Normalmente le recensioni cinematografiche di Players iniziano con un breve accenno alla trama, ma mi rifiuto di prendere in considerazione l’ipotesi che qualcuno non conosca l’apologo del piccolo ligneo teppista la storia del burattino creato da Collodi più di un secolo fa. Lo dico subito: io quel racconto l’ho sempre detestato e, fatta eccezione per l’oggettivamente straordinario sceneggiato televisivo firmato da Comencini nel 1972 (eccezionalmente musicato da Fiorenzo Carpi, con Franco & Ciccio nei panni del Gatto e della Volpe e Nino Manfredi in quella di Geppetto) ho sempre mal sopportato tutte le versioni cinematografiche, da quella animata di Disney (che si prendeva innumerevoli libertà) all’atroce film “stronca carriera” di Roberto Benigni di qualche anno fa.

Detto ciò, la versione di Matteo Garrone è inappuntabile. Tecnicamente è un prodigio di creatività e artigianalità (del resto, anche il Racconto dei Racconti lo era) e il cast, eccezionale, è assolutamente perfetto (Benigni e Ceccherini in primis). Scegliere un approccio artigianale rispetto ad infarcire di effetti speciali il film, lo rende più genuino e autentico e nonostante la durata tutto sommato contenuta, circa due ore, non ci sono grandi mancanze rispetto all’originale. Pinocchio 2019 potrebbe essere un “pezzo” de Il Racconto dei racconti, visto che il passo è identico e così pure l’attenzione maniacale ai dettagli.

Garrone sceglie saggiamente un cast composto da nomi noti (il migliore di tutti è Ceccherini, che dà un senso alla sua intera carriera con una Volpe indimenticabile) ma corroborato da caratteristi e attori di teatro, capaci di dare un contributo essenziale alla riuscita del film, anche con solo una manciata di battute e secondi a disposizione. Se esiste una definizione di “film corale”, questo Pinocchio ne è l’incarnazione ideale. Notevolissimo anche lo score di Marianelli, che in qualche momento richiama/omaggia il capolavoro assoluto composto da Fiorenzo Carpi per lo sceneggiato Rai del 1972. L’unico appunto da fare è una certa mancanza di “cattiveria”: lo script racconta l’avventura di Pinocchio come una favola, in cui non ci sono quasi mai veri cattivi e anche i momenti più drammatici dell’originale vengono un po’ annacquati (l’intera sottotrama di Lucignolo, ad esempio, o i personaggi del Circo o Mangiafuoco), tant’è che alla fine il vero “eroe” sembra essere più Geppetto che Pinocchio.

Certo, vedere che il meglio che il cinema italiano ha da offrire finisca sempre sui progetti che raccontano per la millemillesima volta la stessa storia spiace, ma si sa che da queste parti originalità, voglia di osare e coraggio produttivo non sono di casa da un pezzo. E’ abbastanza probabile che Garrone incassi più con questo titolo che con tutti i precedenti messi assieme (che, Gomorra a parte, non sono stati certo dei successi commerciali): speriamo almeno che questo possa foraggiare altri Dogman, Reality e Imbalsamatori



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Andrea Chirichelli

Classe '73. Giornalista da tre anni, ha offerto il suo talento a riviste quali Wired, Metro, Capital, Traveller, Jack, Colonne Sonore, Game Republic e a decine di siti che ovviamente lo hanno evitato con anguillesca agilità. Ha in forte antipatia i fancazzisti, i politici, i medici, i giornalisti e soprattutto quelli che gli chiedono foto.

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