo maestro che sembra condurre Nina verso la perdizione, che – come da cliché – pare richiedere favori sessuali in cambio di un ruolo prestigioso, mentre in realtà ha intravisto la vera natura di Nina e cerca di aiutarla a lasciarla fiorire.

Nina è un personaggio alienato e, per questo, pensiamo fin da subito che sia pazza: che la sua ossessione per il successo nella danza la stia obnubilando, che l’oppressione da parte di sua madre le stia tarpando le ali, che l’arrivismo di Leroy le stia rovinando la vita. In realtà, Nina non è alienata perché sta cercando di ottenere il massimo nel campo del balletto, ma perché sta cercando di dare un senso alla propria vita e sta, lentamente e inconsapevolmente, raggiungendo la conclusione che l’unico modo (l’unico modo per lei) di farlo sia attraverso una morte che abbia un significato. Nina, il Cigno Bianco, sta imparando che cosa significa essere davvero un Cigno Nero e, in questo processo tutto interiore, la rivalità con Lily è una mera oggettivizzazione del percorso mentale della protagonista, che sta arrancando a tentoni, cercando di capire quale sia la sua scelta giusta, quale sarebbe l’epilogo perfetto per la sua vita.

Aronofsky segue Nina con uno sguardo irrequieto, un montaggio serrato e inquadrature claustrofobiche, accentuate da una musica ossessiva e invadente, che, abbinata alle immagini di un corpo tanto fragile e tanto decadente come quello della protagonista, rafforzano la sensazione di squilibrio totale. Squilibrio che però non è pazzia, ma è, in realtà, disperata ricerca di un equilibrio.

D’altra parte, non è la prima volta che i personaggi di Aronofsky si dibattono sulla pellicola per riuscire a prendere la decisione migliore. Tutto The Fountain è una tensione costante del protagonista verso un gesto di rassegnazione e accettazione davanti alla morte, per scoprire la vera vita eterna. The Wrestler, allo stesso modo, è la battaglia di un lottatore che cerca di sopravvivere, ma che si accorge che la semplice esistenza non gli basta. In Black Swan, Nina attraversa il palcoscenico della propria vita, arrivando a capire che è solo con la morte, con una morte piena di significato, che può completare il suo percorso di ricerca personale, smettendo peraltro di essere un’alienata e riuscendo a mostrare la sua vera essenza agli altri.

Tutti dobbiamo morire e quello che sembra suggerirci Aronofsky è che il modo migliore per affrontare la morte sia renderla parte integrante della nostra esistenza: meditarla, accarezzarla, corteggiarla e, al momento giusto, abbandonarsi a essa senza paura. Perché è peggio una vita incompleta di una morte carica di significato.

Questa recensione è tratta da Players 01, che potete scaricare gratuitamente dal nostro Archivio.

Players, voci dal Far East Vol.4

10 maggio 2011 |  by  |  recensione  |  1 Comment

Ancora recensioni dal Far East Film Festival, nuovamente a cura di Valentina Paggiarin di Hive Division.

Bedevilled
Corea del Sud, Jang Cheol-soo, 2010, 115’

Ingiustamente inserito nella “Horror Night” di questo Far East, Bedevilled può essere considerato un film dell’orrore solo in quanto dipinge un panorama umano sconfortante su Mundo, un’isola dove il tempo sembra essersi fermato all’età del pregiudizio. La protagonista, un’impiegata incattivita dalla solitudine cittadina, decide di passare un po’ di tempo sull’isola della sua infanzia per ritrovare la serenità. Anziché un ambiente bucolico e turistico, però, si troverà attorniata da vecchie grottesche e malvagie, donne succubi e uomini violenti e ignoranti. 

Il film sembra quasi un film di denuncia sociale, fino a quando la situazione non si sblocca con un abile colpo di mano da parte di uno dei personaggi. Due perle da ricordare: la prima è che, durante il Far East, film come questi suscitano urla e applausi da parte del pubblico, ed è sempre bello. La seconda è una frase detta dalla vecchia crudele all’inizio del film: “La vita di Seoul dev'essere molto dura. Una donna è più felice con un cazzo in bocca.” E se lo dice lei, buona camicia a tutti.

Aftershock
Cina, Feng Xiaogang, 2010, 135’

E mentre tutti – o quasi – si aspettavano Confessions come vincitore dell’Audience Award 2010, è la Cina a farla da padrona, con Aftershock al primo posto e Under the Hawthorne Tree al secondo. Aftershock è, in effetti, shoccante: è la storia di una famiglia che affronta e supera il terribile terremoto di Tangshan del 1976. Seguiamo le vite dei vari personaggi, vittime di una scelta atroce fatta in un momento di disperazione e, al loro fianco, attraversiamo trent’anni di storia cinese. Uno spunto interessante si piega però alla violenza di una trattazione visiva e narrativa retorica e forzosamente strappalacrime: il dolore è continuamente mostrato in modo plateale, le coincidenze diventano un po’ ingombranti e le motivazioni dei personaggi si perdono in una brodaglia di luoghi comuni senza speranza.

Più di tutto, però, pesa la strisciante ombra ideologica che il film si lascia alle spalle: nessun proclama urlato, nessun pamphlet esplicito, ma un continuo riferimento alle basi della Cina moderna (leggi: Mao e la Rivoluzione Culturale) con nostalgia, gratitudine e con la convinzione che tutto ciò che c’è di buono venga proprio da lì. Assistere alla sequenza dei funerali di Mao (tenutisi a Pechino nello stesso anno del terremoto di Tangshan), dipinta con poesia, amore, bimbi con garofani bianchi all’occhiello e madri affrante in lacrime è stato alquanto disturbante, soprattutto considerando che non era assolutamente funzionale alla storia narrata. Due personaggi, che fanno parte dell’Esercito Popolare di Liberazione, sono tratteggiati con garbo, amore e sono, in fin dei conti, i veri “buoni” della storia.

Attorniata da gente in lacrime, non ho potuto che provare un po’ di fastidio per le soluzioni retoriche e troppo plateali con cui il film cerca di coinvolgere emotivamente lo spettatore. E, dopo aver saputo della vittoria del film, il fastidio si è trasformato in seria preoccupazione per quello che ci raccontano e per quello che percepiamo di una potenza che sta diventando sempre più esportatrice non solo di merci, ma anche di cultura.

The Unjust
Corea del Sud, Ryoo Seung-wan, 2010, 119’

Questo thriller poliziesco è il primo film orientale a mettermi in difficoltà: succedono così tante cose, ci sono così tanti personaggi e parlano tutti così in fretta e così tanto che ho cominciato a capire qualcosa della trama quando ho guardato il riassunto su Wikipedia dopo il film. No, non è vero, The Unjust è un ottimo film, ma il ritmo è veramente serrato e la vicenda coinvolge effettivamente così tante figure che si crea un po’ di confusione. In realtà, il film è ottimamente strutturato e le relazioni tra i personaggi, i tradimenti, i colpi di scena sono tutti pertinenti e “al momento giusto”. Osservando il precario domino di rapporti di forza che si instaura tra tutte le figure in scena, non possiamo che provare sincera ansia e tensione costante, anche se non ci sono sparatorie eclatanti o inseguimenti “vecchia scuola”.

Un film sicuramente da vedere due volte e che, al di là dell’indagine di polizia in sé, ci apre una finestra sulla tensione sociale e relazionale che si respira nell’ambiente della giustizia coreano.

Players, voci dal Far East Vol.2

5 maggio 2011 |  by  |  recensione  |  No Comments

Prosegue la panoramica dei nostri inviati in loco sui film presentati al Far East FIlm Festival...

Villain
Giappone, Lee Sang-il, 2010, 139’

I giapponesi possono anche annoiarti per più di due ore e mezza abbondanti con un film che sarebbe potuto durare quasi la metà, però sono dei veri maestri nel trasmetterti il senso di alienazione e nell’insegnare l’analfabetismo emotivo. Una ragazzina vacua e superficiale, in cerca incontri sessuali tramite chat room su Internet, viene trovata morta e comincia una lenta ma inesorabile caccia al colpevole.

In realtà il film non è un thriller, ma il drammatico resoconto della sfortunata scoperta dell’amore da parte dei due protagonisti, Yuichi e Mitsuyo.  Parafrasando Old Boy, in cui il protagonista si chiede “Anche se sono un mostro, non ho diritto anche io di essere felice?”, questo film sposta il fuoco della domanda dal “mostro” alla sua amata: chi è davvero lecito amare? Si può davvero amare qualcuno che ha ucciso? Al di là della risposta – che il film dà solo per metà – quello che colpisce, tralasciando un’esasperata lentezza nella narrazione, è il vuoto pneumatico di sentimenti e di capacità relazionali dei protagonisti. Sembrano (sono?) tutti sprovvisti dei più basilari strumenti per empatizzare o, in generale, entrare in contatto con chi sta loro intorno. E tutta questa alienazione, mascherata da dogma sociale, non porta a niente, niente di buono, perché nessuno si redime, nessuno si salva, e ognuno resta solo sul cuore della terra.

Cyrano Agency
Corea del Sud, Kim Hyun-seok, 2010, 117’

Gentile Mr Kim Hyun-seok, io capisco che scrivere e dirigere un film non sia cosa da poco e che richieda impegno e concentrazione, d’altra parte mi sento umilmente di consigliarle, la prossima volta, uno script advisor. Lungi dall’essere un’esperta di sceneggiature, guardando il suo film tutto quello che sono riuscita a pensare è: “È intelligente, ma non si applica”.

Perché la prima parte di questa commedia romantica, che decisamente non rientra tra i miei generi preferiti, è frizzante, arguta, brillante e mi ha fatto ridere con spontaneità e sgomitare con i vicini di posto cercando sguardi di intesa. Poi, però, è cominciata un’ora di agonia, flashback confusi su una storia d’amore improbabile, personaggi vittime della sindrome di Peter Pan che compiono scelte al limite della ragionevolezza, tempi morti, noia totale. E poi, in chiusura, un nuovo colpo di coda e nuove risate. Lo spunto era buono: un The Game per innamorati che vogliono creare le condizioni ottimali per conquistare la propria amata. L’ispirazione era notevole: la vicenda di Cyrano e tutta l’ambivalenza tra l’amore provato e quello espresso. Peccato per tutta quella psicologia da due soldi nel mezzo.

Haunters
Corea del Sud, Kim Min-suk, 2010, 114’

I super-poteri sono un vero fardello, non solo per chi li ha, ma anche per chi li mette in scena, perché è facile sfociare nella banalità quando si parla di uomini indistruttibili e cattivi che ti controllano con uno sguardo. Kim Min-suk, invece, che ha definito questo suo primo lungometraggio “niente di che”, ha fatto un ottimo lavoro, tratteggiando un antagonista molto cupo e un protagonista pacioso e goffo. Tralasciando confitti manichei suoi massimi sistemi ed evitando di conferire al supereroe di turno la responsabilità di salvare il mondo (e la cheerleader), il film scansa la banalità e mostra tutta l’azzeccata sensibilità pop del regista/sceneggiatore. Un film giovane, forse un po’ immaturo, ma sicuramente da vedere, anche solo per le due spalle comiche del protagonista e per le splendide coreografie di uomini-burattini, uno dei pochi elementi simbolici che sottolineano ancora di più la solitudine di una mente rovinata.

Players, voci dal Far East vol.1

3 maggio 2011 |  by  |  recensione  |  3 Comments

Il dinamico duo composto da Valentina Paggiarin e Giacomo "Gunny" Talamini è in missione sotto copertura a Udine al Far East Film Festival, di cui Players è orgogliosamente Media Partner. Oggi iniziano i resoconti di Valentina…

The Man From Nowhere
Corea del Sud, Lee Jeong-beom, 2010, 119’

Guardo questo film perché lo scorso anno Secret Reunion mi ha restituito la fiducia nel genere spy-action. Discreta pellicola d’azione, senza il meraviglioso approfondimento della psicologia dei personaggi che c’era nel film di Hun Jang, The Man From Nowhere segue le vicende di un sicario che decide di rischiare di compromettersi per salvare la piccola vicina di casa rapita da spietati spacciatori. Deliziosa la bambina da salvare, quasi un personaggio miyazakiano se non fosse per la sua truce vita familiare. Il film intrattiene per un paio d’ore con buone coreografie e un protagonista “easy on the eye” (traduzione: alquanto gnocco, almeno finché ha i capelli lunghi). Un po’ Leon (ma senza lo stesso garbo), un po’ Man on Fire (ma senza la stessa inutile pacchianaggine e lo stesso inutile Denzel).

The Stool Pidgeon
Hong Kong, Dante Lam, 2010, 112’

Hong Kong e poliziesco sono un binomio indissolubile. Lam è il supposto maestro del genere. Risultato di questa pellicola: un buono spunto sfumato in una narrazione farraginosa e in personaggi non proprio riusciti. Un ispettore recluta criminali per trasformarli in talpe (gli "stool pidgeons" del titolo) e arriva a essere ossessionato dai sensi di colpa per la drammatica sorte incontro a cui inevitabilmente li indirizza. Da una parte, c’è la riflessione del potere sullo sfruttamento di vite umane “di serie B”, usate quasi come vermi all’amo per catturare i criminali, dall’altra c’è l’introspezione della talpa che si trova a sodalizzare con i criminali prima di arrivare a tradirli. Tuttavia, il “che te lo dico a fare” di Donnie Brasco ha già espresso molto meglio questi sentimenti, qui diluiti in insulse sequenze d’azione e confuse sparatorie: i personaggi, da tormentati, verso il finale si trasformano in macchiette e le ottime capacità recitative di tutti gli attori non riescono a salvare il film da una parabola scontata e banalissima.

Buddah Mountain
Cina, Li Yu, 2010, 101’

Film retorico e molto prevedibile sul dolore, sulla morte, sul passato e sul futuro, nonché sul confronto tra due generazioni che vivono e affrontano la sofferenza in modo diverso. La vicenda ruota intorno alla vita di tre giovani spiantati e la loro padrona di casa di mezza età ed è ambientato a Chengdu, teatro del terribile terremoto del 2008. Il film parla della “ricostruzione” delle vite di questi quattro personaggi, sconvolti non dall’evento naturale ma da più banali drammi familiari: la morte di un figlio, il rapporto disastrato con genitori alcolizzati, succubi, inesistenti, le difficoltà della vita quotidiana. Nonostante questo sia un film che parla di dolore, perdita, morte, tutte tematiche che, alla lunga, suscitano una reazione più cinica che compassionevole in chi guarda, è interessante l’accenno al sentimento di fratellanza dei tre protagonisti. D’altra parte, a ben pensarci, da quando è stata introdotta la “politica del figlio unico”, in Cina è difficile sapere davvero cosa siano un fratello o una sorella. Forse sarebbe stato meglio concentrarsi proprio su questo sentimento di fratellanza tra i personaggi e non sul cliché dell’amore inespresso, ma possiamo accontentarci: per una volta, almeno, un film cinese non tira in ballo fastidiosi nazionalismi e ipocriti proclami a favore della nazione.